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Cristian Cocco e i suoi 18 anni di Striscia la notizia

Immancabilmente vestito con l’abito tradizionale sardo e salutando col tormentone “Ajòòò!”, racconta la sua terra con ironia, ma senza concedere sconti a difetti e disservizi

Foto: Cristian Cocco a Oristano

23 Marzo 2018 | 17:15 di Andrea Di Quarto

Con i suoi diciotto anni di militanza a «Striscia la notizia» gli spetta di diritto il titolo di “inviato storico”, ma Cristian Cocco preferisce definirsi “inviato maggiorenne”. Immancabilmente vestito con l’abito tradizionale sardo e salutando col tormentone “Ajòòò!”, Cocco racconta la sua terra con ironia, ma senza concedere sconti a difetti e disservizi. «E dire che tutto è cominciato con una barzelletta» ci racconta passeggiando per la sua Oristano. «Nel 2000 partecipai a "La sai l’ultima?" condotto da Gigi Sabani e Natalia Estrada. Su quel palco mi notò un autore che mi propose ad Antonio Ricci (il creatore di Striscia, ndr)». Ed ecco che il giorno di Natale di quell’anno Cocco esordiva nel tg satirico di Canale 5 con un servizio sulle barriere architettoniche di Oristano.

Figlio d’arte. «Ho respirato l’arte fin da piccolo» spiega Cocco. «Mio padre Nello era il batterista de I Barrittas, il gruppo di Benito Urgu che in Sardegna è conosciutissimo. Mio cugino Guido, invece, di quel gruppo era il tastierista. È grazie a lui che ho fatto i primi spettacoli in piazza, dove ho capito che da “buffone” della comitiva potevo trasformarmi nel comico che fa ridere migliaia di persone».

Incredulo. Di gavetta Cocco ne ha fatta. «A 22 anni ero già padre di due bambine e facevo l’imbianchino. Ancora adesso fatico a credere che davvero mi sia successo tutto questo. Quando il mio personaggio ha cominciato ad avere successo, però, mi sono montato la testa e ho perso la mia umiltà e la mia semplicità» racconta l’inviato. «Poi, improvvisamente sono stato assalito da attacchi di panico che mi hanno fatto temere per la salute. E così ho capito che erano un campanello d’allarme, il segnale che dovevo riprendermi la mia vita, che per me valeva la regola: “semplicità = felicità”. Ho intitolato così anche il mio primo libro... forse anche l’ultimo (ride). All’editore ho detto: “Non correggerlo, lascialo così com’è, errori di grammatica compresi”. La gente deve vedermi come sono davvero».