Home TvJury Chechi: «Ecco come si vincono i Giochi Olimpichi»

Jury Chechi: «Ecco come si vincono i Giochi Olimpichi»

Parla il ”Signore degli Anelli”: «Ho avuto le mie medaglie, ma mi commuovo col judo»

Foto: Juri Chechi

09 Agosto 2016 | 15:10 di Giampiero Timossi

Nelle cose da salvare mette  un tema scritto a 9 anni, la medaglia d’oro vinta ad Atlanta nel 1996, quella di bronzo conquistata ad Atene otto anni dopo, uno specchio in camera, un barattolo di Nutella e l’immagine di Miss Villaggio Olimpico edizione 2004. Jury Chechi, detto «il Signore degli Anelli», ha fatto la valigia anche questa volta: a Rio 2016 sarà uno degli ambasciatori dello sport azzurro (e mondiale). Farà base a «Casa Italia», ma non starà mai fermo: «Guarderò tutto quello che potrò vedere, non solo Bolt e l’atletica leggera, non solo gli Azzurri, ma tutto, perché vi assicuro che io mi sono commosso anche alle qualificazioni del judo, alla finale del tiro a piattello e guardando l’equitazione. Datemi del pazzo, ma questa è la verità». Così ora narrerà di uomini, sport e imprese. Il racconto delle Olimpiadi, da chi le ha vissute, regala un sapore diverso.

Jury Chechi, partiamo dalla medaglia d’oro vinta alle Olimpiadi di Atlanta?
«Allora partiamo dalla Nutella, si può dire o è pubblicità?».

Si può, ma cosa c’entra?
«Quella gara finì tardissimo, tornai al villaggio a notte fonda. Andai in camera e, con la medaglia al collo, iniziai a spalmare la Nutella sul pane. Spalmavo e mangiavo, tutto il barattolo. Poi andai in giro a festeggiare con gli amici e persi il conto del numero delle birre bevute».

Una vita da atleta...
«Appunto. La mattina dopo, intorno alle 9, arrivò in camera il mio allenatore. Mi disse di prepararmi per il galà, gli risposi che era pazzo, i fumi dell’alcol mi avevano messo ko, non mi reggevo in piedi. Lui sorrise e mi spiegò che c’era un premio di 10.000 dollari: feci la doccia e via. Credo di essermi preparato in dieci minuti, al massimo».

Il bronzo di Atene?
«Lo festeggiai da solo, in camera, sempre a notte fonda. Non fu una vera festa, ma qualcosa di diverso, lo ricordo benissimo. Mi guardai allo specchio, con la medaglia al collo. In quel preciso istante, con quella immagine, mi fu chiarissimo che la mia vita da atleta si era chiusa. Ero felice, sereno e insieme malinconico».

Si era già ritirato nel 2000 a causa del secondo grave incidente della sua carriera. Poi?
«Mio padre stava male e si fece un patto: tu guarisci, io recupero e vado ad Atene. Ce l’abbiamo fatta, ma la vittoria più importante è stata la sua. Ora però non chiedetemelo...».

Cosa?
«Se amo di più l’oro di Atlanta o il bronzo di Atene. Amo vincere: a 9 anni scrissi in un tema che da grande volevo vincere le Olimpiadi. Ero un bambino con evidenti problemi, ma con le idee chiare. Però dipende, che cosa intendiamo per vittoria? Per me significa raggiungere l’obiettivo prefissato, giocare sempre pulito, saper accettare le sconfitte. So di aver agito così. Per questo Atlanta e Atene sono entrambe due immense emozioni».

Cosa significa vivere nel villaggio olimpico?
«Tutti dovrebbero viverci almeno un giorno. Sarebbe un mondo migliore. Per me dovrebbe essere obbligatorio, non solo per i partecipanti».

Un’immagine che porta con sé?
«Ad Atene, gli atleti di Israele e Palestina che mangiano e ridono allo stesso tavolo. E non dimentico (ride) Miss Villaggio Olimpico, sempre ad Atene, una meravigliosa atleta palestinese».

Cosa dice a Gianmarco Tamberi, il saltatore azzurro che ha dovuto rinunciare a Rio per un infortunio?
«Di non mollare, di prepararsi per Tokyo, sarà la sua grande Olimpiade. Ci sono passato».

E alla portabandiera Federica Pellegrini?
«Vai Fede! La fatica non conta, per me portare la nostra bandiera ad Atene è stato come vincere un’altra medaglia».

Cosa non bisogna perdere di Rio 2016?
«Perdere?!? Delle Olimpiadi non si deve perdere nulla. Fidatevi». Grazie, Signore degli Anelli, ci fidiamo moltissimo.