Home TvNews e AnticipazioniFesta della Repubblica: la nostra è una storia di cui essere fieri

Festa della Repubblica: la nostra è una storia di cui essere fieri

Il 2 giugno 1946 con un referendum gli italiani dissero addio alla monarchia. Sono passati 72 anni da quando il popolo fu chiamato alle urne. Oggi molto è cambiato, ma resta un giorno da celebrare. Anche in tv

Foto: Sergio Mattarella, 76 anni, il 12° capo dello Stato, eletto nel 2015

31 Maggio 2018 | 12:25 di Giusy Cascio

Ci aspetta una giornata importante il prossimo 2 giugno, perché assieme alla Festa della Repubblica celebriamo i 70 anni della Costituzione italiana, che entrò in vigore il 1° gennaio del 1948. Protagonista dell’evento sarà Sergio Mattarella, 76 anni, il 12° capo dello Stato, eletto nel 2015 dopo Giorgio Napolitano, l’unico nella nostra storia ad aver avuto un secondo mandato. Ricordate qualche primato di altri presidenti? Il più giovane a insediarsi è stato Francesco Cossiga: nel luglio del 1985 aveva 56 anni. Quello rimasto in carica più a lungo è stato Giovanni Gronchi (2.557 giorni). Quanto a Sandro Pertini, è stato il più votato in Parlamento con 832 preferenze.

Le celebrazioni della Festa della Repubblica si possono seguire su Raiuno, sabato 2 giugno a partire dalle ore 9.45.

Le parole contano

Nella moneta commemorativa da 2 euro coniata per l’anniversario della carta costituzionale, si legge la scritta «con sicura coscienza». Sono le parole pronunciate il 27 dicembre 1947 a Palazzo Giustiniani un attimo prima della firma del testo dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola: «L’ho letta attentamente, possiamo firmare con sicura coscienza». Tutte le parole all’interno della Costituzione hanno un peso, persino la loro frequenza ha un valore: la più ricorrente è «legge» che compare 138 volte, seguita da «Repubblica» (95). E «lavoro» (18), che ha un ruolo fondamentale nel primo articolo («L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro»): batte persino «libertà» (13).

Sotto una buona stella

A proposito di simboli, la storia della scelta dell’emblema della Repubblica (lo vedete sopra, a sinistra del titolo) è davvero democratica: fu indetto un bando pubblico, con un premio da 10.000 lire (con la rivalutazione, poco più di 150 euro oggi). Vinse Paolo Paschetto di Torre Pellice (TO), figlio di un pastore valdese e professore di Belle Arti. La stella del disegno indica l’Italia, la ruota dentata il lavoro, il ramo d’ulivo la volontà di pace della nazione e quello di quercia la forza e la dignità del popolo.

La Costituzione ha padri e madri

Il 2 giugno 1946 non si votò solo il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica. I cittadini dovevano anche eleggere i 556 membri dell’Assemblea Costituente che avrebbero redatto la Carta. Siamo soliti ricordare i «padri», meno spesso le 21 «madri costituenti. La più giovane tra loro era Teresa Mattei, 25enne eletta nel Partito comunista, una staffetta partigiana catturata e violentata dai nazisti. Quella del 1946 fu la prima volta in cui le donne votarono in una consultazione nazionale. Su tutti i giornali dell’epoca finì la foto della  signora Maria Castaldo, 82enne, che votò per la prima volta nel suo seggio di Anzio (Roma).

I Corazzieri nacquero per le nozze

La guardia d’onore del Presidente della Repubblica italiana è il Reggimento Corazzieri, una forza specializzata dell’Arma dei Carabinieri. Esisteva già ai tempi della monarchia: le prime tracce di un gruppo di addetti alla sicurezza di Casa Savoia risalgono addirittura al XIV secolo, ma il corpo  dei Corazzieri vero e proprio si costituì nel 1868 a Firenze, allora Capitale d’Italia: 80 carabinieri a cavallo ebbero il compito di scortare il corteo reale al matrimonio della principessa Margherita con il principe Umberto.

Il cappotto di De Gasperi

Nel periodo cruciale dal dicembre 1945 all’agosto del 1953 in cui fu presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (1881-1954) traghettò gli italiani nel passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Lo statista riuscì ad assecondare i loro sogni, la voglia di ricominciare e ricostruire il Paese dopo la guerra. Nel corso di questo suo storico mandato politico, contò molto l’«amicizia» con gli Stati Uniti, inaugurata con la visita ufficiale del gennaio del 1947, un viaggio pieno di insidie. Non ultima la moda: De Gasperi non possedeva un soprabito adatto all’occasione e per incontrare il presidente Truman si fece prestare il cappotto dal segretario della Democrazia Cristiana Attilio Piccioni, suo compagno di partito e uomo di fiducia. Tra i cappotti che hanno fatto la storia politica del nostro Paese, c’è anche quello «rivoltato» di Enrico de Nicola, primo Presidente della Repubblica. Un gentiluomo d’altri tempi, che rifiutò sempre lo stipendio da Capo dello Stato. Pagava le telefonate istituzionali e i francobolli di tasca propria, anche se non era affatto ricco. E scelse anche di vivere a Palazzo Giustiniani, detto «Il piccolo colle» (oggi sede dell’appartamento di rappresentanza del Presidente del Senato) anziché al Quirinale, considerato troppo sfarzoso per il suo stile di vita parsimonioso. Come dargli torto? Nato come sede papale e usato anche come reggia, è grande 110 mila metri quadri, ha 3.000 finestre, 261 arazzi, 205 orologi a pendolo e 20 mila pezzi d’argenteria.

I pranzi del porcellino

Fatta la Repubblica, si doveva fare la Costituzione. La legge fondamentale dello Stato nacque anche a tavola, durante i pranzi informali organizzati per i padri costituenti cattolici (da Giuseppe Dossetti a Giorgio La Pira e Amintore Fanfani) a casa delle signorine Pia e Laura Portoghesi, due sorelle intellettuali. Al civico 14 di via della Chiesa Nuova a Roma si riuniva la «comunità del Porcellino», così battezzata perché si era soliti consumare piatti di porchetta. O, secondo una versione meno nota, per dare dei «porci» agli avversari politici...

Le Frecce tricolori sono... «verdi»

Occhi al cielo per non perdersi lo spettacolo dei 10 aerei della Pattuglia Acrobatica Nazionale, i cui piloti sono chiamati «pony». Il fumo colorato è fatto con olio di vaselina con l’aggiunta di pigmenti non inquinanti.

Vittoriano o Vittoriale?

Scenario delle parate del 2 giugno è l’Altare della Patria a Roma: è lì che Mattarella depone la corona d’alloro per i caduti e i dispersi in guerra. L’edificio tocca gli 81 metri d’altezza e le sue sculture rappresentano i valori del popolo italiano: la Forza, il Diritto, l’Azione, la Concordia, il Sacrificio e il Pensiero. Fu costruito a partire dal 1885 e si chiama anche «Vittoriano»  dal nome di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. Non va confuso, come spesso accade, con il «Vittoriale», la residenza del poeta Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera (BS) sul lago di Garda.