Home TvPaolo Bonolis: «Ecco gli ingredienti del successo di “Ciao Darwin”»

Paolo Bonolis: «Ecco gli ingredienti del successo di “Ciao Darwin”»

Il presentatore svela la ricetta dello show che su Canale 5 continua a fare il pieno di ascolti

Foto: Paolo Bonolis durante una puntata di “Ciao Darwin”

14 Maggio 2020 | 9:30 di Paolo Fiorelli

C’è una ricetta che in tv funziona sempre e fa il pieno di ascolti da più di 20 anni: quella di “Ciao Darwin”. Poco importa che sia in replica: anche in questi giorni la trasmissione di Paolo Bonolis continua a vincere la sfida degli ascolti del sabato sera, arrivando a superare i cinque milioni di spettatori. Allo “chef” che l’ha inventata (e che sta simpaticamente al nostro gioco) non resta che chiedere...

Bonolis, quali sono gli ingredienti di questo successo?
«Facile. Prendete del disincanto e unitelo a una bella dose di “irriverenza rispettosa”. Aggiungete a ogni portata idee fresche fornite da autori come Sergio Rubino e Marco Salvati. Togliete ogni perdita di tempo e amalgamate il tutto con ritmo incalzante. Non fate mai mancare la sincerità: “Ciao Darwin” guarda in faccia le brutture umane che i perbenisti fingono di non vedere. Come mia spezia personale aggiungo uno sguardo un po’ spietato. E poi, naturalmente, c’è la mia “brigata” di grandi chef che cucina il programma insieme a me».

Chi sono?
«Per cominciare Luca Laurenti. Poi la regia di Beppe Recchia ieri e Roberto Cenci oggi. L’organizzazione della Sdl di Sonia Bruganelli, che seleziona il corpo di ballo, le modelle di Madre Natura e soprattutto il pubblico, che poi è la materia prima più importante. Ecco, bisogna sempre trovare individui che rappresentino alla perfezione le categorie scelte per la puntata. Non basta riempire lo studio con 100 persone a caso!».

A proposito di pubblico... le manca?
«Moltissimo. Infatti prima della trasmissione mi rivolgo alle persone sugli spalti e dico: “Mica penserete di starvene solo lì a guardare, eh? Ricordatevi che siete tutti protagonisti. Dovete fare la trasmissione insieme a me”».

Ora siamo in una sorta di isolamento forzato. Come vive questo periodo?
«Ho una grande casa e una grande famiglia, lamentarsi sarebbe irrispettoso verso chi è rinchiuso in un monolocale. Però alcune cose mi mancano davvero tanto: andare al mare, al cinema, la convivialità di un pranzo al ristorante... soffro di claustrofobia dell’anima».

E della “fase 2” cosa pensa? È tra gli ottimisti o i catastrofisti?
«Sono tra gli accorti. Penso che se applichiamo con cura le regole, per beccarsi ‘sto virus bisogna essere proprio sfortunati».

Sembra un po’ la “prova di coraggio” di “Ciao Darwin”...
«Più che di coraggio, direi una prova di resistenza. Ne sto approfittando per lavorare a nuovi progetti, ma il nodo del pubblico è fondamentale. Il mio modo di condurre vive del dialogo con le persone in studio, faccio fatica a immaginare uno show senza».

Auguri per i nuovi progetti. Ma visto che questo suo piatto piace così tanto, perché non servire “Ciao Darwin” ogni anno con una nuova edizione?
«Intanto per non far schiattare il cuoco. “Ciao Darwin” è una trasmissione molto complicata da realizzare, ci lavorano 300 persone e quando mi ci metto non faccio altro per sette mesi. E poi perché ha un sapore così deciso e piccante che una bella pausa tra un’abbuffata e l’altra ci vuole. Per non stancare il palato dello spettatore. Anzi, per fargli venire l’acquolina in bocca piano piano».

Una ricetta italiana che funziona pure all’estero...
«Sì, se trova palati che possono apprezzarla. Abbiamo venduto il format in 12 Paesi e in molti ha avuto un grande successo, per esempio in Grecia e Polonia. In Cina, invece...».

Cosa hanno combinato in Cina?
«È durato solo sei puntate. Il fatto è che lo avevano ingentilito e smussato, insomma intristito. “Ciao Darwin” ha anche un ingrediente segreto come la Coca-Cola: una giusta dose di sana sfacciataggine. Se gli togli quel tocco irriverente, si ammoscia. Chiaro che una cultura poco abituata a ridere di sé, dove si cammina sempre sulle uova e si deve pesare ogni parola, essere diplomatici, dire e non dire... non può goderselo fino in fondo. Da questo punto di vista gli italiani sono messi bene: a sfotterci tra di noi non ci batte nessuno».

Tra poco vedremo in tv anche i “Darwin di Donatello”...
«Sono nati per l’interesse che lo show scatena sui social. Il premio va ai personaggi più amati. Solo che il nostro David brandisce una banana, come se fosse tornato scimmia... “Ciao Darwin” è anche un ironico esperimento sull’evoluzione umana».

E se potesse assegnare un Darwin di Donatello ad honorem, a chi lo darebbe?
«Ma guardi, il mondo è così folle che non potrei mai scegliere una persona sola. Ci vorrebbe un ex aequo per milioni di italiani».