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Alfonso Signorini, su Canale 5 va in onda la sua Turandot

Dopo il successo del «Grande Fratello Vip» torna in tv con l’opera lirica che segna il suo debutto come regista teatrale, domenica 17 dicembre alle 23.00

 - Credit: © Massimo Sestini

15 Dicembre 2017 | 16:06 di Solange Savagnone

In costume intero a righe Anni 40 sdraiato in una vasca accanto a Cristiano Malgioglio durante la finalissima del «Grande Fratello Vip», che si è concluso con ascolti record e la vittoria di Daniele Bossari. Oppure elegantissimo in prima fila, mentre assiste alla prima della Turandot, l’opera lirica di cui ha curato la regia la scorsa estate in occasione del Festival Puccini di Torre del Lago: la vedremo in seconda serata su Canale 5 il 17 dicembre. Difficile crederci, ma si tratta della stessa persona. Perché Alfonso Signorini, opinionista del reality di Canale 5, direttore del settimanale «Chi», scrittore e ora anche regista d’opera unisce in sé diverse anime. Ma, come dice lui: «Mi piace prendermi in giro, sempre».

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Ridendo e scherzando, però, la sua «Turandot» ora approda su Canale 5.
«Sono felicissimo perché è la prima volta che la rete trasmette un’opera lirica, e di questo devo ringraziare Pier Silvio Berlusconi, grande appassionato di musica, che ha accettato con entusiasmo la mia proposta».

In occasione della messa in onda la vedremo sullo schermo?
«Farò una mini presentazione all’inizio. Dal Teatro Verdi di Padova spiegherò l’opera e racconterò alcune curiosità insieme con il maestro Alberto Veronesi, direttore d’orchestra, lo stilista Fausto Puglisi e la co-costumista Leila Fteita».

Sappiamo che ha curato ogni dettaglio in modo quasi maniacale. Ci spiega cosa dobbiamo guardare con particolare attenzione?
«Intanto i colori: predominano il rosso sangue e il grigio, che ritroviamo anche nelle scenografie e nei costumi. Si tratta infatti di una delle pochissime opere ambientate di notte. Il primo atto al tramonto, il secondo a notte fonda e il terzo all’alba. Domina quindi il grigio argento della luna, ma nel contempo c’è il rosso  sangue delle decapitazioni».

Qual è il fascino della sua «Turandot»?
«È una fiaba sospesa nel tempo ma anche drammatica, con principi e principesse incapaci d’amare. Un’opera monumentale, con un coro importante, difficile da mettere in scena perché si sviluppa su diversi piani. Ci sono gli sfarzi della reggia e la solitudine della notte…».

Ci indica il momento più emozionante?
«Quando il coro intona l’aria “Perché tarda la luna?”, a metà del primo atto: si vede la luna sorgere e il principe di Persia, l’ultimo degli sfidanti ad aver perso, che sarà decapitato. La luce in teatro diventa molto suggestiva perché i sacerdoti vestiti di bianco tengono tra le braccia un emisfero lunare che dà all’arena un colore argento. È una scena di grande impatto che ha colpito il pubblico. E poi c’è la famosa aria “Nessun dorma” che Calaf canta nel terzo atto, sempre commovente».

Si è concesso qualche «licenza poetica»?
«Ho voluto dare più centralità al personaggio della schiava Liù. È lei a suggerire le soluzioni degli enigmi a Calaf, consegnando di fatto l’uomo che ama alla rivale. Proprio per questo, alla fine dell’opera, Turandot e Calaf scendono dal trono e rendono omaggio a Liù. Anche questa è una mia licenza».

Ma poi perché Turandot aveva paura dell’amore?
«Il motivo, come spesso capita, è nel suo passato. Anzi, nelle sue radici. Lo spettatore lo scopre direttamente dalla protagonista a metà del secondo atto. A volte l’opera è come una seduta di psicanalisi...».

Quella donna infelice e potente che aveva paura d’amare

L’opera racconta la storia di  Turandot, figlia dell’Imperatore cinese: annuncia che accetterà di sposare il nobile che riuscirà a risolvere tre enigmi, ma chi fallirà sarà decapitato. Calaf, folgorato dalla bellezza della principessa, accetta la sfida e risolve gli enigmi. Turandot promette di sposarlo ma di non amarlo mai. Così lui rilancia con una sfida: se lei indovinerà il suo nome entro l’alba, potrà ucciderlo. La donna farà di tutto per scoprirlo, torturando anche la schiava Liù, l’unica a conoscere il nome del principe ma che pur di non svelarlo si ucciderà. Turandot capisce così che per amore si può arrivare anche a morire e inizia a credere al suo valore.
Il giorno dopo Turandot dichiara pubblicamente di aver scoperto il nome di suo marito: «Il suo nome è Amore!». E vissero felici e contenti...

È una favola ispirata al racconto omonimo dello scrittore veneto del Settecento Carlo Gozzi. Infatti i ministri Ping, Pong e Pang (a sinistra) nell’originale erano Brighella, Arlecchino e Pantalone, le tre maschere veneziane.

L’opera è in realtà incompiuta: fu scritta da Puccini tra il 1920 al 1924. Il compositore morì prima di scrivere il finale, che fu creato da Franco Alfano. Andò in scena per la prima volta alla Scala il 25 aprile 1926, diretta da Arturo Toscanini che la fece terminare dove era arrivato Puccini: con la morte di Liù.

L’inno che sentiamo all’inizio del primo atto era un motivo popolare cinese che il console della Cina in Italia fece ascoltare a Puccini.

Maria Callas interpretò la Turandot soltanto due volte all’inizio della carriera. Quando le chiesero il motivo spiegò che era un ruolo molto difficile per un soprano: «Ora sono ricca e posso non cantarla più, perché distrugge la voce». L’artista d’opera che la interpretò più volte fu Gina Cigna (1900-2001): in carriera le prestò la voce 500 volte.

Per vederla e rivederla:

Dal 19 dicembre con Sorrisi esce il dvd della «Turandot» diretta da Signorini (prezzo euro 9,99, rivista esclusa). Spiega lui: «Anche trasformarla in un dvd è stato un lavoro monumentale».