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Oggi si fa presto a dire VIP

Storia di una parola con un passato nobile e un presente un po’ inflazionato...

Foto: Alfonso Signorini e Ilary Blasi alla conduzione del «Grande Fratello Vip»

12 Ottobre 2018 | 13:43 di Giusy Cascio

No vip, no reality: tra «Temptation Island Vip» e «Grande Fratello Vip» si fa il pieno. E la tv non ammette ignoranza: non sapete come, quando e perché qualcuno dei concorrenti sia diventato famoso? Tranquilli, è normale: nel tempo il significato di vip è profondamente cambiato. Nell’antica Roma il vip era «augusto», cioè degno di venerazione, e si ergevano statue in suo onore. Ancor prima, tra gli Egizi, la vip era tale quantomeno se sposava un faraone e regnava. Come siamo arrivati da Giulio Cesare a Francesco Monte? Da Nefertiti a Nilufar?

Facciamo un passo indietro, partendo dalla parola «vip». L’origine è russa: dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917 venivano chiamati «Vesima Imenitaya Persona» gli aristocratici obbligati a emigrare. Ai tempi, per capirci, era vip Anastasija Romanova, la figlia dell’imperatore Nicola II.

L’acronimo inglese «V.i.p.» («Very important person») risale invece agli Anni 30: la Royal Air Force, quando sugli aeroplani ospitava dei leader politici e militari, ne occultava il nome sui piani di volo indicandoli come «V.i.p.», per evitare che le spie scoprissero la loro presenza a bordo. Non a caso, forse, le prime «vip lounge» sono nate negli aeroporti. Poi sono comparsi via via le tribune vip, i locali vip, l’area vip nelle discoteche, i party vip e i programmi tv con i vip.

Potrebbe sembrare una moda recente quella di attribuire la qualifica di vip a qualcuno per renderlo speciale. Invece no: il termine è entrato nei dizionari italiani già nel 1949. Negli Anni 50 erano considerate vip le dive dei rotocalchi, che magari flirtavano con attori nostrani. Durante il boom, per avere la patente di vip dovevi essere «un pezzo grosso», proprio come il titolo italiano del film «Very Important Person», commedia inglese del 1961. Il minimo sindacale per finire sui giornali? Vedi alla voce Jackie O (Jacqueline Kennedy), che quanto a classe surclassa l’attuale vip J.Lo (Jennifer Lopez): essere vedova di un presidente degli Stati Uniti, sposare un miliardario greco (l’armatore Aristotele Onassis) e farsi paparazzare a Capri.

E passiamo agli Anni 70. Nella copertina del libro «Caro Vip» di Paolo Mosca del 1975 troviamo la definizione dell’epoca: «I potenti del cinema, teatro, televisione, giornalismo, letteratura, arte, politica, industria e sport». Gente come Gianni Agnelli, insomma. Difficile inquadrare in questo schema il settore di influenza della «adorata» Marchesa Daniela del Secco d’Aragona...

Negli esagerati Anni 80, vip diventa un aggettivo, meglio se superlativo: «vippissimo». Si parla di «vippai» e «vipperie». Dopo una tale abbuffata, serviva una dieta per svecchiare il concetto. Detto, fatto: le celebrità degli Anni 90 sono sempre più giovani e belle. Come la top model Claudia Schiffer, al massimo splendore.

Con Internet è cambiato tutto. Basta «googlare» i nomi dei famosi approdati sulle Isole per capire che oggi il vip è tornato in auge, sempre più democratico, pop. Chiunque (o quasi) può acquisire il titolo per meriti dinastici (Andrea Zenga, figlio di Walter, come prima Ignazio Moser, figlio di Francesco). E se non si capisce che lavoro fa, basta dire che è un (o una) «influencer». Mal che vada, se non sfonda in tv potrà conquistare il web. I Kardashian americani insegnano: vivi sui social, tiri su milioni di follower e diventi una star. Scusate: un vip.