In diretta dall’Ucraina, Luca Pesante: «Vi racconto come si vive col rischio di una guerra»

L’inviato di Tgcom24, è volato a Kiev e Leopoli nei giorni peggiori della crisi

24 Febbraio 2022 alle 08:13

Una guerra nel cuore dell’Europa: potrebbe succedere in Ucraina. Se la minaccia è chiara, molto meno lo sono le ragioni. Per capire qualcosa di più abbiamo parlato con Luca Pesante, l’inviato di Tgcom24 (potete seguire i suoi servizi sui tg Mediaset e sul sito di Tgcom24) che è volato a Kiev e Leopoli nei giorni più acuti della crisi.

Luca, quando sei arrivato in Ucraina?
«Giovedì 10 ero a Kiev, la capitale, con l’operatore Gunther Pariboni».

Quando è stato finora il momento peggiore della crisi?
«Domenica 13, quando l’attacco militare sembrava davvero imminente. Il giorno dopo ci sono state le prime dichiarazioni “concilianti” del ministro degli Esteri russo Lavrov ed è tornato un po’ di ottimismo».

Hai avuto paura?
«No, ma... come si dice? Le guerre sai come cominciano, ma non sai mai come finiscono. Il rischio maggiore era che chiudessero gli aeroporti. Uscire dal Paese sarebbe diventato complicato. Però gli ucraini non hanno rinunciato a vivere e questo era rassicurante. Tutto è aperto, anche le stazioni. Per esempio, per andare da Kiev a Leopoli ho preso un treno ad alta velocità (che poi andava a 180 chilometri orari)».

Perché sei andato a Leopoli?
«Come mi hanno detto: “Kiev è il cuore dell’Ucraina, ma Leopoli è l’anima”. Se a Kiev vedi ancora i giganteschi palazzoni sovietici, a Leopoli sembra di essere in Austria o in Polonia: del resto Cracovia o Lublino sono a poche ore d’auto. Per questo Leopoli è il centro della diffidenza antirussa».

Che cosa ti ha colpito di più in Ucraina?
«La quantità di giovani per le strade. L’Ucraina ha un tasso di nascite per noi impensabile. E questi giovani sognano l’Europa: vestono come noi, ascoltano la nostra musica, vedono i nostri film. L’altra cosa impressionante è la consapevolezza diffusa della minaccia russa: ho visitato una scuola elementare e mi hanno mostrato un rifugio antimissile con viveri, medicinali e aule per fare lezione. In Ucraina ci sono circa 10 mila scuole e ognuna ha il suo rifugio. C’è una materia che si chiama “difesa della patria”. E poi il freddo: fare interviste per strada a -10° non è esattamente un’abitudine, per un italiano».

E il cibo?
«Ho sperimentato la cucina locale con la mitica zuppa, il “borsch”, a base di barbabietola, e i “varenyki”, ravioli ripieni di cavolo, funghi e formaggio fresco. Deliziosi. Ma per chi vuole ci sono anche i ristoranti italiani. Del resto i legami con l’Italia non mancano».

Per esempio?
«Il Paese ospita molte opere salesiane. Ho visitato una scuola della capitale gestita dai missionari Don Bosco, segno di totale fiducia delle istituzioni (l’esatto opposto dell’era sovietica), e la casa-famiglia per gli orfani di Leopoli. I missionari salesiani hanno creato laboratori di eccellenza, per esempio di cucina e meccanica, che per i ragazzi rappresentano un trampolino verso il mondo del lavoro».

Ci spieghi come è nata la crisi?
«Per capirci qualcosa bisogna partire dalla storia. Primo: gli Ucraini hanno vissuto l’era dell’Unione Sovietica come una vera e propria occupazione. Secondo: la Russia ritiene di avere una sorta di diritto naturale al controllo di questo Paese, che sostanzialmente è una pianura di fronte ai suoi confini. Ecco perché il punto centrale della crisi è la possibilità che l’Ucraina entri nella Nato. Putin vuole rendere impossibile anche solo l’idea. Ma l’Occidente non può dire: “Ok, va bene”, perché significherebbe ammettere che l’Ucraina non è uno stato sovrano e non è libera di decidere il suo destino. L’altro punto centrale è che la Russia ha una Marina potentissima, ma dislocata solo nei mari del Nord. Con la scusa della crisi, Putin ha già trasferito una grande flotta in Crimea, nel mar Nero».

Si arriverà davvero a una guerra?
«Gli analisti pensano di no, ma chi può dirlo? Quando cominci a giocare col fuoco... E poi in un certo senso la guerra c’è già. La chiamano guerra ibrida, o guerra della paura. Sono gli attacchi telematici che bloccano gli uffici e creano migliaia di falsi allarmi bomba. Un giorno sono sceso in strada: a sinistra stavano evacuando una banca, a destra un supermercato. Ma gli ucraini restano calmi: ci sono abituati».

In una parte del Paese, però, si combatte davvero con le armi.
«Sì, in quello che viene chiamato “Donbass”. Si tratta più precisamente di due regioni (“oblast”) dove milizie irregolari filorusse vogliono l’indipendenza e combattono le forze armate regolari ucraine. In teoria gli accordi di Minsk avrebbero dovuto mettere fine alle ostilità, ma non è successo. E sia i russi sia gli ucraini accusano la controparte di non averli mai applicati».

E ora che succederà?
«La “partita dell’Ucraina” non finisce qui. Le persone che ho incontrato erano quasi stupite dell’allarme dell’Occidente: per loro la minaccia russa è “normale”. Del resto i rifugi antimissile non si costruiscono in un giorno... Come mi ha detto il vescovo di Kiev: “Noi abbiamo ragione e stiamo difendendo la nostra idea di libertà”».

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