Luciana Littizzetto: «Ho una famiglia non tradizionale»

Parla nel suo nuovo libro “Io mi fido di te” dei due figli in affido «nati non dalla mia pancia, ma dal cuore»

Luciana Littizzetto  Credit: © Cosimo Buccolieri/Mondadori Portfolio
14 Ottobre 2021 alle 08:43

Quando arriva al Circolo dei lettori di Torino per scattare il servizio fotografico della nostra copertina, indossa una mascherina rosa e le ridono gli occhi. Luciana Littizzetto è così come appare in tv la domenica sera da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”: scanzonata e irriverente.

La “Lucianina” di come siamo abituati a volerle bene: sempre pronta a cogliere il lato buffo in ogni cosa. E lo fa anche nel nuovo libro “Io mi fido di te”. Sottotitolo: “Storia dei miei figli nati dal cuore” (Mondadori), in cui racconta cosa vuol dire essere una mamma affidataria da 15 anni e chi sono i suoi due ragazzi, Vanessa e Jordan. Durante l’intervista gli occhi le brillano e a volte le si velano di commozione: questo non è un romanzo, è vita vera. E lei ci ha messo dentro tutto l’amore del mondo.

Luciana, perché questo libro, perché proprio adesso?
«Per mille motivi: perché gli affidi sono diminuiti, perché la pandemia ha complicato ancora di più le cose, perché si hanno meno soldi per affrontare le spese che questo percorso richiede. Era un’urgenza: si scrive sempre perché si ha bisogno di dire delle cose. Io volevo mettere al riparo i ricordi».

Lo “covava” da tempo dentro di sé?
«Sì, ma ho aspettato che i miei figli fossero grandi per scriverlo».

I ragazzi lo hanno letto in anteprima?
«Di più: in pratica l’ho scritto insieme con loro. Alcune cose li facevano ridere, altre meno e non mi hanno dato il “permesso” di raccontarle. Se avessi dovuto scrivere tutto, sarebbe venuta fuori la Treccani! In 15 anni di famiglia affidataria, ho risolto più di un problema, “ma poi me ne restano mille”, come canta Orietta Berti. Alla fine a me è andata bene, perché i miei figli sono rimasti con me. Ma l’affido non sempre è così: non è detto che il percorso si concluda con un’adozione».

Lei si considera una mamma imperfetta?
«Anche per quelli nati dalla pancia, di figli, mica esiste il libretto delle istruzioni. Figuriamoci per quelli in affido. I miei bambini sono arrivati a casa che erano già grandi, fratello e sorella: Jordan andava in quarta elementare, Vanessa in seconda media. Ho dovuto imparare in fretta, a modo mio: sono una mamma-saltimbanco che cerca di essere autorevole, arrabattandosi. E ho capito che l’unica via è l’amore, l’amore incondizionato».

Come si è fatta strada in lei l’idea dell’affido?
«La scintilla è scoccata grazie a Maria, la mitica “Defilippica”: 18 anni fa ero a casa sua a prendere un caffè e mi confidò che aveva iniziato questa esperienza. Ho capito che era difficile, ma non difficilissima. Quello è stato il semino che poi ha dovuto germogliare per un po’ di tempo».

Fino al primo incontro con i bambini, in comunità, in un paesino di campagna vicino a Pavia.
«Due topini. Lei con le trecce, lui pieno di graffi in faccia, fatti da sua sorella. Siamo andati a trovarli più volte e li portavamo sempre a mangiare fuori con gli altri bambini della comunità: una baraonda… ogni volta dovevamo smontare la pizzeria».

Fratello e sorella erano felici della nuova famiglia?
«Lui non vedeva l’ora di venire a casa, lei era un po’ impaurita: Vanessa si spaventa sempre un po’ di fronte ai cambiamenti. In alcune cose fratello e sorella sono opposti».

Per esempio?
«Jordan sembra un navigatore satellitare: ricorda tutti i nomi delle strade, ma anche i nomi di battesimo dei titolari delle vie, e persino la loro professione, se è segnalata sulla targa. Tipo: “Via Carlo Vidua. Esploratore. Via Giulia Molino-Colombini. Pedagoga”. Vanessa, invece, quando guida si perde e chiede: “Dov’è che devo girare?”».

I primi tempi per conquistare la loro fiducia li ha presi per la gola?
«Ci ho provato, ma era impossibile. Jordan mangiava solo pasta in bianco: scolata e basta. Vanessa invece è allergica a tantissime cose: con i gamberetti si riempie di pomfi, con la cioccolata inizia a grattarsi. Ma è allergica anche agli orecchini, a meno che non siano di platino tempestati di diamanti. A volte penso che sia allergica alla vita: come la capisco…».

Altre piccole preoccupazioni con Jordan?
«Sgamare le sue bugie, perché ha un talento incredibile. Una volta pensavo di essere impazzita perché parcheggiavo la macchina in un posto e poi non la trovavo più o la ritrovavo altrove. Poi, facendoci caso, lo specchietto era spostato, il sedile pure. Ho capito che la prendeva Jordan quando ho trovato sul tappetino le sue infradito e mi sono infuriata».

E con Vanessa?
«Il suo disordine cronico. Marie Kondo, la guru giapponese del riordino, sempre calma e pacata, in camera sua avrebbe reazioni violente. Vanessa conserva tutto e non butta mai niente. Una quantità di peluche infinita, pupazzi di tutte le taglie, enormi orsi e conigli con cuori e scritte “Ti amo”, regali dei fidanzati. Avete presente quelli che si trovano all’imbocco delle tangenziali? Ecco».

Negli anni è stato più complicato affrontare i colloqui con i prof o con i fidanzati?
«Bella gara. Io da ex insegnante tendevo sempre a dare ragione ai prof, anche perché loro non è che si strappassero i capelli per studiare… Quanto ai fidanzati, me li hanno sempre portati in casa, tutti».

Per avere la sua approvazione?
«No, per spiccato senso di accoglienza. I miei figli sono stati accolti e, a loro volta, sono diventati accoglienti. Io ho sempre cercato di non dare giudizi sui vari fidanzati, ma il senso si capiva e si continua a capire dalla mia faccia. È un po’ come se avessi il sottopancia con i sottotitoli, come in tv».

La tv è il suo mestiere, è anche parte della vostra famiglia?
«Il televisore a casa non è mai stato un focolare domestico. Quando sono arrivati, Jordan e Vanessa volevano vedere solo “La sai l’ultima?”, oggi guardano le serie per i fatti loro. Ma hanno sempre accettato e rispettato il mio lavoro, anche se quando io sono in onda, magari, loro spengono la tv. I miei figli mi hanno sempre tenuto ancorata alla realtà: chi fa il mio mestiere con il successo a volte tende ad allontanarsi dal mondo reale. Loro due mi hanno tenuto con i piedi per terra ed è per questo che, in trasmissione da Fabio, parlo sempre di problemi concreti».

Con Fazio parla spesso della sua famiglia?
«Abbiamo sempre parlato delle nostre esperienze di genitori. Io però sono quella che ha “aperto le danze”, perché i miei figli sono più grandi dei suoi. Ogni volta che per lui arriva una nuova gioia o una nuova paturnia, io sono quella “avanti”. Lui chiede: “Luciana, anche a te è capitato che…”. E io: “Vedrai, tra un paio d’anni…”».

Del resto, come dice il proverbio, figli piccoli…
«…guai piccoli. Figli grandi, guai grandi».

Ogni mamma per il futuro dei suoi “cuccioli” si augura il meglio.
«Tranne la mamma quokka, un marsupiale peloso piccolo come un chihuahua, la più egoista che ci sia in natura. Quella, se arriva il predatore, sacrifica il cucciolo perché sa che altrimenti morirebbero in due: madre e figlio. Noi umane invece tendiamo a sacrificare la nostra vita per i pargoli. Perché un giorno magari abbiano un futuro migliore del nostro».

Com’è andata nel suo caso?
«Oggi Jordan lavora nelle produzioni cinematografiche, Vanessa nella comunicazione. Forse sono strade diverse da quelle che mi immaginavo anni fa. Ma se della maternità ho capito una cosa è che i figli sono come i fiori. Tu semini papaveri? Loro vengono fuori tulipani o narcisi o peonie. E va bene lo stesso».

I suoi figli oggi la chiamano “mamma”?
«Mi chiamano “Lu”. A me dispiace un po’, ma capisco il loro punto di vista: per loro “mamma” è stata un’altra donna, un ricordo pieno di tormento. Me l’hanno spiegato così: “Questa parola, mamma, per te così bella, per noi è una ferita, noi l’abbiamo sprecata”».

Il suo libro si chiude con un capitolo intitolato “…”, puntini di sospensione. Ci sarà un “sequel” della storia, parlerà ancora dei suoi figli in un altro libro?
«E chi lo sa. I tre puntini sono il silenzio, le parole non dette e quelle che verranno. I figli crescono, fanno delle scelte. Il futuro, per fortuna, è imprevedibile».

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