Home TvMichele Guardì: «Così ho deciso che avrei raccontato “I fatti vostri”»

Michele Guardì: «Così ho deciso che avrei raccontato “I fatti vostri”»

Il celebre autore tv ci parla della sua famiglia, della sua devozione al “Santo Nero” e di come è nata la sua carriera

Foto: Michele Guardì

13 Settembre 2019 | 17:24 di Antonella Silvestri

È da poco tornato dalla Sicilia, dove ogni anno trascorre due mesi di vacanza nella casa di Agrigento, il suo luogo del cuore. Nella sua terra d’origine Michele Guardì, papà di “I fatti vostri”, coltiva la sua smisurata devozione per San Calogero, chiamato anche il “Santo Nero”.

«Arrivo la prima settimana di luglio ad Agrigento, dove lo si festeggia, e parto a fine agosto quando nel mio paese natale, Casteltermini, lo si venera di nuovo con una grande processione» ci racconta, cercando di convincere chiunque che quella festa religiosa sia la più bella al mondo.

Un Guardì così devoto, chi l’avrebbe mai detto... Ma ha ricevuto un miracolo dal santo?
«No, lo invoco quando sono in difficoltà ma non mi piacciono i fanatismi. Lo amo sin da bambino e devo a lui il fatto di non essere mai stato razzista. San Calogero è nero. Lo amava anche Andrea Camilleri che aveva una statua del santo nella sua stanza a Porto Empedocle».

Lei conosceva bene Camilleri.
«Sì. Nenè, così veniva chiamato il maestro, era stato compagno di banco al Collegio vescovile di Agrigento di mio cugino, Alfonsino Mondello. A volte, quando incontravo Camilleri, telefonavo a mio cugino, che era felice di sentire il suo vecchio amico, e assistevo ai lunghi silenzi del maestro con gli occhi pieni di lacrime. Parlavano della loro infanzia, dei ricordi di scuola. Io ci vado a nozze con le emozioni...».

Già, per questo ha sempre creato programmi che vanno dritti al cuore della gente.
«Amo la televisione sin da quando ero bambino. A dodici anni lessi un’intervista di una persona che lavorava in Rai. Ripresi, scrivendola sul mio quaderno, una sua frase: “Bisogna fare un programma nel quale si raccontano i fatti della gente”. Diventato grande, ho realizzato quel progetto».

Qualcuno definisce il suo modo di fare tv “provinciale”.
«Dica che Guardì è un “paesano”. Che è mille volte meglio».

Lei è siciliano come Pippo Baudo e come lui è laureato in Giurisprudenza. Alla fine entrambi avete però scelto lo spettacolo.
«Da piccolo allestivo teatrini, recitavo, ma soprattutto lasciavo spazio agli altri».

Nei suoi programmi interviene spesso. Come mai non ha scelto la strada della conduzione?
«Semplice, non ho la pazienza del conduttore. Se per caso dovessi interloquire con un ospite e qualcosa mi disturbasse, lo direi subito, creando del disagio. Preferisco intervenire, sempre nel rispetto dei miei conduttori, come “spalla”».

A proposito di conduttori, nei suoi storici programmi sono passati grandi nomi. Con chi si è trovato meglio?
«(Sorride e dribbla). Una grande macchina non vince un campionato se non ha un grande pilota. Se i miei programmi hanno avuto successo negli anni è perché ho scelto sempre professionisti. Ci sono due persone che lavorano all’ombra e che sono il mio punto di riferimento da una vita: le autrici Giovanna Flora e Rory Zamponi».

Lei ha scritto e diretto tante trasmissioni. Ce ne è qualcuna che non è andata come pensava?
«Sì. Ma mi riferisco al periodo in cui lavoravo con Antonello Falqui. Non mi piaceva ecco. Non ho bei ricordi».

Cosa può dirci di Giancarlo Magalli e dei suoi attriti con alcune colleghe?
«Magalli ha fatto una battuta anche sulla madre che soffriva del morbo di Parkinson. Una volta la ospitò in trasmissione e durante un gioco se ne uscì dicendo: “Mia madre trema, non perché è emozionata, ma perché ha una malattia che le consentirebbe di suonare le maracas”. Per ora sembra vada d’accordo con Roberta Morise».

Quest’anno “Mezzogiorno in famiglia”, un suo programma storico e dai grandi ascolti, è stato chiuso. Come si sente?
«Ogni direttore è libero di portare avanti i suoi progetti. Io non sono d’accordo con questa scelta ma tendo a non drammatizzare».

Se lo tolga qualche sassolino…
«(Sorride). Da ragazzino facevo politica nel senso buono della parola. Rispetto la decisione. Aspetto. Non sgomito».

Del gruppo di lavoro di “Mezzogiorno in famiglia” Massimiliano Ossini è passato a “Linea bianca”. Sergio Friscia e Adriana Volpe sono rimasti a mani vuote.
«Mi pongo il problema. So che troveranno presto una loro dimensione, però il fatto che siano stati con me tanti anni non significa che possano lavorare con me tutta la vita».

Ora il mezzogiorno dei fine settimana lo trascorrerà con la sua famiglia?
«Sì e già sto pregustando questo periodo. Mi godrò di più mia moglie Rita, che è sempre al mio fianco, e il mio nipotino».

Sua moglie dev’essere una santa. Vivere accanto a un uomo che ha sposato la tv non è facile…
«Non è che mi sopporta. Mi capisce. L’ho conosciuta ad Agrigento. Lei stava per ritornare nella sua Genova con la littorina. Quel giorno, per la prima volta, decisi di non andare in macchina a Termini Imerese ma in treno. Così ci conoscemmo e ci scambiammo gli indirizzi. Lei partì. Dopo alcuni giorni a Genova ci fu l’alluvione. Le telefonai e rispose la madre, che mi informò che Rita stava spazzando l’acqua e il fango come l’intera città. Le comunicai che sarei arrivato a Genova la sera stessa. E così fu. Ci fidanzammo quel giorno ed è quasi 50 anni che stiamo felicemente insieme».