Home TvPierluigi Diaco: «Sono fiero di fare una televisione… “antica”»

Pierluigi Diaco: «Sono fiero di fare una televisione… “antica”»

Reduce dal successo di “Io e te”, sta già pensando a un nuovo programma. E c’è una rivista di filosofia che studia il suo stile

Foto: Pierluigi Diaco

17 Settembre 2020 | 8:46 di Solange Savagnone

Coerente fino in fondo, Pierluigi Diaco. Il conduttore di “Io e te”, chiuso con una settimana di anticipo perché una collaboratrice era risultata positiva al coronavirus dopo un primo tampone, non ama parlare nascondendosi dietro a un cellulare. Lui le persone vuole guardarle negli occhi. E così facciamo una videochiamata. In questo modo può mostrarmi le pile di lettere e cartoline che ha ricevuto finché “Io e te” è andato in onda. Saranno centinaia. Ne apre qualcuna. Sono parole a volte allegre, altre profonde e toccanti, ma anche semplici saluti da posti incantevoli.

Poi mi mostra l’acero che stava curando in giardino poco prima che lo chiamassi e il suo bassotto Ugo, che si rotola sul prato a pancia in su appena si avvicina per inquadrarlo, da vera star del piccolo schermo. Infine tocca al “pensatoio”, ossia lo studio dove è nato “Io e te”, la panchina e la sedia a dondolo che ha comprato durante il lockdown, un’amaca colorata… Un piccolo scorcio del mondo di Diaco dove si è ritirato ora, dopo 65 puntate del programma di Raiuno che ci ha fatto compagnia per tutta l’estate.

Pierluigi, come vanno il morale e la salute?
«Sto benissimo, poi vi do una notizia: il risultato del tampone della nostra collaboratrice, che è arrivato venerdì pomeriggio, alla fine era negativo. Lei era risultata positiva a un primo tampone e la Rai è stata rigorosissima, ha fatto scattare tutte le misure di sicurezza. Abbiamo lavorato da casa sperando di tornare in onda almeno l’ultimo giorno. L’esito purtroppo è arrivato tardi, ma è andata fin troppo bene. Quando ho iniziato il programma ho messo in conto che potesse accadere. Per fortuna è successo nelle ultime cinque puntate».

Cosa ci siamo persi?
«Mara Venier, che era tornata apposta prima dalle vacanze per venire da me. Poi avrei avuto Donatella Rettore, con la quale avevo avuto una discussione in passato. E ancora, Giovanni Malagò, Barbara De Rossi e infine Massimo Lopez. Inoltre Katia Ricciarelli si sarebbe esibita dal vivo cantando un brano dei Queen».

Katia e Santino Fiorillo, le sue “spalle” nel programma, come hanno preso la chiusura anticipata?
«Sono molto dispiaciuti. Ma ha prevalso la preoccupazione per la collega e la salute di tutti. Non riesco a fare prevalere il dispiacere per la trasmissione: ricordiamo che questo coronavirus ha tolto persone care a migliaia di italiani. Francamente ho un sentimento di gratitudine per essere riuscito ad andare in onda per 65 puntate, senza pubblico e tentando di strappare un sorriso alla gente».

Nel bene e nel male, “Io e te” ha fatto parlare per tutta l’estate, soprattutto sui social. Come mai?
«Non so cosa dire. È successo anche l’estate scorsa e lascia sorpreso persino me, nonostante il risultato in termini di ascolto sia stato eccellente».

Si è parlato tanto degli scoop dei suoi ospiti, ma anche delle sue lacrime e degli scatti di rabbia. Cosa vuol dire in proposito?
«Non ci sono stati momenti né di aggressività né di imbarazzo, basta guardare le puntate per capirlo. Hanno montato pezzi basandosi su pochi tweet, come se fossero la verità rispetto all’evidenza. Mi rendo conto di essere destinatario di un’attenzione mediatica che spesso è figlia di un pregiudizio da parte di alcuni addetti ai lavori. Ma un milione e mezzo di telespettatori non possono competere con 20 tweet».

Lei è diventato perfino oggetto di studio per “Micromega”, rivista di filosofia e politica che di rado si occupa di conduttori tv. Orgoglioso?
«Mi ha divertito leggerlo. Io non ho mai risposto a critiche o provocazioni pubblicamente: accetto malvolentieri il mondo in cui viviamo dove ognuno, pur non avendo conoscenza ed esperienza nelle materie che commenta, si sente in diritto di dire la sua. La mia vita professionale non assomiglia al mio privato e quando torno a casa dopo il lavoro, in radio o in tv, non ho nessuna voglia di sentire parlare di me e io stesso non amo parlare di me. Io mi concentro sul prodotto».

Secondo la rivista, lei avrebbe la stessa capacità di Maurizio Costanzo di entrare in confidenza con l’intervistato. È vero?
«Da Costanzo ho imparato due cose: ad allenare la curiosità e ad avere le antenne drizzate su tutto. Mi ha aiutato a capire che si possono affrontare con serietà e professionalità argomenti leggeri e profondi. L’empatia, invece, mi viene dalla radio e da una predisposizione naturale ad ascoltare gli altri, per questo le mie interviste non sono mai preparate».

Nel rapporto con le telecamere invece la paragonano a Gianfranco Funari. È studiato o le viene naturale giocare con le inquadrature?
«Sono stato amico di Funari, gli ho voluto bene, mi onora il paragone, ma il mio rapporto con le telecamere è molto personale. Sono autore non solo dei contenuti, ma anche dell’immagine. L’empatia durante un’intervista si crea anche attraverso i silenzi e c’è bisogno di un colpo di immagine dove quell’intimità venga rappresentata. Certe inquadrature sono quindi volute».

So che ha presentato un altro progetto per la Rai. Significa che “Io e te” non ritornerà più?
«Ho appena finito di disegnare la bozza della scenografia di questo nuovo progetto, è una seconda serata, un appuntamento settimanale, dove il suono e i suoni saranno al centro di tutto. Il programma gira attorno al valore dell’ascolto. Stiamo parlando del 2021, primavera o poco prima. Per quanto riguarda “Io e te”, l’incontro con Stefano Coletta (direttore di Raiuno, ndr) è stato bellissimo, questo programma si è imposto per due estati consecutive. Ha toccato punte del 12%. Vedremo...».

Diaco, ma perché ce l’hanno con lei?
«Pensano che sia una persona a cui le cose sono venute facili. In realtà lavoro da quando ho 15 anni, ho condotto migliaia di ore in radio e in tv. Non mi viene perdonato di essere libero, di non essere ordinario: io faccio una tv “noiosa”, sincera
e scafata, dal sapore antico. E ne vado orgoglioso. Oggi la vera provocazione in tv è la lentezza. La mia è una forma di resistenza in una società veloce, con tempi disumani, che non tiene in considerazione il mondo interiore delle persone».