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Pablo Trincia racconta gli aeroporti a «Hello Goodbye»

C’è chi parte e chi arriva. C’è chi aspetta una persona cara e chi si mette in coda per imbarcarsi. Quello degli aeroporti è un piccolo mondo che vive secondo i suoi tempi e le sue regole

04 Maggio 2018 | 18:16 di Matteo Valsecchi

C’è chi parte e chi arriva. C’è chi aspetta una persona cara e chi si mette in coda per imbarcarsi. Quello degli aeroporti è un piccolo mondo che vive secondo i suoi tempi e le sue regole. Pablo Trincia ce lo sta raccontando su Real Time con «Hello Goodbye». D’altronde, molti ragazzi della nostra generazione (io e Pablo ci conosciamo dai tempi del liceo) sono cresciuti proprio grazie alla voglia di salire su un aereo e viaggiare.

Pablo, fino a ora con Hello Goodbye hai raccolto oltre 50 storie. Quale ti ha emozionato di più?
«Quella di una badante moldava che stava accompagnando alle partenze il figlio e la madre. Lei è venuta in Italia agli inizi degli Anni Duemila per mantenere la famiglia e in tutto questo periodo ha visto il figlio non più di due settimane all’anno. Negli occhi di questa donna c’era un dolore che mi ha davvero commosso».

Ti aspettavi di vivere delle emozioni del genere?
«No, anche perché all’inizio ero un po’ perplesso. Facendo il giornalista, sono abituato a spostarmi tanto per cercare le notizie. Hello Goodbye, invece, è un programma statico: stai lì e aspetti. È stato solo girandolo che mi sono reso conto di quante storie si nascondano dietro a una persona con una valigia in mano».

Hai un ricordo particolare legato a un aeroporto?
«Non potrò mai dimenticare l’aeroporto di Freetown in Sierra Leone. Ero stato lì per fare un reportage sul virus ebola, quando all’improvviso ho iniziato ad avere la febbre. Ho avuto cinque minuti di panico totale: ero convinto di essermi ammalato... Poi per fortuna non avevo nulla!».

Sei nato in Germania, sei cresciuto a Milano, hai studiato a Londra, hai realizzato servizi in mezzo mondo. Prima o poi metterai le radici?
«In realtà l’ho già fatto. Da quando ho due bambini mi sono imposto di non andare via da casa per più di quattro o cinque giorni di seguito. Per quanto ami il mio mestiere, alla fine il desiderio di restare con la mia famiglia prevale su tutto».