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01 Dicembre 2009 | 17:35

Il segreto di «CSI»? Sta in una formula matematica

Si sono messi al computer e stanno cercando di scoprire il segreto della serie televisiva perfetta. Sono Adam Ganz, professore e sceneggiatore, Fionn Murtagh, esperto informatico e il dottorando Stuart McKie, tre studiosi della University of London, assolutamente convinti che alla base del successo di serie come «CSI» e «Lost» ci sia un formula matematica […]

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Il segreto di «CSI»? Sta in una formula matematica

Si sono messi al computer e stanno cercando di scoprire il segreto della serie televisiva perfetta. Sono Adam Ganz, professore e sceneggiatore, Fionn Murtagh, esperto informatico e il dottorando Stuart McKie, tre studiosi della University of London, assolutamente convinti che alla base del successo di serie come «CSI» e «Lost» ci sia un formula matematica […]

01 Dicembre 2009 | 17:35 di Redazione

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Si sono messi al computer e stanno cercando di scoprire il segreto della serie televisiva perfetta. Sono Adam Ganz, professore e sceneggiatore, Fionn Murtagh, esperto informatico e il dottorando Stuart McKie, tre studiosi della University of London, assolutamente convinti che alla base del successo di serie come «CSI» e «Lost» ci sia un formula matematica – un algoritmo, ad essere precisi. Basta scovarlo e le chiavi dell’audience saranno a portata di studios.

«Stiamo cercando di capire» ha spiegato Ganz al «The Guardian» «cosa combinano Grissom, Catherine, Sara, Nick e il resto del cast in “CSI Las Vegas”. Alla fine, questi legami segreti potrebbero essere molto utili per aiutare altri scrittori a lavorare insieme e replicarli». Il lavoro di ricerca è stato affidato a un software creato da McKie e Murtagh che analizza le sceneggiature di alcuni episodi della serie.

«Fionn» ha spiegato ancora Ganz «ha creato degli algoritmi che contano ogni parola di una scena e le sue relazioni con tutte le altre parole. Questo permette di vedere come cambiano le parole rispetto a un particolare personaggio o le variazioni dei dialoghi». I ricercatori hanno inoltre creato dei filtri che studiano gruppi di parole per vedere come ogni episodio si relaziona agli altri presi in campione. «È un po’ come fare una radiografia» ha concluso Ganz. «Usare i raggi X non significa essere cattivi dottori: è un metodo per avere più informazioni».