Home TvNews e AnticipazioniGerry Scotti: «La tv non mi fa paura, io sono nato in una vigna!»

Gerry Scotti: «La tv non mi fa paura, io sono nato in una vigna!»

Il presentatore ci racconta i nuovi progetti: il ritorno di «Caduta libera» e «The winner is», il lancio dell’inedito «The Wall» e... del suo vino

Foto: Gerry Scotti cammina tra le vigne di Canneto Pavese (PV). I suoi vini non sono elitari: in media costano 10 euro a bottiglia

28 Aprile 2017 | 10:00 di Alex Adami

La macchina si arrampica su una stradina terrosa tra le colline pavesi, dove i filari di vite sono già rigogliosi. Poi Gerry Scotti frena, scende, si guarda intorno e tira un respirone. Finalmente è a casa. Il suo ultimo progetto in ordine di tempo si chiama «Nato in una vigna», ma per una volta la tv non c’entra. Si parla di vino, quello che Gerry ha deciso di proporre sul mercato mettendoci la faccia. Letteralmente, visto che il suo sguardo campeggia sull’etichetta delle bottiglie.

Davvero è nato in una vigna, Gerry?
«In pratica sì. A mia mamma si sono rotte le acque mentre si riposava all’ombra dei melograni vicino alla vigna dove stavano lavorando suo marito e suo suocero».
A che età il primo bicchiere?
«Da queste parti si cominciava con il mosto. Mio nonno e i suoi amici lo assaggiavano per capire se stava fermentando bene, ne lasciavano un po’ nel bicchiere e lo porgevano a noi bambini. Alla dolcezza del succo d’uva si aggiungeva quel brivido vagamente acidulo che ci faceva sentire grandi. E comunque s’iniziava presto anche a far assaggiare il vino vero ai bambini, per abituarli al gusto. Una specie di rito di iniziazione».
Di che cosa ha più nostalgia?
«I ricordi più belli della mia vita sono legati alle lunghe estati trascorse qui con i nonni. Tra giochi, fienili, bagni nelle rogge e la grande festa della vendemmia. Era il momento in cui la famiglia raccoglieva il frutto di 12 mesi di fatica e di preoccupazioni. Bastava una grandinata…».
Com’è finito a vivere in città?
«A quei tempi era una scelta necessaria, per quelli della generazione di mio padre. Mio nonno era un padre-padrone, dettava alla famiglia gli ordini del mese: zappare, dare il verderame e così via. Decideva anche quando dovevi sposarti. Non c’era molto spazio per inseguire altri sogni. Mio padre e suo fratello Gianni arrivarono a Milano e trovarono presto un lavoro, ma si resero conto che la sostanza non era cambiata: dovettero lavorare duro di giorno e pure di notte, con turni faticosissimi. Papà era impiegato alle rotative del “Corriere della sera”, mio zio come vigile urbano. Cominciarono a prendere ferie e permessi quando c’era la vendemmia per non mancare. Chi aveva scelto di restare li vedeva tornare stanchi e stressati e diceva: “Così imparate ad andarvene via…”».  
Anche lei vendemmiava?
«Certo. E ho imparato tanto. Spesso mi chiedono se non sia stressante il mio lavoro, visto che arrivo a registrare tre puntate al giorno. Beh, io ho conosciuto la stanchezza dei miei vecchi dopo una giornata nella vigna. L’ho vista nei loro occhi, nelle loro mani. E allora penso che di puntate in un giorno potrei registrarne anche quattro».
Nel suo lavoro ha mai provato una gioia simile a quella della vendemmia?
«Beh, azzeccare un programma è una bella soddisfazione da condividere con il gruppo di lavoro. Di recente è successo con “Caduta libera”: abbiamo seminato, l’abbiamo fatto crescere non senza fatica, perché andavamo a registrarlo in Spagna. I numeri ci hanno dato ragione. Ma è proprio questo il punto. I risultati in tv si valutano sui numeri, la mia personale vendemmia si basa anche su altro. Su una persona che mi ferma per strada e mi dice che le metto allegria, per esempio».
Qual è stata la sua «ottima annata»?
«Ne ho avute tante. Ma se proprio devo sceglierne una, allora dico il 1989. Ero sulla trentina e mi ero affermato con programmi “giovani” come “Deejay television”, il Festivalbar, “Smile”. Ero nei corridoi di Mediaset dopo aver registrato una puntata e vidi in lontananza Fatma Ruffini (storica autrice Mediaset, artefice di successi come “Scherzi a parte”, “Stranamore” e “Karaoke”, ndr). Si stava avvicinando, e a un certo punto divenne chiaro che puntava proprio me: “Tu sai chi sono?”. “Certo signora, la conosco di fama”. “Domani passa nel mio ufficio”. Il giorno dopo mi presentai da lei. Mi fece sedere e mi guardò dritto negli occhi. “Tu non lo sai, ma saresti perfetto per “Il gioco dei 9”. Io scossi la testa. Avevo il mio pubblico di giovanissimi, conducevo davanti a 20.000 persone all’Arena di Verona, l’idea di un gioco classico mi sembrò follia. “Ne ho parlato con Raimondo Vianello, è d’accordo. Potresti essere il migliore”. A quel punto c’era poco da aggiungere».
Avevano ragione Fatma e Raimondo.
«Mi piace condurre i giochi del preserale. Mi viene naturale, senza fatica. Evidentemente ho una predisposizione. Ma mi permetta di aggiungere una cosa».
Prego.
«Quando entri nelle case della gente tutte le sere diventi un’abitudine. Io però non sono abitudinario, non lo sono mai stato. Sono l’unico che non si tira mai indietro quando c’è da sperimentare un nuovo format o un nuovo modo di fare tv. Ogni anno provo per Mediaset dei “numeri zero” (puntate di prova di nuovi programmi, ndr). E molti vanno poi in onda».
Proseguendo con le metafore da viticultore: mai una grandinata?
«Non ho rimpianti. Nemmeno uno. Anche i programmi che non mi convincevano, anche quelli che mi hanno obbligato a fare, oggi so che hanno avuto un senso. Da
“50-50” o “La stangata”, che forse non hanno lasciato il segno, ho imparato tanto. Posso dire di non avere un solo titolo di cui vergognarmi in più di 30 anni di carriera».
Dal 30 aprile torna con «Caduta libera», che è una certezza.
«Ma non rinunciamo mai a introdurre novità. La vincita massima passerà da 300.000 euro a mezzo milione. Scompare l’opzione “Dimezza” e compare quella “Perdi tutto”. E “L’ultima sfida” diventerà “Ad armi pari”: i due sfidanti partiranno con le stesse “vite”».
Poi, dal 23 maggio, la rivedremo in prima serata con «The winner is...».
«L’avevo già condotto nel 2012 e mi era sembrato riuscito. Un mix perfetto tra talent e game show. Da un lato i sogni di gloria degli aspiranti cantanti, dall’altra l’esigenza di decidere se puntare sul proprio valore o accettare il compromesso portando a casa una bella sommetta. È il dilemma che prima o poi affrontano tutti».
Anche qui ci saranno delle novità.
«Rudy Zerbi non sarà più il “centesimo giudice”, l’esperto. Al suo posto ci sarà Mara Maionchi, una che di musica e discografia la sa lunga. Nel ruolo di “giudice popolare”, poi, debutterà Alfonso Signorini».
Dopo l’estate arriverà un gioco preserale tutto nuovo, «The Wall».
«Un format americano che sta funzionando bene pure in Francia. Credo possa diventare un fenomeno. Da tempo non vedevo una fase finale così appassionante. Ma non scriva che parte a settembre, perché mica sono sicuro. Dipenderà dal tempo».
In che senso?
«Se l’estate sarà calda e lunga, allora forse aspetteremo un po’ per lanciarlo. Il programma è troppo bello, va trasmesso quando la gente è in casa. Ormai la tv fa i panettoni e le colombe, non i gelati».

Su quest’ultima frase Gerry sorride, ma c’è un’ombra di amarezza. A proposito del tempo, il sole sta scendendo e l’aria si fa fresca. Meglio mettere le gambe sotto al tavolo, magari con un bel bicchiere di vino. «Senti questo barbera che ho chiamato “Regiù”, che sta per “capofamiglia”: è dedicato a mio nonno Pierino. E assaggia il mio riesling, battezzato “Mesdì”, “mezzogiorno”. Ma quello a cui tengo di più è il rosé fermo (che intanto versa, ndr). Si chiama “Pumgranin”, che nel mio dialetto significa melograno, in onore alla pianta sotto la quale a mia mamma si ruppero le acque». E via un altro brindisi. E altre storie, quelle che Gerry sa raccontare come pochi altri. In tv o con il vino.