Sanremo 2021

Kabir Bedi: «Grazie Italia, mi hai regalato… Sandokan»

L’attore indiano si racconta a Sorrisi, dai film di 007 ai (quattro) matrimoni. Ma nel cuore ha il nostro Paese

Kabir Bedi
21 Gennaio 2021 alle 09:20

«Spesso in India si avvicinano con grandi sorrisi degli italiani che non conosco dicendomi: “Kabir! Sandokan! Tu sei il motivo per cui viviamo qui”. E poi mi raccontano una storia sempre simile: da bambini guardavano “Sandokan” e si sono innamorati dell’India, quindi sono venuti qui in vacanza, poi hanno trovato un lavoro o l’amore...». Insomma, Kabir Bedi (o, se preferite, Sandokan) ha fatto di più, per i rapporti tra India e Italia, di mille incontri diplomatici. Lui stesso dice: «Vorrei essere un ponte che unisce questi due Paesi». Ci parla da Mumbai, dove vive, anche se viaggia spesso in America e in Italia. E quindi gli chiediamo...

Cosa sono per lei l’Italia, l’India e l’America?
«L’India mi ha reso chi sono e mi ha lanciato come attore. L’America mi ha fatto conoscere in tutto il mondo con il film di James Bond “Octopussy” e la serie “Beautiful”. Ma è l’Italia che mi ha reso immortale, grazie a “Sandokan”!».

Il periodo del lockdown dove lo ha passato?
«Ero a casa a Mumbai con la mia bellissima moglie Parveen e una brava cuoca. Quindi sono stato più fortunato di molti. Ho usato il tempo per scrivere un libro sulla mia vita. È stato un periodo molto creativo, ma il mio cuore va a tutti coloro che hanno sofferto».

Lei è nello stesso tempo una star di Hollywood (il cinema occidentale) e Bollywood (la più grande industria cinematografica del mondo, quella indiana). In che cosa si assomigliano e in cosa no?
«I nomi cambiano ma “the game is the same”, cioè fanno lo stesso gioco: film e intrattenimento per miliardi di persone. Hollywood ha più soldi e programmi molto rigidi, manageriali. Bollywood è molto più aperta e flessibile. Come agli italiani, agli indiani piace improvvisare mentre lavorano. Hollywood non lo permette».

Ma lei preferisce lavorare all’italiana, all’americana oppure all’indiana?
«Preferisco lavorare. Ogni metodo ha i suoi pro e contro, e soprattutto da ognuno posso imparare qualcosa. Per esempio, Lino Banfi è simpaticissimo ma ha una tecnica opposta alla mia. Sul set di “Un medico in famiglia” io seguivo rigorosamente il copione, lui invece adorava improvvisare. Il problema è che così io non sapevo mai quando parlare. Alla fine gli ho detto: “Lino, improvvisa pure quanto vuoi, ma non cambiare l’ultima battuta. Così posso intervenire al momento giusto”. E abbiamo risolto. All’italiana».

Per tutti gli italiani lei è, e sempre sarà, soprattutto Sandokan. Che effetto le fa? È una cosa che ama oppure qualche volta le pesa anche un po’?
«Lo considero un grande complimento: Sandokan è un ruolo iconico, simbolo di coraggio e libertà. Ma ho avuto anche la fortuna di interpretare parti diverse per mostrare la mia abilità».

Dai tempi di “Sandokan” cosa è cambiato di più nella sua vita?
«Tutto! Ci sono stati matrimoni e divorzi, nascite e morti, successi e fallimenti: per raccontarli tutti dovrei scrivere un libro. Infatti, lo sto facendo».

E in Italia?
«Quello che non è cambiato è la “crisi”. Quando arrivo in Italia sento immancabilmente la parola “crisi”. Sembra che l’Italia sia sempre “in crisi”, e ogni crisi è più grande dell’altra. Ma lo spirito degli italiani è insopprimibile, e superano tutto. E l’amore e il calore che ricevo dal popolo italiano è sempre lo stesso».

Chi sono gli italiani più importanti della sua vita?
«Sergio Sollima, Nino Novarese e i fratelli De Angelis, rispettivamente il regista, l’art director e i musicisti di “Sandokan”. E poi Angelo Infanti che ha lavorato con me in “Il Corsaro Nero”, per il calore della sua amicizia».

Questa estate l’attore turco Can Yaman andrà sul set per interpretare Sandokan in una nuova fiction. Che effetto le fa sapere che l’eroe di Emilio Salgari avrà un nuovo volto?
«Ho sempre pensato che “Sandokan” dovesse essere rifatto con i moderni effetti speciali. Sono sicuro che Can Yaman sarà un degno successore. Non vedo l’ora di vederlo in questa nuova incarnazione».

Dopo Sandokan lei ha partecipato al film di 007 “Octopussy - Operazione piovra” e a molte serie americane: “General Hospital“, “Dynasty”, “Magnum, P.I.”, “Supercar”, “Beautiful”... Quale di queste esperienze le è rimasta più impressa?
«Il set di James Bond mi ha colpito per il perfezionismo. “Beautiful” mi ha fatto vivere l’esperienza di stare intensamente sul set tutti i giorni della settimana per quasi un anno».

Nel 2005 è diventato anche l’imperatore Shah Jahan nel film “Taj Mahal: an eternal love story”. Altre volte ha fatto il maharaja (il Re per gli indiani), il condottiero o il capopolo. Insomma le si addicono ruoli... regali. Perché?
«I produttori mi vedono “bigger than life” (un’espressione americana che significa “più grande della vita stessa”, ndr) e non come un tassista, un dottore o un insegnante. Anche se a me piacerebbe interpretarli tutti. Sullo schermo sembro grande e forte, ma mia moglie mi definisce “un gigante gentile”».

Nel 2004 ha partecipato a “L’isola dei famosi”, classificandosi secondo. Il ricordo più vivido di quella esperienza?
«Che le persone farebbero qualsiasi cosa per vincere! Persino quando non è etico. Mi ha anche insegnato di quanto poco cibo abbia davvero bisogno un essere umano per sopravvivere. Sono orgoglioso di aver quasi vinto contro persone più giovani e in forma di me».

Lo rifarebbe?
«Allora era una sfida che non ho potuto rifiutare. Oggi lo considero un ottimo programma... per perdere peso (ride di gusto), ma non lo rifarei».

Nel 2019 è stato nominato cittadino onorario di Caggiano, un paesino del salernitano. Come mai? Cosa la lega a quei luoghi?
«Ho viaggiato in tutta Italia e sono stato premiato in molte città. La Repubblica Italiana mi ha nominato Cavaliere. Ma Caggiano ha un posto speciale nel mio cuore perché mi hanno fatto cittadino onorario per puro amore. Il calore e l’ospitalità dei piccoli paesi italiani supera quello delle grandi città».

Lei per noi rappresenta l’India. Ma gli indiani come vedono l’Italia?
«Conoscono la vostra grande storia, la moda e il cibo. Ogni città ha almeno un ristorante italiano. E io ogni tanto ci vado per mangiare i miei piatti preferiti: risotto alla milanese, ossobuco e pollo alla cacciatora».

Nel suo sito personale ha un posto importante la foto dell’incontro con papa Giovanni Paolo II. Perché? Cosa ricorda di quel giorno?
«Ho incontrato Sua Santità nel 1998, in occasione del Memoriale per Madre Teresa di Calcutta, a Roma. Sono rimasto impressionato dalla magnificenza della sua presenza. Ho sentito un’energia speciale in lui quando gli ho tenuto la mano».

È vero che sua madre era una suora buddista e che anche lei ha pensato di diventare un monaco?
«Certo. Mia madre è diventata la suora buddista con la carica più alta al mondo. E io ho fatto il monaco per alcuni mesi in Myanmar. Mio padre Baba Bedi, invece, era un filosofo e ha trascorso gli ultimi 30 anni della sua vita in Italia».

Con la Onlus “Care & Share” si occupa di far studiare i bambini indiani più poveri. Perché si dedica a questa causa?
«Come le ho detto, ho sempre cercato di essere un ponte tra Italia e India. “Care & Share” è un ente di beneficenza italiano che si prende cura ed educa i bambini delle baraccopoli dell’India, accompagnandoli dalla scuola materna all’università. Sono molto felice di essere il loro ambasciatore onorario. È il mio modo di restituire qualcosa al mondo, perché la vita mi ha dato molto di cui essere grato».

Lei si è sposato ben quattro volte (e ha avuto tre figli). Come mai?
«Questa è una lunga storia... Non tutti i matrimoni funzionano, ma sono orgoglioso di essere rimasto amico di tutte le mie ex mogli. La vita è più breve di quanto si pensi: l’amore può non durare, ma la gentilezza dovrebbe sempre rimanere».

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