Massimo Giletti: «Torno sul campo con un’inchiesta sulla mafia»

Il giornalista presenta a Sorrisi il suo nuovo reportage su Cosa nostra. E racconta come gli è cambiata la vita sotto scorta

Massimo Giletti
10 Giugno 2021 alle 08:28

Da quasi un anno Massimo Giletti è sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia. E lui che fa? Va in Sicilia per realizzare un grande reportage dedicato proprio a Cosa nostra, che andrà in onda il 10 giugno su La7 in prima serata.

Così il giornalista ha lasciato lo studio di “Non è l’Arena” per tornare a fare l’inviato sul posto, nei luoghi dove si dipana la storia sanguinosa della mafia, tra Palermo e Corleone. Qui ha incontrato carabinieri e malavitosi, magistrati e pentiti. E ha seguito le tracce di Matteo Messina Denaro, “il latitante per eccellenza”, ma anche quelle dei tanti misteri che ancora circondano figure come Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Giletti, il titolo dello speciale è “Abbattiamoli”. Da dove arriva?
«Da un’intercettazione in cui il figlio di Riina, parlando di Falcone e Borsellino, diceva: “La decisione fu quella: abbattiamoli”. E proprio dall’omicidio dei due giudici comincia il viaggio nei misteri di Cosa nostra. Perché ancora oggi ci sono troppe domande che restano senza risposta».

Per esempio?
«Cominciamo dall’arresto di Totò Riina. Perché il suo covo non fu perquisito subito? La verità ufficiale parla di un ben strano “malinteso” tra i magistrati che coordinavano le indagini e i carabinieri comandati dal colonnello Mori. Quando finalmente i militari entrano nella villetta di via Bernini, a Palermo, sono passati 18 giorni. I mafiosi hanno persino ridipinto le pareti per far sparire le impronte. E nella cassaforte dove Riina teneva i documenti più scottanti non c’è nulla. Di questo parleremo con Antonio Ingroia, il magistrato che condusse le indagini, e con il Capitano Ultimo che arrestò Riina».

Dove altro la porterà questo viaggio?
«A Mezzojuso, davanti a quello che era un nascondiglio di Bernardo Provenzano, ho incontrato Luana Ilardo, la figlia di Luigi, un boss pentito. Lì suo padre ha firmato la propria condanna a morte. Aveva avvertito i carabinieri che in quel cascinale avrebbe incontrato Provenzano. Sono stati insieme otto ore; nessuno è intervenuto. Pochi mesi dopo Luigi Ilardo veniva ammazzato. Perché non ci fu l’irruzione? C’entra la trattativa tra Stato e mafia per fermare le stragi (volute da Riina, ma non da Provenzano)? E se sì, cosa chiese Cosa nostra? E cosa concesse lo Stato? Intervisto anche Salvatore Baiardo, uomo vicinissimo ai fratelli Graviano, che i giudici considerano ai vertici della mafia insieme a Matteo Messina Denaro».

Proprio a causa delle minacce di un Graviano lei è sotto scorta. La sua “colpa”: aver denunciato in tv, con nomi e cognomi, le scarcerazioni facili dei mafiosi. Non ha paura a tornare sull’argomento?
«Chi fa delle battaglie mette sempre in conto di pagare un costo. Non mi sarei aspettato però la solitudine. Vede, se fossimo stati in tanti tra i giornalisti della tv a portare avanti questa battaglia, non sarei stato l’unico loro obiettivo. E sarebbe stato impossibile fermarci tutti. Invece così sono diventato vulnerabile».

Ha ricevuto solidarietà?
«La verità? Molto poca. Ringrazio il suo direttore, ma per il resto ho avuto tanto silenzio. Ho comunque sempre pensato che anche il dolore e le delusioni fanno parte della ricchezza della vita. È chiaro che fa male. Non sono arrivati neppure quei messaggi “pro forma” che si fanno tanto per cortesia, senza convinzione. Neppure quelli. E così ci si sente soli».

Rifarebbe tutto?
«Combattere le battaglie in cui credo dà un senso alla mia vita. Per cui non potevo fare altro allora, e tanto meno adesso. Non appartiene al mio modo di vivere girare la testa dall’altra parte».

Come è cambiata la sua vita con la scorta?
«La mia vita non è più la stessa. Ogni volta che esco di casa devo ricordarmi che c’è un rischio che mi aspetta. Un rischio reale: sono stato minacciato dai vertici della mafia, non da qualche “quaquaraquà”. Come funziona? Un giorno ti chiama un generale dei carabinieri e ti spiega che la situazione è grave e dice: “Da domani la seguiamo”. E poi... non posso entrare nei dettagli per ragioni di sicurezza, ma nulla è più come prima».

Eppure c’è chi dice che Cosa nostra «appartiene al passato».
«Chi dice che la mafia non esiste più non ha mai respirato l’aria che si vive in alcune zone del nostro Paese. Credere che Cosa nostra sia quella della coppola e della lupara vuol dire raccontare l’ennesima fesseria. L’ennesimo depistaggio».

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