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Pierluigi Pardo, il calcio è come un romanzo

Il giornalista sportivo ha scritto un nuovo libro, si intitola «Lo stretto necessario» ed è edito da Rizzoli

Foto: Pierluigi Pardo con il suo romanzo «Lo stretto necessario» (Rizzoli, 19 euro)  - Credit: © Marco Piraccini

06 Novembre 2017 | 15:17 di Andrea Di Quarto

Uno dei suoi soprannomi è «Gatto-Pardo», ma che Pierluigi Pardo, il popolare telecronista di Mediaset nonché conduttore di «Tiki Taka - Il calcio è il nostro gioco», esordisse come romanziere non se lo aspettavano in molti. Una bella sorpresa, per la verità, il suo «Lo stretto necessario», brillante esplorazione della crisi esistenziale di un quarantenne di successo che si «ri-conosce» e si ritrova attraverso un viaggio-fuga lungo l’Italia con un amico.

Pierluigi, ma non le bastavano le telecronache, «Tiki Taka», la radio… ora fa anche lo scrittore?  
«In realtà non era previsto. Anni fa avevo mandato alcuni miei scritti alla Rizzoli con cui avevo già pubblicato i miei libri-intervista con Cassano. Era più che altro per avere un parere. Sono piaciuti e da lì si è messa in moto la macchina... Anche se una buona  parte del merito ce l’hanno i ladri».

I ladri?
«Sì, i ladri. Io non avevo ancora delineato la trama, giravo a vuoto da tre o quattro mesi, e così avevo messo in pausa il progetto. Poi a gennaio i ladri mi hanno spaccato il vetro della macchina e rubato il computer. Dentro c’era anche tutto quello che avevo scritto e in quel momento ho realizzato che a questo libro ci tenevo davvero. Per fortuna alla Rizzoli avevano tenuto tutto. Mi ci sono buttato e ho capito che dietro la scrittura di un romanzo non c’è solo ispirazione, ma anche tanto lavoro di costruzione. Per me che sono frenetico, che non sto mai più di 45 minuti sulla stessa cosa, è stata una sorta di terapia».

Ci ha messo dentro tanta «roba».  
«Sì, nel libro si parla del dubbio, del viaggio, della fuga, dell’amicizia, dei diversi modi di concepire l’attrazione tra uomo e donna, e poi ci sono la  musica e il calcio. C’è molto di me, anche se non è un romanzo autobiografico».

Del calcio si sa, ma con la musica, invece, che rapporto ha?
«È la mia più grande passione dopo il calcio. Amo il rock, Bruce Springsteen è importantissimo per me, come anche i  Cure, gli Oasis, i Placebo, gli U2 e i cantautori italiani. Ultimamente, poi, sono diventato amico di alcuni nomi della scena “indie” romana: Calcutta, I cani…  E ho un bel rapporto pure con Enrico Ruggeri, che incontro a Radio 24». 

A proposito, mi hanno parlato di una sua cena con De Gregori...
«È stato grazie a degli amici comuni: fantastico! Francesco è un mio mito. È romanista. Sentirgli dire: “Se la Roma vince, vado a letto più contento” per me è stato meraviglioso. Da uno come lui non te lo aspetti! È la magia del calcio che unisce tutti, intellettuali compresi. Come quando Andrea Bocelli chiamò in lacrime a Radio 24 dopo la morte di Giuliano Sarti (mitico portiere degli Anni 60, ndr), il suo idolo».

La stessa passione che ha decretato il successo di «Tiki Taka».  
«Sì, e dire che quando ho cominciato, nel 2013, il talk era morto, era un genere in crisi. C’era molto scetticismo intorno a noi, ci dicevano che avremmo fatto il 4% di share e invece abbiamo una media del 7,5. Da noi vince la contaminazione, vengono intellettuali, politici, artisti, e ci sono tanti personaggi che non lavorano a Mediaset che vogliono venire a «Tiki Taka», una cosa che mi rende fiero».

Vengono anche tante belle donne...  
«È la tv generalista. Se c’è una cosa che ho imparato è che bisogna parlare a tutti. Prima anch’io dicevo: “Che c’entra la bella ragazza che non è un’esperta di calcio?”. Poi ho imparato che bisogna fare una tv “larga”. Naturalmente abbiamo picchi di ascolto tra i maschi giovani, ma ci guardano anche le donne e bisogna parlare anche a loro. Dicono che il programma non è serio? Se si intende serioso o tecnico d’accordo, ma io devo parlare a un pubblico più vasto e se vuoi sopravvivere con un programma di parola dopo che si è visto calcio per tutto il weekend lo fai solo se fai contaminazioni, non con il 4-4-2».

Ha una moglie pasticcera: non aiuta la dieta...
«In realtà io partivo male già da prima! Sarebbe facile darle la colpa, ma lei non c’entra. Amo mangiare bene. Adesso alla radio faccio anche un programma con lo chef Davide Oldani, “Parla come mangi”. Parliamo di cibo, che rende la vita più piacevole, e di piccoli segreti per rendere il cibo più piacevole».

Un suo esempio di piacere del cibo?
«Io e mia moglie facciamo la “pasta dei pardi”, una cacio e pepe con provolone. La porzione è mezzo chilo: tre etti io, due lei, bottiglia di vino e poi pennica. Per me è quasi un manifesto politico: il valore della pennica è fondamentale».