Nino Frassica: «Ero lo studente che faceva ridere tutti»

L’attore si racconta: «Non mi piacevano sport e moto, ho iniziato suonando la batteria. Poi ho scoperto il teatro...»

21 Luglio 2022 alle 08:20

La notizia è arrivata improvvisa ma i suoi fan l’hanno accolta subito con allegria: Nino Frassica sarà la nuova voce narrante di “Il collegio”, in partenza il 27 settembre su Rai2. E noi non potevamo fare altro che parlarne con lui: «Ho una bella responsabilità adesso, con tutti questi occhi addosso! A parte gli scherzi, cercherò di adattare il mio stile al programma. Penso che sia uguale a quello che si fa a casa, quando da spettatore si commenta quello che si vede in tv».

Dovrà tornare indietro al 1958, anno in cui gli studenti saranno catapultati in questa edizione.
«Poveri, sono costretti! I ragazzi rimarranno loro stessi, un po’ come Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”. Invece che nel Medioevo, saranno in un collegio del 1958 e da lì non si scappa. Dovranno convivere con la realtà dei loro nonni, in pratica».

Ha guardato le scorse stagioni del programma?
«Mi sto documentando il più possibile e riconosco che è un bell’esperimento, molto più di un reality. È un processo educativo davvero interessante».

E la sua, di scuola, com’era invece?
«Tra ragazzi si cerca di fare amicizia con quelli che pensi ti assomiglino. E questo è rimasto immutato, allora come ai giorni nostri. In ogni epoca si vuole fare gruppo».

Com’era Nino Frassica studente?
«Ero della categoria “artistoide”. Non frequentavo quelli che amavano le motociclette o il calcio, ma quelli che amavano spettacolo: io ero aspirante batterista e mi accompagnavo con gli aspiranti chitarristi, aspiranti cantanti, eccetera. Al tempo ero nel giro musicale, non ancora in quello teatrale».

Come è andata con la batteria?
«Dilettante ero, dilettante sono rimasto. Con le prime paghette mi sono comprato la batteria. Poi ho scoperto di essere spiritoso e che mi piaceva far ridere, e con lo studio lo spiritoso si è trasformato in comico».

Dove suonavate, in casa?
«Ci trovavamo in un garage e facevamo rumore. L’importante era che non suonassimo durante la pennichella pomeridiana e non disturbassimo i vicini. Eravamo ragazzini educati e simpatici anche se avevamo i capelli lunghi e ci ispiravamo ai Beatles».

I vostri pezzi forti?
«Suonavamo brani dell’Equipe 84, dei Corvi, dei Nomadi. E poi gli stranieri: Beatles e Rolling Stones. La cosa più difficile era fare bene “(I can’t get no) Satisfaction”».

Come erano, invece, i professori?
«C’erano quelli aperti e quelli chiusi: i primi ci piacevano, i secondi per nulla. La peggiore era una professoressa di scienze severissima ma un po’ sorda: la nostra cattiveria era avvicinarsi a lei il più possibile e farle battute pessime a un tono di voce basso così che lei non sentisse. Ma se avesse sentito...».

E quelli buoni?
«Grazie a loro ho messo in piedi i primi spettacoli. Io scrivevo, dirigevo e recitavo. Cercavo le “facce toste” tra i compagni: era sinonimo di attore, voleva dire che non ti bloccavi e non ti vergognavi».

Che cosa realizzavate?
«Il mio primo spettacolo è stato “C’è, ci fu, ci sarà la scuola”, scritto da me, in tre tempi: la scuola dei cavernicoli, quella moderna e quella del futuro».

Profetico direi, rispetto a “Il collegio”!
«Ah, sì! Adoravo realizzare spettacoli. La compagnia si chiamava “I cantatori pelosi figli della cantatrice calva”, un omaggio alla “Cantatrice calva” di Ionesco. Già mi piaceva il teatro dell’assurdo. Devo ammetterlo: avevo le idee chiare su cosa fare. Raccoglievo anche i soldi per pagare l’unica spesa: l’affitto del teatro. Vestiti, costumi e scene erano tutti opera nostra».

Come raccoglieva i soldi?
«Vendevo i biglietti classe per classe, dicevo che il preside mi autorizzava e che era obbligatorio. Così ne vendevo di più. Non era vero niente, ovvio».

E non si riposava mai da questi impegni artistici?
«No, nemmeno in gita scolastica. Quando facevamo quelle lunghe, andavamo in crociera. Ricordo un giro in Tunisia, Algeria e Marocco. E anche lì organizzavo spettacoli, appena vedevo un po’ di pubblico».

E le vacanze al mare?
«Io ero a casa, sempre in vacanza: sono di Galati Marina (ME) e si andava a fare il bagno da giugno a ottobre, anche quando ricominciava la scuola».

Sospendeva gli spettacoli almeno ad agosto?
«No. Insieme agli amici gestivamo un dancing, che non si chiamava discoteca ma quello era. Il suo nome, lo ricordo benissimo, era “Golden Gate”, e io appena potevo acchiappavo il microfono, presentavo la serata, cercavo di far ridere, non ero mai serio. Improvvisavo da spiritoso».

E ora è in vacanza?
«Sì, ma continuo a fare serate. Ho un gruppo, i Los Plaggers: facciamo uno spettacolo musicale e comico insieme. “Viva la mamma” diventa “Viva la mamma col pomodoro”, passiamo da una canzone all’altra, io scherzo, parlo di un disco che non esiste. È un concerto comico e un tour non molto impegnativo: in tre mesi faccio 15/20 spettacoli vicino a casa, preferibilmente. E continuo a scrivere: a ottobre inizia Fazio, devo tenere vivo un giornale, ho una bella responsabilità!».

Giusto! Come procede con la direzione di “Novella bella”?
«D’estate devo raccogliere gli scoop per il 2 ottobre quando sarò al tavolo di “Che tempo che fa”. Devo lavorarci, mica posso stare con le mani in mano!».

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