Marino Bartoletti: «Quante soddisfazioni, in questi 40 anni di carriera»

Giornalista sportivo, esperto di musica e scrittore, si racconta a Sorrisi. Dagli esordi con Aldo Biscardi all’ultimo romanzo

12 Novembre 2022 alle 08:37

Marino Bartoletti è uno dei volti più noti della tv: ha attraversato senza soluzione di continuità gli ultimi quattro decenni del piccolo schermo, parlando di calcio, ciclismo, libri, musica, spettacolo, Festival di Sanremo. Da professionista (per lo sport) e appassionato (per la musica). Con i baffi neri, i capelli folti, l’eloquio preciso, la competenza di chi sa le cose e un guizzo ironico negli occhi.

Bartoletti, quand’è l’ultima volta che è apparso in tv?
«Le apparizioni le ho abbastanza diradate. Scelgo solo le cose che mi piacciono e in cui mi riconosco, soprattutto se si parla di musica e intrattenimento».

E la prima?
«Ho esordito 40 anni fa, quando venni chiamato a condurre “Il processo del lunedì” su Rai3, tra il settembre e l’ottobre del 1982».

Come fu il debutto televisivo?
«Inatteso ed emozionante. Prima di allora nella sede Rai di Milano facevo solo dei collegamenti con “Il processo del lunedì” condotto da Enrico Ameri. Poi, dopo i Mondiali dell’82 vinti dall’Italia, i giornalisti che erano stati critici con la Nazionale, compreso Ameri, vennero messi in una sorta di lista di proscrizione».

Chi puntò su di lei?
«Ero un ragazzino di 33 anni con i baffi, mi scelse Aldo Biscardi e gliene sono ancora grato. Gli devo l’inizio della mia carriera in tv».

Lei e Biscardi, due stili opposti.
«Io avevo un tono più leggero e sdrammatizzante, lui era più intenso... Poi allentò le briglie e il calcio diventò quel grande romanzo popolare da cui venne fuori una comunità chiassosa che fece epoca. Anche se in questi giorni verrebbe da dire: “Ridateci Biscardi!”».

Così da giornalista della carta stampata si votò al piccolo schermo.
«Avevo iniziato a scrivere a 19 anni, a Forlì nella cronaca locale di “Il Resto del Carlino”, bisognava occuparsi di tutto. Da lì è iniziata la mia carriera, l’ho fatta fino a dirigere le testate sportive di Rai e Mediaset».

Era quello che sognava da bambino?
«Ero già molto appassionato di sport e musica: non pensavo che avrei fatto il critico musicale, mi sembrava più naturale seguire lo sport».

E la musica?
«Mio padre era polistrumentista a livello amatoriale: suonava sassofono, violino e clarinetto nelle più importanti orchestre del liscio della Romagna. Io mi adattai ad “assassinare” una chitarra».

Dopo “Il processo del lunedì” arrivò “La Domenica Sportiva”.
«Era molto emozionante: ti dava una grande responsabilità. Facevamo 10 o 12 milioni di spettatori ogni domenica sera: dopo le cronache delle partite c’erano i servizi e si davano le quote della schedina del Totocalcio, le leggeva Mariolina Cannuli».

Poi fu chiamato a Mediaset.
«Inventai “Pressing”, che era il rivale di “La Domenica Sportiva”. Silvio Berlusconi mi chiamò dicendo che ero la persona giusta per portare lo sport sulle reti Mediaset. Dopo due anni ci lasciammo da buoni amici».

Dei tanti “allievi” chi ricorda con orgoglio?
«Alberto D’Aguanno, per la sua bravura e l’intelligenza. Cristina Parodi l’ho assunta io, era seria, appassionata, competente. Fece una trasmissione sportiva con Maurizio Mosca e Cesare Cadeo, poi passò al Tg5».

I colleghi più bravi che ha conosciuto?
«Quando arrivai a “Il Giorno” avevo 24 anni, vicino a me c’erano Gianni Brera e Gianni Clerici, il gotha del giornalismo sportivo. Mi ritengo fortunato per i maestri che ho avuto. Anche se il più grande in assoluto per me resta Gianni Mura».

Oggi chi le piace?
«Ci sono tanti bravi, Maurizio Crosetti di “La Repubblica” o Gigi Garanzini di “La Stampa”».

E in tv?
«L’attuale direttrice di Rai Sport, Alessandra De Stefano, è una mia creatura, la presi quando ero a Rai Sport: aveva una penna eccellente, seguiva il ciclismo e si è rivelata un’ottima conduttrice. L’idea che una donna diriga la redazione sportiva della Rai mi fa davvero molto piacere».

L’anno scorso ha chiuso i battenti “Quelli che il calcio”, il talk show che era nato da una sua idea.
«Era una trasmissione che parlava di calcio senza farlo vedere, facendolo immaginare. Appartengo a una generazione di bambini che la radio non la ascoltava, ma la guardava: ero convinto che potesse nascere un prodotto di immagine da “Tutto il calcio minuto per minuto”. Nel gennaio 1993 io e Fabio Fazio, che conduceva con me, cercammo i personaggi e le situazioni».

I baffi restano il suo segno distintivo?
«La tv l’ho sempre fatta coi baffi. Li ho fatti crescere a 25 anni e non mi so più vedere senza».

Il 20 novembre cominciano i Mondiali senza l’Italia.
«Nel 1958 per la prima volta vidi l’Italia fuori dai Mondiali, allora piangemmo tutti e pensammo: “È l’ultima volta”. Ce ne sono state altre due. Roberto Mancini non lo meritava e nemmeno noi. Però vedremo le partite con più tranquillità».

Se guarda indietro questi 40 anni è soddisfatto?
«Non avrei mai potuto sperare di meglio. La voce “Marino Bartoletti” su Wikipedia mi fa un po’ paura: è come se avessi vissuto dieci vite, mancava quella da scrittore e l’ho iniziata a quasi 70 anni».

Il suo ultimo lavoro è una trilogia ambientata in un “Luogo”, un Aldilà, popolato da personaggi scomparsi.
«Per dare loro un tempo supplementare. In fondo siamo convinti che i nostri campioni, i nostri miti, i nostri “dei” non se ne vadano del tutto nel giorno in cui muoiono. Ci restano le loro imprese, le loro canzoni, la loro amicizia. Ed è bello che esista un luogo dove si possano ritrovare».

Lei ci crede all’Aldilà?
«Più scrivo libri e più comincio a crederci».

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