Giuseppe Di Tommaso, l’inviato che ha ritrovato il piccolo Nicola

Il giornalista di "La vita in diretta" che ha ritrovato il bimbo scomparso tra i boschi del Mugello

Giuseppe Di Tommaso insieme con il piccolo Nicola e la sua mamma Giuseppina subito dopo il ritrovamento
1 Luglio 2021 alle 08:32

Non è solo un cronista di professione, in questo caso è protagonista egli stesso del fatto di cronaca che, per oltre 36 ore, ha tenuto tutta l’Italia con il fiato sospeso per la scomparsa del piccolo Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi che, nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 giugno, si è allontanato dalla sua abitazione, un casolare in mezzo ai boschi dell’Appennino tosco-romagnolo, nell’alto Mugello. È stato Giuseppe Di Tommaso, inviato di “La vita in diretta”, a ritrovare il piccolo mercoledì 23, in una scarpata distante circa tre chilometri dalla sua casa, mentre erano in corso le ricerche del Soccorso alpino con i cani molecolari (addestrati per percepire gli odori umani), dei Vigili del fuoco, della Protezione civile locale e di altri enti e corpi dello Stato. Quando scriviamo, sono in corso verifiche sui fatti di carabinieri e del Tribunale dei minori.

Da inviato a “eroe”. Ora ti ricorderanno per avere salvato la vita al piccolo Nicola, imprigionato in fondo a una scarpata...
«Credo che averlo tra le braccia sia stato il più bel riconoscimento che io abbia mai ricevuto nella mia vita».

Da cronista, raccontaci com’è andata.
«Mercoledì 23 giugno ero appena arrivato sul posto da Roma: nel pomeriggio avevo in programma il collegamento con Alberto Matano in studio a “La vita in diretta” per seguire la vicenda. Assieme alla troupe ci stavamo dirigendo in macchina verso l’abitazione dei genitori per realizzare delle riprese. A un chilometro e mezzo dalla cascina della famiglia, situata a Molino di Campanara, nel Mugello, in un bosco fitto, all’improvviso ho sentito l’esigenza di scendere dall’auto».

Non ti sei sentito bene?
«No, tutt’altro. Mi sentivo bene. Non mi chiedere perché ho avvertito quel bisogno ma, in quel preciso istante, dalla testa mi è arrivato questo segnale. Ho ribadito ai colleghi che erano con me di voler scendere e proseguire da solo».

Non ti ha spaventato l’idea di rimanere senza la compagnia di qualcuno in un posto isolato?
«I miei colleghi erano interdetti. Continuavano a dirmi: “Ma perché rimani qui da solo, in questo bosco, dove c’è poca rete e se volessi telefonare non ne avresti la possibilità?”. Per tranquillizzarli, ho detto loro di proseguire e di realizzare le immagini perché poi io, piano piano, li avrei raggiunti. Con una raccomandazione precisa: “Se vedete che non arrivo dopo un po’ di tempo, venite a cercarmi”».

Una volta sceso dall’auto, cosa hai fatto?
«Ho percorso forse una quindicina di passi, raggiungendo un punto aperto che dava sulla valle. Ho iniziato a respirare e a parlare ad alta voce. Avevo una sensazione strana dentro di me. Mai provata fino a quel momento. Ripetevo a me stesso: “Devo respirare, devo respirare, devo respirare”. Qualche secondo dopo ho sentito un lamento. Per avere conferma di ciò che avevo udito mi sono allontanato da quel burrone lungo circa una quarantina di metri e dopo ho sentito nuovamente flebili lamenti. Ho scosso la testa, mi sono dato un pizzicotto per capire se stessi immaginando».

Ti sei affacciato? Hai chiamato il bimbo?
«Guardando nel burrone, ho cominciato a chiamare, con tono moderato, il bambino. È stata un crescendo fino a quando ho urlato: “Nicolaaa, Nicolaaa”. Dall’altra parte, mi sento rispondere: “Mammaaa”. Lo sentivo lontano, mi si è gelato il sangue nelle vene».

Cosa hai fatto poi?
«Mi sono lanciato nel burrone, facendomi male alla gamba. Sono sceso ma non riuscivo a vedere il corpo del piccolo. La vegetazione fitta e la sterpaglia mi impedivano di mettere a fuoco il punto da dove proveniva la voce. Intanto continuavo a sentire i suoi lamenti».

Il cellulare non prendeva. Come hai fatto a chiedere aiuto?
«Ho notato che stava sopraggiungendo dall’altra parte della strada l’auto dei carabinieri. Avevo male alla gamba ma ho raccolto tutte le forze per risalire a gattoni e ho chiesto aiuto con la mano. Sulle prime i carabinieri mi hanno preso per pazzo. Ho detto loro di avere trovato il bambino e i militari, un po’ diffidenti, mi hanno spiegato che molto probabilmente si trattava di suggestioni, che quella zona era popolata da caprioli e altri animali i cui versi ricordano quelli di un bambino. Allora davanti a loro mi sono messo a urlare “Nicolaaa!”. Il bambino ha risposto per ben due volte chiedendo della mamma».

Siete dunque scesi?
«Si è calato prima il carabiniere, poi io. Lui ha attraversato il rovo per prendere il piccolo».

Quando lo avete raggiunto e ce l’avevate tra le mani, come ha reagito il bambino?
«Io ho evitato di toccarlo per non fargli male. Non sapevamo le condizioni. Nicola si è lanciato verso di noi. Il carabiniere lo ha preso in braccio. Lui piangeva e chiedeva della madre. Lo abbiamo accarezzato e rassicurato che lo avremmo portato subito dalla sua mammina e dal papà che lo stavano aspettando. Raggiunta la strada, c’erano i soccorsi e il bimbo è stato accolto dal personale medico».

Il 10 giugno abbiamo ricordato il 40° anniversario della tragedia di Alfredino Rampi. Questo tuo gesto, anche se in tempi e in circostanze diverse, ha rievocato quei momenti.
«Non sono un eroe. Ciò che conta è che il bambino sia vivo e sia tornato dalla sua mamma».

Ti sei chiesto chi ti ha guidato in questa operazione “sovrumana”?
«Sono molto credente. La mano di Dio è ovunque. Due settimane fa ho subito un delicatissimo intervento al viso per una cisti che stava erodendo l’osso della mascella. Questa cosa avrebbe potuto compromettere l’uso della parola. Anche in quel caso sono stato miracolato e ho voluto a tutti i costi rientrare a lavoro, e quello era il mio primo giorno, con mille paure e insicurezze».

Cosa ti ha detto Alberto Matano?
«È stato il primo che ho chiamato per fargli confermare la mia identità ai carabinieri: ero stravolto. A fatica riuscivo a parlare».

Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto?” ora ti vorrà in squadra...
«Questo lavoro è la mia passione (sorride). Non ho figli, ma ho un forte istinto paterno. Per Nicola ho provato una tenerezza infinita».

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