Neil Hansen: «Che divertimento fare la sorella Bandiera»

Del trio portato al successo da Arbore è rimasto solo Neil Hansen, che vive in Australia e ci racconta la nascita di un mito

Le "sorelle Bandiera" con Renzo Arbore nel 1978
10 Giugno 2021 alle 08:55

Un italiano, un messicano e un australiano si incontrano in un locale notturno del quartiere Testaccio di Roma e diventano... sorelle. Non è l’inizio di una barzelletta, ma la storia delle favolose “Sorelle Bandiera”, l’irriverente e ironico trio “en travesti” scoperto dal fiuto di Renzo Arbore e reso noto dal suo programma su Raidue, “L’altra domenica”. Siamo alla fine degli Anni 70 e Mauro Bronchi, Tito Le Duc e Neil Hansen portano sul piccolo schermo coraggio e allegria: per la prima volta sulla tv di Stato, tre uomini vestiti da donna fanno spettacolo (e scalpore).

Quest’anno il programma compie 45 anni dalla prima puntata del 1976: innovativa ai tempi, attuale ancora oggi, la trasmissione è rimasta nei cuori del pubblico anche per le sigle brillanti interpretate dal trio, più di tutte l’ammaliante “Fatti più in là”. «Diventammo famosi in una notte» ricorda l’attore australiano Neil Hansen, l’ultima Sorella Bandiera rimasta. Ora vive a Perth, in Australia, ma l’Italia è rimasta nel cuore: «Il pubblico italiano è stato fantastico, piacevamo ad adulti e bambini». Quale occasione migliore del compleanno della trasmissione per fare un viaggio nel tempo?

Neil, il vostro trio ha rivoluzionato il piccolo schermo. Ne eravate consapevoli?
«Non ce lo aspettavamo proprio! Il pubblico è stato davvero fantastico. Perfino i politici, che in ogni parte del mondo sanno essere difficili, ci adoravano».

Come avete incontrato Renzo Arbore?
«Fu lui a venire da noi. Ci esibivamo in un locale romano, l’“Alibi”, con uno spettacolo comico e musicale assieme a quattro meravigliose attrici e ballerine. Nello show c’era un numero “en travesti” dove cantavamo “Rum and Coca Cola” delle Andrews Sisters, indossando i colori della bandiera americana. Io venivo da due anni di tournée con Gino Bramieri, Mauro era un attore teatrale, Tito un ballerino e coreografo. Lo spettacolo era molto divertente, la voce si sparse e nel giro di poco tempo tra il pubblico c’era anche qualche celebrità».

E chi c’era?
«Valentino, Sophia Loren, Marcello Mastroianni... tutti avevano sentito parlare di questo musical. Una sera venne Mariangela Melato, fu lei a invitare Arbore a vederci. Lui rimase entusiasta e ci volle nel suo programma, così cambiò le parole della canzone e ci fece cantare la sigla. “L’altra domenica, l’altra domenica...” (canticchia, ndr)».

Siete state le prime “drag queen” della televisione italiana?
«Più che “drag queen” eravamo uomini travestiti da donne, un po’ come Tony Curtis e Jack Lemmon in “A qualcuno piace caldo” e Robin Williams in “Mrs. Doubtfire”. Il nostro trucco poi, era abbastanza leggero, non accentuato come quello delle “drag queen”».

Un po’ di scandalo però lo avete fatto...
«Ci fu qualche controversia con la Chiesa quando partecipammo al film di Renzo Arbore, “Il Pap’occhio”, con Roberto Benigni, Isabella Rossellini e gli altri del cast di “L’altra domenica”. Per il resto non ci furono problemi, ci hanno sempre ben accolto. Il nostro scopo era intrattenere le persone, non diffondere alcun tipo di messaggio politico».

La fine degli Anni 70 è stata un’epoca buia per l’Italia. Voi avete portato un po’ di colore...
«Erano davvero anni dove regnava la paura, ma dovevamo conviverci. Ai tempi vivevo vicino alla via dove trovarono il corpo di Aldo Moro».

Com’erano i rapporti tra voi “sorelle”?
«Quando lavoravamo insieme, lo facevamo stupendamente. Era favoloso stare sul palco con la stessa lunghezza d’onda. Fuori scena stavamo insieme tutto il tempo, per cui, come accade in tutte le migliori famiglie, capitava ci fosse qualche tensione. Il primo a lasciarci fu Tito: quando venne a mancare io e Mauro diventammo molto amici, veniva spesso a trovarmi in Australia. Lo ospitavo per diverse settimane e lui faceva lo stesso quando andavo a trovarlo a casa sua a Spoleto. Quando anche lui mancò, fu per me un enorme shock».

Che cosa avete lasciato al pubblico?
«Verremo ricordati per aver portato un po’ di gioia in un periodo difficile: penso che il mondo dell’intrattenimento debba sempre regalare speranza in momenti bui, come il cinema ha fatto nelle due guerre mondiali. E poi sicuramente per “Fatti più in là”, la si sente ancora oggi...».

In effetti è ancora molto attuale, specie in tempi di Covid...
«Oh, assolutamente sì! Invece di chiamarlo “distanziamento sociale” dovremmo cantare “Fatti più in là”, alle persone, ma soprattutto a questo terribile virus. Covid, fatti più in là!».

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