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Guido Meda, il diario della sua estate, tra vita privata e MotoGP

Il giornalista di Sky scrive per noi il diario della sua estate, tra vita privata e gare del Motomondiale

Foto: Guido Meda in una diretta della MotoGP. È passato a Sky nel 2015 dopo 27 anni a Mediaset

10 Agosto 2019 | 09:00 di Guido Meda

C'è una cosa di cui sono fiero, ma per davvero: che i miei anni di passione nomade per il Motomondiale non sono riusciti a mangiarsi nulla della mia vita privata, nulla del bello che ho attorno.

Mi chiamo Guido, ho una moglie fantastica che si chiama Guri e tre figli, due femmine e un maschio. Ludovica ha 17 anni, Vittoria ne ha 15 e Filippo 13. Siamo una famiglia allegra e unitissima, e a me pare un capolavoro che porta la firma di mia moglie. Una famiglia cresciuta nell’era di Valentino Rossi, la stessa era storica e sportiva che ha portato me in giro per il mondo a raccontare le corse in moto.

Sono un giornalista che ha passato 27 anni della propria vita a Mediaset e che poi si è trasferito a Sky, ma preferisco definirmi un “raccontatore”. Non ho la passione per lo scoop, non amo il pettegolezzo anche se, come si dice, “fa notizia”. E non mi piace dare fregature ai piloti che fanno già di loro i conti con il rischio, quello vero. Sono tollerante e indulgente perché provo rispetto per il loro mestiere, che è poi lo stesso che avrei voluto fare io nei miei sogni di bambino, mentre oggi, motociclisticamente parlando, sono solo un discreto amatore. Ho raccontato la vittoria e la sconfitta in tutte le loro sfaccettature e ho anche raccontato la morte, perché quello sport che ha dentro tanto colore e tanta allegria è anche l’attività più rischiosa che ci sia.

Così, in maniera un po’ vigliacca e ipocrita, non ho mai pronunciato la parola “motorino” in casa mia, mai in presenza dei miei figli. È semplice: io non l’ho proposto e loro non me l’hanno chiesto. Insomma, non ho mai seminato nulla che potesse avvicinare i miei tre piccoli a quell’amore per la velocità che si è impossessato di me tanti anni fa e non mi ha più lasciato. Sto bene a casa, ma sento il richiamo del Gp.

Il mercoledì sera è un rito: passo per i letti dei miei figli a dare un bacio e a prendermi un saluto, struggente come se partissi per tre mesi quando in realtà di norma sono cinque giorni di trasferta.

E poi c’è il mese delle gare a Oriente. Ecco, quelli sono 30 giorni secchi e filati via da casa, senza suonare il pianoforte (con soddisfazione dei vicini), senza ripassare storia o geometria, senza portare a spasso il cane, senza essere un marito e un papà fisicamente presente come lo sono invece quasi tutti gli altri mariti e papà normali.

Per le corse della MotoGP si sta via circa 120 giorni in un anno, coprendo distanze che equivalgono a tre volte e mezzo il giro del pianeta. Andare e venire, andare e venire, sempre, secondo una cadenza che ti stona la vita, rendendoti realmente incapace di stare fermo, come un vizioso della trasferta.

A Sky, dove sono vicedirettore e responsabile dei canali di MotoGP e Formula 1, ho trovato un team di persone straordinarie. Da questo punto di vista mi è sempre andata alla grande. Viaggiare con degli amici è un gran modo per mettere del pieno nel vuoto della lontananza. Il paddock fa il resto. Il paddock della MotoGP è un paesone, un circo, un accampamento in cui ci si conosce tutti, ci si può stare simpatici o antipatici, ma si sta bene.

Ci sono i momenti “comandati”, quelli delle conferenze stampa e quelli delle dirette, e poi ci sono i momenti segreti e intimi, quelli dei tramonti nella corsia box, quelli in cui i piloti, senza il casco sulla testa, sono uomini con le loro qualità e le loro debolezze da confidare; ragazzini diventati professionisti presto che più presto non si può, oppure adulti che hanno tenuto dentro vivo e sveglio il bambino che rende divertente il mestiere e la vita.

Altrimenti non si spiegherebbe come Valentino Rossi possa aver trovato divertente farmi strada in pista. Perché, in questa mia strana e bellissima professione, ho anche girato in pista con Valentino Rossi, che è un po’ come aver suonato sul palco con i Rolling Stones o aver recitato in un film con Jack Nicholson. Un privilegio enorme e divertentissimo! Perché la vita in autodromo, bisogna ammetterlo, è divertentissima e piena di umanità.

E a me piace da matti che questo aspetto emerga nelle dieci ore di diretta che consumiamo dal venerdì alla domenica di ogni santo Gran Premio, per un totale di 30 ore a botta. Non sono poche! Mi piace che il linguaggio sia diretto, che i miei giornalisti siano uomini e donne capaci di ridere, di centrare la notizia e anche di chiedere scusa se la sbagliano. Mi piace che le nostre telecamere siano gli occhi di chi
nel paddock e al Gran Premio non ci può venire fisicamente. Mi piace pensare che Sky Sport sia davvero riuscita a portare i suoi abbonati a vivere il Motomondiale come se fossero sul posto. La mia squadra lo ha capito, lo sa fare, funziona, piace anche e soprattutto per questo.

Quando si parla di qualità bisognerebbe intendere anche la qualità degli esseri umani che raccontano la materia, quella che io amo rendere visibile. La mia cabina di commento, che condivido con un amico vero come Mauro Sanchini, è uno spazio di tre metri per due ricavato all’interno di un mezzo mobile dove abbiamo pure lo studio, il montaggio e la redazione. La cabina di commento è il “sancta sanctorum” della diretta, il luogo in cui si parla, si ragiona, si descrive, si spiega secondo la regola d’oro (la mia) delle tre “Esse”: Simpatia, Semplicità e capacità di Sorprendere. Che poi è la stessa che cerco di portare a casa per dare qualità ai rapporti in famiglia quando la quantità di tempo a disposizione mi rema contro. Ma non cambierei niente, e per niente al mondo.