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Giovanna Botteri: una donna in prima linea

L’inviata Rai in Cina ci racconta il suo (difficile) lavoro

Foto: Giovanna Botteri

26 Marzo 2020 | 11:18 di Solange Savagnone

Dopo 12 anni di corrispondenze da New York, da settembre l’inviata della Rai Giovanna Botteri è stata spostata a Pechino, la capitale della Cina. Una zona che si è rivelata caldissima, prima per le proteste di Hong Kong e da gennaio per l’emergenza coronavirus che da Wuhan è dilagata fino a diventare una pandemia: «Andare in un posto nuovo, cambiare continente, fuso orario, lingua e cultura ogni volta è uno choc. La Cina è un paese molto interessante ma anche tanto complesso» ci spiega questa giornalista instancabile, da sempre in prima linea nelle zone più calde del pianeta: Bosnia, Algeria, Sudafrica, Iran, Kosovo, Afghanistan e in Iraq dove nel 2003 ha seguito la Seconda guerra del Golfo per poi trasferirsi negli Stati Uniti.

Giovanna, adesso si trova a Pechino. Com’è stare così lontano?
«Prima del coronavirus spostarsi nel Paese era facile. Ora la vita è cambiata completamente. Non ti muovi più. Solo da qualche giorno si comincia a vedere la gente sulla metro o in auto, ma solo per fare brevi spostamenti».

In quale zona vive e lavora?
«A Pechino gli stranieri vivono tutti in aree particolari dove ci sono anche le ambasciate e gli uffici, oltre alle residenze, ma nessun negozio. Sono zone chiuse con le guardie che presidiano gli ingressi. Si entra solo con un pass. Ci sono sempre stati questi controlli ma ora molte entrate sono state chiuse, hanno aumentato i controlli e ti prendono la temperatura. Tranne noi stranieri, nessuno può entrare, nemmeno per consegnare i giornali».

Immagino le difficoltà che incontrerà per realizzare un servizio.
«Per un periodo è stato difficile andare a girare. Di solito facciamo i servizi da qui e per le immagini che non riusciamo ad avere ci sono le agenzie di video. Prima di fare le riprese dobbiamo chiedere le autorizzazioni all’ufficio competente: devi programmare tutto».

Dove trova le notizie?
«Dai due quotidiani principali in lingua inglese: il “China Daily” e il ”Global Times”. Un’altra fonte importante sono i social dove girano molte notizie non ufficiali e c’è un grande scambio di informazioni che a volte sfuggono al controllo».

So che lavora di notte. Come regge?
«Qui siamo sette ore avanti ma io vivo basandomi sul fuso orario italiano perché lavoro sui tempi vostri, ho molte dirette e non ho alternative».

Scusi, ma allora quando dorme?
«Quando posso, nei ritagli. Appena le trasmissioni italiane finiscono, vado a dormire anch’io. Nei momenti di crisi riposo cinque o sei ore. Lavoro dalle 11 di mattina (ora italiana) a volte fino all’una di notte. Quindi prima di cominciare a lavorare faccio tutto: la spesa, leggo i giornali, telefono…».

Qual è la difficoltà più grande in questo momento?
«Con l’emergenza hanno chiuso tutto. In ufficio ci siamo organizzati con un grande frigo pieno di cibo per essere sempre riforniti e non dover andare troppo in giro. Cuciniamo lì. Finito di lavorare, si va direttamente a casa. Essendo pochi, io, due montatori che si alternano, un operatore, un contabile e una producer, e lavorando così tanto insieme, sappiamo esattamente dove va ognuno di noi e che non ci sono state occasioni di contagio».

Come gestisce la sua vita privata stando sempre all’estero?
«Mia figlia Sara è venuta con me a New York e a trovarmi in Cina a ottobre, quando mi sono trasferita. Sarebbe dovuta tornare a marzo. Per ora non ho molta vita sociale. Lavoro come una matta e quando finisco ne approfitto per dormire e recuperare. La solitudine è abbastanza forte. Lavoro tanto e cerco di non pensarci, anche se pesa».

Fare questo mestiere è un vizio di famiglia?
«Non sono nata con il pallino del giornalismo e volevo far altro rispetto a mio padre (Guido Botteri, ex direttore della sede Rai di Trieste, ndr). Mi sono laureata in Filosofia, ho preso un dottorato alla Sorbona di Parigi. L’unica cosa che ho fatto sempre è stata scrivere. In Francia ho iniziato a mandare articoli ai giornali locali e i primi programmi da precaria. Poi sono arrivata a Roma, nella Raitre di Sandro Curzi e Angelo Guglielmi, quando si sperimentava una tv diversa. Essendo di Trieste, Curzi mi ha mandato a seguire la guerra in Jugoslavia. Mi ha detto: “Vai e racconta quello che vedi”. Così ho iniziato e poi ho continuato: Iraq, Afghanistan, Algeria, Kosovo. Per fortuna ho riportato sempre a casa la pelle!».

Quando ha avuto più paura?
«Durante la guerra hai paura di morire, soprattutto negli anni in cui la mia bimba era piccola. Certe volte quando sei sulla linea del fuoco temi di oltrepassarla, devi avvicinarti il più possibile per raccontare il cuore del conflitto, ma allo stesso tempo devi capire quando fermarti, prima che sia troppo tardi. Questo concetto vale per tante cose, anche personali».

Ora siamo noi una “zona di guerra”. Cosa ci consiglia?
«Questa è una guerra insidiosa perché non vedi il nemico, non sai da dove potrebbe arrivare e fa ancora più paura. Come in tutte le guerre, ti sostiene pensare che finirà e che non devi mai permettere al tuo lato più “bestiale” di emergere. Devi rimanere la persona di prima. Nei momenti difficili le relazioni forti si rinsaldano, altre si perdono, capisci quali sono le cose importanti. Non dai più niente per scontato».

Lasciamoci con leggerezza: molti scherzano sul fatto che ha sempre lo stesso maglione e sui suoi capelli.
«Oh, finalmente lo posso dire! Ho 40 maglie tutte uguali, blu o nere, con lo scollo a V di Uniqlo. Lavoro come una dannata tutto il giorno, corro, non ho tempo di pensare all’abito. Tranquilli perché le cambio ogni giorno e le lavo. I capelli? Si capisce che non sono freschi di messa in piega, ma mi pare di essere una donna normale».

Una donna normale non viene imitata da Maurizio Crozza. Ormai è un personaggio.
«Faccio giornalismo, non spettacolo. Sono quasi un’asociale, per niente mondana e queste “attenzioni” mi imbarazzano. Quando mi dicono che passo su “Striscia” non ci dormo la notte. Sono io che devo raccontare, non diventare l’oggetto del racconto».