Massimo Marianella: «Il Manchester City è la squadra più forte e più bella. Ora però deve dimostrarlo»

Sabato 29 maggio, su Sky Sport, il telecronista, affiancato da Luca Marchegiani, commenterà la finale di Champions League

Luca Marchegiani e Massimo Marianella
28 Maggio 2021 alle 08:31

Quando Manchester City e Chelsea scenderanno in campo sabato 29 maggio all'Estádio do Dragão di Porto per giocarsi la finale di Champions League, gli spettatori di Sky Sport Uno e Sky Sport Football (e di Now, per chi preferisce lo streaming) si affideranno ancora una volta al racconto di Massimo Marianella, affiancato da Luca Marchegiani, per vivere la partita in diretta. Sorrisi ha “invaso” la preparazione pre-partita del telecronista romano proprio mentre era impegnato in una fase tanto brigosa quanto, purtroppo, ancora cruciale: i tanti adempimenti burocratico-sanitari necessari per poter entrare in Portogallo.

Massimo, non vogliamo un pronostico…
«E meno male, perché non sono così sicuro che vinca il…».

Basta così! Ci parli, piuttosto, del suo piano di “allenamento” per questa partita.
«Una partita che io già adoro e sono orgoglioso che sia la mia dodicesima finale di Champions. Ho rivisto e riascoltato tutte le mie finali precedenti: sono venute benino, direi, ma vorrei che questa venisse anche meglio. Seguendo sempre il calcio inglese, ho avuto il vantaggio di aver già pronti tutti i dati e le informazioni sulle squadre, così sono andato indietro negli anni per trovare cose curiose… Poi naturalmente quando sarò allo stadio il mio impegno maggiore sarà quello di non riempire troppo la telecronaca con queste storie. “Invecchiando” ho scoperto che un'abilità del telecronista è quella di imparare cento cose, ma sapere quali sono le sette o otto da dire al momento giusto, per abbellire e non appesantire il racconto».

Torniamo alle semifinali: l'ha sorpresa di più la vittoria del Manchester City sul Paris Saint-Germain o quella del Chelsea sul Real Madrid?
«Quando ho visto le squadre arrivate in semifinale ho pensato che City e Chelsea sarebbero arrivati in finale. Mi ha leggermente stupito di più il Chelsea, perché lo pensavo più forte del Real, ma il Real è sempre il Real, e un modo per usare la sua esperienza lo trova sempre. Il Psg è una squadra meravigliosa e frizzante, ma in questo momento il City è la squadra più forte e più bella del globo terracqueo. Ora però deve dimostrarlo nella parita più importante della sua storia».

Quanto lavorate con Marchegiani alla preparazione del racconto a due voci?
«Ci prendiamo un meraviglioso caffè il giorno prima e parliamo un po' della partita come ne stiamo parlando noi due adesso. Da sempre penso che il mio partner non debba necessariamente sapere quello che io dirò, perché mi piace stupirlo. Voglio che si stupisca genuinamente quando io racconto una certa storia o gli propongo un argomento, tanto è ovvio che non lo sorprenderò con domande di astrofisica. Con Marchegiani ho già fatto tantissime partite e finali insieme: vado allo stadio con un amico che stimo tantissimo sul lavoro e nella vita… Sappiamo bene che cosa pensiamo della partita o di un giocatore, e poi lasciamo che la fluidità del match faccia il resto».

Una curiosità: Marchegiani è stato un grande portiere… È possibile che un portiere abbia una particolare sensibilità nel “capire” una partita?
«Oh, giocavo in porta anch'io! Al campetto, però. Lui giocava davvero… È chiaro che un portiere ha una visione tattica particolare. Da dietro vede come nasce e si sviluppa l'azione della sua squadra, mentre si trova di fronte agli occhi lo sviluppo dell'attacco degli avversari… Anch'io quindi mi sono chiesto se Luca ha una “visione” diversa rispetto, chessò, a un centrocampista come Massimo Ambrosini o a un difensore come Beppe Bergomi. In realtà la sensibilità calcistica è una: le esperienze di spogliatoio sono quelle, le sedute tattiche pre e post partita sono quelle… Certo, a volte un ex difensore è più comprensivo sui falli, perché magari ne faceva tanti, ma altre differenze non ne ho mai viste, e io ho lavorato con portieri, difensori, centrocampisti e attaccanti. Per fortuna è tutta gente che prima della partita studia come studio io: vedono partite, raccolgono dati, cercano storie. La preparazione va oltre il vecchio ruolo in campo».

La sua finale di Coppa dei Campioni del cuore? Uso il vecchio nome, perché parlo all'appassionato di calcio, quindi non ci sono limiti cronologici…
«D'istinto dico Liverpool-Borussia Mönchengladbach del 25 maggio 1977 a Roma (vinta dagli inglesi per 3-1, ndr). È la partita che ha acceso la mia fantasia. Io speravo di andarci, ma papà non mi ci portò perché temeva le tifoserie. Avevo undici anni… Oggi i bambini sono fortunati, perché hanno Sky e possono vedere tutto il calcio del mondo; noi avevamo le foto sul “Guerin Sportivo”… Mi ricordo quando scoprii che ogni domenica un canale francese, Antenne 2, trasmetteva un-gol-uno di un campionato estero! Da telecronista, invece, direi tutte le mie finali di Champions, perché le ho preparate e sognate con un amore e una passione che non si può immaginare. Tecnicamente quella che forse m'è venuta meglio è la decima vittoria del Real Madrid nel 2014, con Carlo Ancelotti in panchina, a Lisbona contro l'Atletico Madrid. E poi, certo, c'è la finale di Madrid nel 2010: non c'è tifoso dell'Inter che non mi ricordi che ho commentato quella vittoria contro il Bayern Monaco, e questo mi fa molto piacere perché sento di aver lasciato qualcosa».

A proposito di telecronache, invece, qual è l'“incidente” che le è rimasto nel cuore?
«Alla finale di Champions tra Manchester United e Chelsea, nel 2008 a Mosca, ho avuto subito un problema tecnico: non sentivo nulla in cuffia, quindi non sentivo Massimo Mauro che era al mio fianco, non sentivo il bordocampista, non sentivo neppure me stesso! Così tutto il primo tempo l'ho fatto tenendo un orecchio scoperto, con il mio producer (uno molto sveglio, aveva capito tutto subito) che mi sussurrava quel che diceva il bordocampista… Non so se il pubblico abbia colto la situazione: magari avranno pensato che avessi bevuto molta vodka prima della partita perché tenevo un tono ancora più alto del solito per essere sicuro di farmi sentire davvero. Per fortuna all'intervallo hanno risolto tutto, perché si andò ai supplementari e ai rigori».

Sabato sera a Porto ci sarà il pubblico. La triste necessità di giocare in stadi vuoti come ha segnato il lavoro del telecronista?
«Cambia proprio la tecnica del racconto. In una telecronaca bisogna anche lasciar parlare il campo, lo stadio. Fare una “radiocronaca” in tv non ha senso: devi far respirare chi è a casa, altrimenti lo rimbambisci. Le pause, poi, ti aiutano a dare ritmo al racconto. Se intorno a te non c'è nessuno, non hai null'altro da far sentire e quindi sei costretto a parlare di più, a riempire meglio i buchi. Per me, poi, è fondamentale lasciarmi trascinare dal pubblico, perché è lui che dà l'umore alla mia telecronaca. Una volta mi sono ritrovato a Mosca con 13 gradi sotto zero, eppure, per la gioia dello “Zio” Bergomi e del mio producer, ho chiesto una postazione all'aperto: io devo vivere la partita come la vive la gente, sempre… È anche vero, poi, che non sono uno freddoloso, quindi non ho neanche notato che nevicasse: mi sono perfino rimboccato le maniche della camicia».

Che cosa fa di solito durante l'intervallo?
«Io non lascio mai la postazione. Prendo un caffè, se c'è, o qualcosa da bere. Magari un cioccolatino contro il calo di zuccheri. In genere non ascolto neppure quel che dicono in studio: voglio restare concentrato, ripenso a quel che ho detto e magari mi segno ciò che non voglio dimenticarmi di dire».

Torniamo a Manchester City-Chelsea: a che cosa dovremo prestare più attenzione?
«Se dico ai movimenti del City o alle ripartenze del Chelsea mi pare banale… Vedere giocare le squadre di Josep Guardiola è bellissimo: se il City non verrà condizionato dalla tensione della finale, sarà una bellezza. Poi penso a un'altra cosa… Settimane fa ho visto una foto di Phil Foden del City e Reece James del Chelsea ancora bambini, uno contro l'altro in campo. Bene, si ritroveranno nella finale di Champions con le stesse maglie, e questa è una magia straordinaria. Questi sono due tra i più ricchi club al mondo e hanno comprato chi volevano, ma hanno anche cresciuto dei giocatori che li hanno portati a giocare una finale di Champions. Non basta solo spendere, bisogna anche investire e spendere sui vivai. Mason Mount è entrato nel Chelsea a 6 anni! James e Foden sono entrati a 7 anni, ed è tutta gente che probabilmente sarà titolare nella finale, senza aver mai cambiato maglia. E poi, certo, attenzione alla mia telecronaca!».

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