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Michele Riondino è Pietro Mennea: l’intervista

Il grande campione della nostra atletica leggera rivive nella miniserie di Raiuno

Foto: Michele Riondino è Pietro Mennea

30 Marzo 2015 | 10:05 di Andrea Di Quarto

«Quello con Pietro Mennea è stato un incontro bellissimo. Io sono nato nel 1979 e quindi non ho dei ricordi personali: interpretarlo mi è servito a capire che cosa mi sono perso e a comprendere l’impatto, anche mediatico, di questa grande figura dello sport italiano». Michele Riondino, noto al grande pubblico televisivo come protagonista di «Il giovane Montalbano», descrive così la sua esperienza come interprete di Pietro Mennea, il più grande velocista che l’atletica italiana abbia mai avuto. Scomparso nel 2013 a 60 anni, Mennea è ancora oggi detentore del record europeo dei 200 metri con 19”72, conquistato a Città del Messico nel 1979 (tempo che gli valse fino al 1996 anche il record mondiale).

L’attore tarantino è il protagonista di «Pietro Mennea, la freccia del Sud», miniserie in due puntate di 100 minuti (liberamente ispirata a «La grande corsa», l’autobiografia dell’atleta) diretta da Ricky Tognazzi, prodotta da Rai Fiction e dalla Casanova di Luca Barbareschi che è anche coprotagonista nei panni di Carlo Vittori, lo storico preparatore di Mennea. Nel cast, anche Elena Radonicich (è Manuela, la moglie del campione), Gian Marco Tognazzi, Jerry Mastrodomenico, Nicola Rignanese e Lunetta Savino.

Riondino, che cosa le piace di più del suo personaggio?
«Il suo approccio totale alla professione, la dedizione che lo portava quasi ad alienarsi. In questo siamo abbastanza simili, ma sento che abbiamo anche tante altre cose in comune: l’amore per le nostre origini pugliesi; il distacco dagli affetti per  portare avanti il nostro sogno: lui lasciò Barletta per competere ad alto livello, io andai via da Bari per tentare la carriera d’attore. Insomma, è stato molto stimolante».

Immagino che il ruolo abbia richiesto anche una certa preparazione fisica.
«Io preparo sempre i miei personaggi partendo dalla fisicità, dallo studio del corpo, che si tratti di un impiegato di banca o di un poliziotto poco importa. Nel caso specifico, dovendo interpretare un atleta, mi sono sottoposto a un training molto duro. Mi sono allenato per due mesi con Roberto Piscitelli, uno dei coach della Nazionale di atletica».

Che differenza c’è tra prestare il volto a un personaggio di fantasia come Montalbano e a una persona reale come Mennea?
«Bisogna decidere se restituire una somiglianza fisica o caratteriale. Io ho scelto la seconda strada. Ho studiato tantissimo materiale originale: interviste, telecronache… Voglio che arrivi alla gente l’anima di questo grande campione».

Sulla scena ha lavorato con un partner, Luca Barbareschi, che è anche il produttore. Le ha procurato qualche imbarazzo?
«Per nulla. Io mi calo totalmente nel mio lavoro e il resto non conta. È chiaro che un produttore, soprattutto con la personalità di Luca, sul set si faccia sentire, ma io in quel contesto “appartengo al regista” ed è di lui che mi preoccupo».

Avete girato in gran parte in Puglia. Un ritorno a casa.
«Guardi che sta parlando di Barletta con un tarantino… Ha presente i campanilismi che ci sono da noi? Scherzi a parte, è stato molto bello riassaporare i sapori della Puglia che, tra l’altro, grazie a una Film Commission molto attiva sta diventando un polo importante in Italia per le produzioni cinematografiche e televisive. Un’industria che ormai dà lavoro a molta gente».

«Mennea», «Il giovane Montalbano 2»: altri progetti?  
«No, per il momento con la tv mi fermo un po’. Voglio riposarmi e dedicarmi al teatro, che rimane sempre il grande amore».

Già stanco della popolarità televisiva?
«No, per carità, i complimenti e l’affetto della gente fanno piacere. Voglio però mettere questa popolarità al servizio di una tv che racconti belle storie italiane, con un linguaggio moderno che non abbia nulla da invidiare alle serie straniere. Insomma, come “Mennea”».