Home TvLidia Bastianich racconta il suo «Junior Masterchef»

Lidia Bastianich racconta il suo «Junior Masterchef»

La cuoca italiana più amata d’America torna nella giuria del talent di Sky Uno dal 15 aprile

Foto: Bruno Barbieri, Lidia Bastianich e Alessandro Borghese

15 Aprile 2015 | 14:32 di Andrea Di Quarto

«Se i primi erano splendidi, questi sono ancora più “furbetti”: hanno visto la prima edizione e sanno già come comportarsi. E sono anche molto competitivi». Lidia Bastianich, al telefono da uno dei suoi ristoranti di New York, descrive così i 14 aspiranti cuochi della seconda edizione di «Junior MasterChef», il baby talent show culinario (i concorrenti hanno dagli 8 ai 13 anni) che parte mercoledì 15 su Sky Uno.

Confermata come giudice al fianco di Bruno Barbieri (in giuria anche nella versione adulta) e Alessandro Borghese, altro chef televisivo di provata esperienza, Lidia è una vera icona della gastronomia italiana d’oltreoceano. Istriana, profuga da Pola a Trieste, poi emigrata a New York, ha costruito un piccolo impero con il marito e i due figli Joe (anche lui giudice di «MasterChef», negli Usa e in Italia) e Tanya. Oltre a possedere diversi ristoranti in società con i figli negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, scrive libri e conduce programmi televisivi dedicati alla cucina fin dal 1998.  

Una volta i bambini da grandi volevano fare il calciatore o la ballerina. Ora sognano di diventare chef. Che succede?
«Che hanno una competenza, ma soprattutto una passione impressionanti. Mi stupiscono. Credo che sia una questione di ambiente. I bambini italiani crescono in una realtà dove il cibo è davvero importante».

Bisognerà spiegar loro, però, che è un lavoro duro: in cucina non ci sono soltanto le telecamere...
«Sì, ma è sbagliato anche metterla solo sul piano della fatica. La cucina è amore, il nostro è un lavoro piacevole: è dare piacere, offrire accoglienza. Il cibo unisce, il cibo è ricordo. Io, per esempio, quando lasciai l’Istria non ebbi il tempo di salutare la mia nonna, che rimase lì. Per tanti anni mangiare le cose che cucinava lei, sentirne il profumo, è stato l’unico modo per ricordarla, per essere in contatto con lei».

Il cibo ha significato benessere e affermazione sociale per lei e la sua famiglia; immagino però che ci sia stato un tempo in cui era un oggetto del desiderio...
«Eccome! Vivevamo in un campo profughi a Trieste, un ex campo di concentramento. Si faceva la fila, interminabile, per un tozzo di pane e un cucchiaio di minestra. Eppure anche di quel cibo ho un ricordo dolce: quelle attese in cui si socializzava, il cibo che si condivideva...».

I vostri concorrenti sono straordinari. Sono davvero dei fenomeni o siete voi che li istruite?
«I bambini sono molto bravi, ma durante il percorso noi li aiutiamo a crescere: li alleniamo, se così si può dire. Sul set ci sono sempre tre cuochi che li preparano e insegnano loro dei piccoli trucchi, le cose di base. D’altronde non si può pretendere che un bambino di otto anni sappia sfilettare perfettamente un pesce!».

Lei a che età ha cominciato a cucinare?
«Da piccola, ma più che cucinare davo una mano alla mamma in campagna: raccoglievo le olive, le sgranavo».

Il primo piatto che ha cucinato?
«Oddio, non lo ricordo... Sicuramente qualcosa che  aveva che fare con le uova, magari una frittata».

Ha fatto tutto da autodidatta?
«No. Agli inizi ho aiutato i cuochi del mio ristorante e imparato da loro, ma poi ho fatto degli stage. La tecnica è fondamentale e ci vuole qualcuno che te la insegni, non si può improvvisare».

I suoi figli, cresciuti in un ristorante, sanno cucinare?
«Sì, quando facciamo delle riunioni di famiglia ognuno cucina il proprio piatto e devo dire che se la cavano».

Joe a «MasterChef» tira sempre fuori la storia degli spaghetti con le polpette che mangiava da piccolo e pretende che i concorrenti li sappiano fare. La prego, glielo dica lei che in Italia non li mangia nessuno...
«Vede, quello è un classico cibo da italoamericani (ride, ndr), anche se ho visto che in Abruzzo gli spaghetti con le polpette li cucinano. La differenza è che usano polpettine mentre da noi ci sono queste “meatballs” enormi. Sa, gli emigranti erano così poveri che prima di venire in America non conoscevano la carne e allora abbondavano...».

Qual è il piatto italiano che ci rappresenta di più in questo momento a New York?
«Il risotto vive una grande popolarità. Finalmente gli americani si sono impadroniti della tecnica e tutti i più grandi ristoranti lo propongono. Il riso piace molto e tra l’altro è senza glutine... In generale poi c’è una grande scoperta delle verdure italiane: la cicoria, le puntarelle... Ormai  anche qui riusciamo ad avere tutto, sa?».

Suo figlio Joe quando si arrabbia lancia i piatti. Lo ha imparato da lei?
«Ma no, per carità! Certi eccessi fanno parte dello show, è la “drammatizzazione” della tv. Io non ho mai fatto quelle cose, al massimo qualche volta lo inseguivo con la scopa. Ma non lo beccavo mai».  n