Lino Banfi: «Me li sono goduti tutti, questi anni»

«L’11 luglio è un compleanno importante: sono 85. Ma visto che in realtà sono nato il 9 luglio, festeggerò anche quel giorno, come faccio da sempre»

Lino Banfi
9 Luglio 2021 alle 07:59

Una grande festa per Lino Banfi. Anzi due. Anzi... tre! È lui stesso a spiegare il perché: «L’11 luglio è un compleanno importante: sono 85. Ma visto che in realtà sono nato il 9 luglio, festeggerò anche quel giorno, come faccio da sempre. E poi c’è il ricevimento per il matrimonio di mia nipote Virginia con Gianluca, che ho celebrato io, personalmente, il 3 luglio».

No aspetti, sono confuso: andiamo con ordine. Per cominciare, cos’è questa storia del doppio compleanno?
«Allora, io su tutti i documenti ufficiali ho la data dell’11, ma in verità sono nato il 9. Il fatto è che a quei tempi, dalle mie parti, si usava registrare la nascita dei bambini due o tre giorni dopo, “così vivrà due giorni di più”... dicevano proprio così».

Ah, ecco. E come avrebbe fatto a celebrare il matrimonio di sua nipote Virginia? Lei non è mica un parroco. E neppure un sindaco...
«Si può fare, si può fare! È andata così: alla mattina il sindaco di Bolognano, il paesino abruzzese dove è avvenuta la cerimonia, ha redatto i documenti ufficiali. E la sera si è tolto la fascia di sindaco e me l’ha fatta indossare (solo per un’ora, eh!) per ripetere la cerimonia con il pubblico. “In cambio però devi diventare cittadino onorario di Bolognano” mi ha detto. “Ma ben volentieri” gli ho risposto io!».

Ottantacinque sono un traguardo importante...
«Sono sommerso dagli auguri. Poi, dopo che Ciro Immobile ha citato il mio Oronzo Canà per festeggiare un gol dell’Italia, sono diventato una sorta di protettore della Nazionale. Io per fare una gag avevo mandato un video dicendo: “Usate lo schema Spinazzola-Immobile. Ma non che Spinazzola deve restare immobile! Gli deve passare la palla, a Immobile!». Oh, hanno davvero segnato così. Ora mi chiamano “Lino nazionale”. Io dico, chiamatemi “Lino di Mameli” che suona anche meglio...».

Oronzo Canà è il protagonista di “L’allenatore nel pallone”, uno dei suoi film più famosi. E non è un caso che Rete 4 lo mandi in onda in suo onore, insieme al seguito girato 24 anni dopo...
«Mi fa piacere. Ho tanti bei ricordi legati a quei film. Mi hanno fatto diventare “di culto” anche nel mondo del calcio, con tutti quei campioni che appaiono come star».

Chi ricorda meglio?
«Buffon era bravissimo, molto professionale. Ancelotti racconta le barzellette, ma appena s’accende una telecamera diventa serissimo. Graziani aveva ancora i capelli e mi prendeva in giro, gli ho detto: “Guarda che diventerai come me”. Lo vede che prevedo il futuro?».

E chi aveva più talento? Come attore, intendo.
«Francesco Totti: tempi comici perfetti. Lui è come me, ha una simpatia spontanea. Di me i critici dicevano che non dovevo neanche sforzarmi a recitare, perché tanto facevo ridere lo stesso... Che poi è il modo in cui ho cominciato, in seminario, a 13 anni. Nelle recite sacre potevo essere San Pietro o San Giuseppe, ma tutti ridevano. E il rettore si arrabbiava moltissimo. Poi anche lui ha capito che quello era il mio dono naturale. Quando lasciai il seminario piangevo e lui mi disse: “Lino, ma tu non sei nato per predicare, tu sei nato per far ridere la gente”».

E aveva ragione! Invece il canale Cine34 la onorerà col ciclo “Banfi 85” che contiene anche alcune famigerate commedie sexy degli Anni 70 e 80, come “Cornetti alla crema” e “L’infermiera nella corsia dei militari”...
«Macché famigerate, erano film ingenui e puliti. Anche perché le attrici facevano la doccia in continuazione: più puliti di così! Lì mi accadde l’episodio più buffo della carriera. Stavamo girando una scena “sexy” con Edwige Fenech, dovevo toccarle il seno e insomma non ci riuscivo, ero imbarazzato... Faceva un caldo infernale e a un certo punto il tecnico delle luci, tutto sudato, grida: A Lì, datte ’na mossa, me sembra che stai a svità ’na lampadina!”. Da allora, quando chiamo Edwige per farle gli auguri a Pasqua e Natale le chiedo sempre: “Come stanno le lampadine?”. E lei si mette a ridere».

Dopo è arrivato “Un medico in famiglia” ed è cambiato tutto.
«Quella serie mi ha fatto conoscere ai giovani che non avevano visto i film. Ogni generazione ha le sue “Banfiate”, come le chiamo io. C’è pure un gruppo social che si chiama “Noi che amiamo Lino Banfi” e hanno scritto che stanno preparando un vocabolario di “Banfiese-Italiano”. Non vedo l’ora di leggerlo».

Fra tante dimostrazioni di affetto, quale l’ha colpita di più?
«Quella di papa Francesco. Lo scorso dicembre don Sergio, un sacerdote mio amico, mi dice che posso vederlo, da solo, prima dell’udienza generale. Durante l’incontro il Pontefice mi poggia una mano sulla spalla e fa: “So che lei è una persona importante”. Detto dal Papa! “E so che siamo coetanei. Li porta bene i suoi anni... Del resto mi dicono che lei è il nonno d’Italia”. “E lei è l’abuelo (“nonno” in spagnolo, ndr) del mondo” ho risposto io. Poi gli ho chiesto di fare un selfie e mi ha detto: “Ma io non ho il telefonino, lei ce l’ha?”. “Io sì. Ma non so fare i selfie”. E così niente foto-ricordo».

Anche Zalone l’ha omaggiata in “Quo vado?”. Lo considera un allievo?
«Ma quale allievo, Checco è un maestro della commedia. Dopo tanti film da protagonista quel “cameo” non lo volevo fare, ma lui si è messo a imitarmi e con la mia stessa voce ha detto: “Lino, ti prego, lo devi fare, tu hai aperto la strada alla pugliesità!”. Irresistibile».

E allora, mentre ci apprestiamo a rivedere “L’allenatore nel pallone”, ci tolga una curiosità: ma lei ha mai giocato a calcio?
«Mai. Però qualche volta ho fatto il presidente della Nazionale Attori. Entravo in campo col numero 100 e il punto di domanda sulla maglia, finché l’arbitro non mi cacciava. In realtà era tutto un trucco per far tirare il fiato a Nuti, Troisi, Verdone e compagnia... È stata una buona carriera anche quella, ma non ho mai raggiunto i livelli del grande Oronzo Canà».

Seguici