Home TvProgrammi“Alessandro Borghese – 4 ristoranti”, le anticipazioni e le puntate della settima stagione

“Alessandro Borghese – 4 ristoranti”, le anticipazioni e le puntate della settima stagione

Tra le tappe del nuovo viaggio in lungo e in largo per l’Italia, ce ne è una in cui la sfida abbandonerà l’iconico furgone per andare sulle due ruote

Foto: Alessandro Borghese

11 Gennaio 2021 | 15:43 di Redazione Sorrisi

Sono arrivate le nuove puntate di “4 ristoranti”, il programma (prodotto da Banijay Italia) condotto da chef Alessandro Borghese che è in onda dall’8 dicembre, ogni martedì in prima serata su Sky Uno (e sempre disponibile on demand, visibile in mobilità su Sky Go e in streaming su Now Tv).

• Alessandro Borghese: «Non vedo l’ora di cucinare e rimettervi tutti a tavola»

Tra le tappe del nuovo viaggio in lungo e in largo per l’Italia, ce ne è una in cui la sfida abbandonerà l’iconico furgone targato “4 Ristoranti” per andare sulle due ruote. «Ho voluto fortemente recarmi in Ciociaria in sella alla motocicletta perché questa zona è nota per le soste da bykers. Ci andavo da ragazzino con i miei amici a fare le scampagnate e dappertutto leggevo brace…» sorride Alessandro Borghese alla presentazione del programma in streaming che anticipa quelle che saranno le novità della trasmissione: alle quattro voci su cui i ristoratori si sfidano dando un voto da 0 a 10 (location, menu, servizio e conto) se ne aggiunge una quinta, la categoria “special”.

Tutti e quattro i ristoratori, infatti, dovranno confrontarsi su uno stesso piatto, il protagonista della serata. Intanto negli altri inediti episodi, lo chef ci condurrà in alcuni dei luoghi più affascinanti della Penisola: Milano, Bari, Riviera Romagnola, Val d’Orcia e Val di Chiana in Toscana, Basilicata tanto per citarne qualcuno. Superfluo dire che le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria abbiano condizionato anche il programma. «Noterete un maggior distanziamento tra i commensali a tavola. Poi dal momento che non si potrà più mangiare dallo stesso piatto, io devo per forza di cose assaggiare tutte le porzioni. Questo va bene per la funzionalità della trasmissione ma crea un danno al mio peso forma… (sorride)» dichiara Borghese che, a proposito delle abitudini degli italiani durante i due lockdown, aggiunge: «Siamo tutti diventati pizzaioli e panificatori. Io, in questi mesi, ho scoperto la lentezza, ho approfondito i gusti delle mie figlie perché da papà che sta sempre fuori, ogni tanto mi perdo i dettagli e per questo è già una bella conquista. Non ho cucinato tanto. E’ stata mia suocera a farlo durante i tre mesi. Mi sono riposato».

Ma come sarà in questa nuova stagione Chef Borghese? «Io faccio da Cicerone, non sono cattivo, do semplicemente consigli. Ai padroni dei ristoranti dico sempre di fare attenzione alla pulizia e alla cura in cucina perché si sa che i cuochi - che spesso sono dipendenti - vivono un po’ nel selvaggio west…» sottolinea lo chef che propone il programma sotto l’albero di Natale. «Come trascorrerò io le feste e il Natale in particolare? Rigorosamente in famiglia, con moglie, figlie e pochissimi altri parenti. Cucino io perché voglio mangiare e il piatto che non mancherà sulla mia tavola è l’insalata di rinforzo che molti invece trascurano» dice il patron di “4 Ristoranti” che, in qualità di figlio d’arte (i genitori sono Barbara Bouchet e Luigi Borghese) si sbilancia scherzando su un cambio di rotta della sua carriera: «Io attore? Soltanto se mi chiamasse Martin Scorsese o Quentin Tarantino per il quale interpreterei volentieri il cuoco assassino». Chef Borghese ne ha anche per i giovani che vogliono, invece, avvicinarsi al mondo della cucina: «Molti vedono il mestiere di cuoco come un lavoro facile, da star system. Per tantissimi anni gli chef sono stati all’ombra. La cucina vera e propria è una cosa seria, anzi serissima. Oggi molti chef fanno cucina assemblata e non cucina cucinata ma il significato di questa espressione la spiegherò in un’altra occasione…».
 

La sesta puntata: il miglior ristorante di crudo di mare di Bari

Questa settimana, lo chef è alla ricerca del miglior ristorante di crudo di mare di Bari. C’è una sola città al mondo dove i bambini crescono a latte, polipo e cozze: Bari. Qui se chiedi del crudo non ti portano il prosciutto, ma un gigantesco piatto dal sapore di mare. Nel capoluogo pugliese il crudo non è solo una tradizione gastronomica millenaria, ma una religione alla quale essere fedeli sempre. A Bari dicono di essere devoti solo a due cose: San Nicola e il crudo, e non sempre in questo ordine. Tutto ebbe inizio nel Neolitico, quando qui si cibavano di molluschi, ma poi scoprirono i ricci, le ostriche, le cozze pelose, le seppie e i gamberi rossi. Tutto sempre e rigorosamente crudo. Ma nel corso degli anni come si è evoluta questa antica usanza? Da cibo dei pescatori il crudo come si è trasformato in una attrazione della città? Chef Alessandro Borghese è a Bari per scoprirlo.

A sfidarsi ci sono: Mimmo con Tabula Rasa, Anna Rita con Asuddiest, Tina con L’Incanto, e, infine, Diego con Biancofiore. In questa puntata le tagliatelle di mare sono la categoria special, che si aggiunge alle altre quattro da votare: location, menu, servizio e conto.

I ristoranti della sesta puntata

Tabula Rasa (Quartiere Poggiofranco): Mimmo è il titolare, barese doc, sicurissimo di sé, si sente il capitano del suo ristorante, il re del mare. Per lui San Nicola e il crudo di mare sono, rispettivamente, re e regina di Bari: imprescindibili. Il suo crudo, servito su un piatto di ghiaccio rigorosamente coperto da carta velina così da non contaminare il pesce, comprende: scampi, gamberi, ostriche, noci, cozze pelose e allievi. Poi, se è il periodo giusto, polipi e ricci. Il ristorante si trova nel quartiere moderno di Bari. La location è grande e curata, ha varie sale e una mise en place contemporanea. Nel locale è presente un bancone con esposto il pescato del giorno di cui Mimmo è tanto fiero. 

Asuddiest (Quartiere Japigia): Anna Rita, che ha un sorriso rassicurante, è la chef capace, con la sua giovane brigata, di rielaborare i piatti della tradizione. Il suo crudo, che comprende i frutti di mare e i crostacei tipici, è accompagnato da tacos e guacamole o da una salsa teriyaki. “L’ho fatta provare anche ai baresi più baresi che ci siano e me la richiedono sempre”. Il crudo è servito in vari piatti, con un po’ di ghiaccio sopra per tenerlo fresco. Il locale si trova sul lungomare spartano di Bari. All’interno, invece, è molto curato: ha un’ampia sala bianca e azzurra, con una mise en place con tovaglie chiare e bicchieri colorati che danno un tocco un po’ casual e un po’ chic. C’è anche una terrazza e un dehors vista mare.

L'Incanto (Quartiere Santo Spirito): Tina, al secolo Concetta Abatantuono, è la titolare insieme al marito Emanuele. Tina si occupa della sale e, soprattutto, dei clienti. Controlla tutto, dalla posata lucidata alla mise en place. È la signora “bene” di Bari, che acquista il pesce alla Boutique dei frutti di mare. Il suo crudo, chiamato in menu “Delizie di mare”, è tradizionale, ma servito in maniera scenografica su un vassoio riempito di ghiaccio. Non viene aggiunta alcuna salsina, solo qualche spicchio di limone. Il locale, a nord di Bari, ha un retrogusto un po’ Anni 80, proprio come Tina, e grandi vetrate che si affacciano sul mare. Ha l’aspetto del ristorante di pesce elegante, con il tovagliolo bianco e blu ed elementi marinari nell’arredo.

Biancofiore (Centro): Diego, figlio di pescatori, è il titolare, preparato, rigoroso e molto attento alla qualità. Dai fornitori è considerato un rompiscatole. Il suo crudo è sempre in carta con frutti di mare, polipetti arricciati solo dai pescatori che fanno pesca all’amo, crostacei e sfilettati. Tutto è servito senza limone e salse. I frutti di mare vengono serviti con il guscio sul ghiaccio e il resto su un piatto di ceramica freddo in modo da non alterare i sapori. Il locale si trova in quello che Diego definisce “Il Salotto di Bari”, tra la Città Vecchia e il mare, in un edificio del 500. È tutto scavato nella pietra, curato, ma non pretenzioso. La cucina è a vista sulla sala.

La quinta puntata: il miglior ristorante della via dei sapori della Basilicata

Questa settimana, lo chef è alla ricerca del miglior ristorante della via dei sapori della Basilicata. In Basilicata, infatti, passa una via che nell’antichità univa la Lucania al centro dell’Impero, Roma. È la via Herculea, conosciuta come la via dei sapori, perché lungo questo antico percorso commerciale e gastronomico transitavano meravigliosi ingredienti fino al tavolo degli imperatori. Quindi se Diocleziano ha mangiato il maialino nero lucano e se, ancora oggi, i milanesi vanno pazzi per la lucanica il merito è della via dei sapori. Ma cosa si cucina oggi lungo questa via? Quali piatti si realizzano in Basilicata con il fagiolo di Pignola, il caciocavallo podolico e l’olio del Vulture, che da secoli passano lungo questa via?

A sfidarsi ci sono: Michele con La Taverna Oraziana, Paola con Le Follie dello Chef, Antonio con Ristorante Pizzeria D’Avalos e, infine, Antonio con Agriturismo Il Riccio. In palio per il vincitore, l’ambitissimo titolo di miglior ristorante e un contributo economico di 5mila euro da investire nella propria attività. In questa puntata la salsiccia lucanica, che rappresenta perfettamente il territorio, è la categoria special, che si aggiunge alle altre quattro da votare: location, menu, servizio e conto.

I ristoranti della quinta puntata

La Taverna Oraziana (Potenza): Michele è il massimo esperto della storia della via Herculea e dei sapori lucani, la sua passione. Lavora coi suoi due fratelli e si occupa dell’accoglienza, raccontando ai clienti l’origine degli ingredienti, l’antica Lucania e i suoi sapori esportati al nord. La cucina della Taverna Oraziana è rigorosamente tradizionale, con piatti antichi come la D’dacciata di maiale alla sartascina e percorsi gustativi fondati sui salumi e sui formaggi podolici. La taverna, che si trova in pieno centro, ha il classico stile del ristorante di una volta. Ha l’allure del locale storico con un’ampia sala a vista tutta in pietra, divisa in due da archi e con un camino al centro.

Le Follie dello Chef (Potenza): Paola, la titolare, è folle d’amore per la cucina dello chef Giuseppe, suo marito, ed è pronta a tutto pur di difendere il genio e la follia ai fornelli del consorte. Paola, che nasce come geologa e cresce da ristoratrice, si occupa dell’accoglienza e guida il cliente alla scoperta delle creazioni del marito. La cucina è legata ai sapori del territorio, ma stravolta dalla follia dello chef: il peperone crusco viene servito su un cristal bread, pane trasparente croccante, il baccalà usato per il sushi toscano, la lucanica sbriciolata su una crema di zucca. Il locale ha due sale e uno stile un po’ retrò, da taverna familiare, con tovagliolo rosso e innesti di pietra alle pareti. Di fronte al locale ci sono i resti di un antico ponte romano della via Herculea.

Ristorante Pizzeria D'Avalos (Venosa): Antonio ha deciso di intitolare il suo ristorante, che si trova a due passi dal Castello di Venosa, la città di Orazio, a Maria D’Avalos,  uccisa per mano del marito, il conte Gesualdo. La cucina è tradizionale e rivisitata negli impiattamenti per renderla attuale e ricca di sapori. Nel menu, oltre al maialino nero, la lucanica, il pecorino, il caciocavallo, la cicerchia e i ceci, è presente anche il pesce, spesso abbinato a prodotti del territorio, come il cavatello con vongole e cime di rapa. Il ristorante è elegante e curato con tre sale, una veranda, una al piano terra e una molto ampia al primo piano. La mise en place è raffinata.

Agriturismo Il Riccio (Monticchio Laghi): Antonio ha aperto il suo agriturismo sulle pendici del Vulture, tra colline e boschi. Si occupa della sala, ma sovrintende anche alla cucina, che rivisita la tradizione lucana. Il menu è impreziosito da ingredienti tipici della via Herculea, come il peperone crusco, le melanzane di Rotondella, il baccalà, che vengono proposti non come erano un tempo, ma come potrebbero essere, in tortini per esempio. Fiore all’occhiello di Antonio è il tartufo: i ravioli di ricotta di pecora, infatti, non sono al pomodoro, ma al tartufo. La location interna si presenta curata, giovane e fresca, con pareti decorate da artisti e dalle foto naturalistiche scattate dallo stesso Antonio.

La quarta puntata: il miglior ristorante gourmet di uno stabilimento balneare della Riviera Romagnola.

Dopo aver fatto tappa a Milano, in Ciociaria e in Toscana, questa settimana lo chef è alla ricerca del miglior ristorante gourmet di uno stabilimento balneare della Riviera Romagnola.

Una lunga distesa di ombrelloni e mare contraddistingue la “spiaggia d’Italia”. È una delle zone della Penisola più conosciute al mondo, in cui si sta bene sempre, dalla mattina alla sera, dove gli stabilimenti balneari sono pensati per regalare emozioni e gustose esperienze culinarie nei loro ristoranti. Questa volta chef Borghese non è qui per la solita piadina, ma vuole di più. È alla ricerca, infatti, di ristoranti gourmet, dove la gustosa cucina romagnola convive con ingredienti genuini e di altissima qualità, impiattamenti raffinati e ricercati abbinamenti di sapori.

A sfidarsi ci sono: Monica con Maré, Danilo con Ricci di Mare, Andrea con Cala Zingaro, e, infine, Piero con Peperittima. In palio per il vincitore, l’ambitissimo titolo di miglior ristorante e un contributo economico di 5mila euro da investire nella propria attività. In questa puntata la cozza di Cervia è la categoria special, che si aggiunge alle altre quattro da votare: location, menu, serviz io e conto.

I ristoranti della quarta puntata

Maré (Cesenatico): Monica, di padre romagnolo e mamma mantovana, è nata a Vigevano e gestisce il ristorante. La filosofia del Maré, un nuovo modo di fare ristorazione in spiaggia in Romagna, è far stare bene le persone come se fossero in vacanza fin dal primo istante. Per Monica gourmet è sinonimo di ricerca, curiosità, gusto e qualità. La location è molto accogliente e raffinata, si pone grande attenzione al lato estetico, alla cura del dettaglio e alla continua ricerca nell’arredo. C’è molto legno e le lampade sono state create appositamente, utilizzando le gambe di vecchi tavoli, tutti diversi tra loro. Sul soffitto sono appese gabbiette e mongolfiere, i colori sono tenui.

Ricci di Mare (Miramare di Rimini): Danilo, nato da una famiglia di pescatori e bagnini, è il titolare e si autodefinisce “un patacca”. La sua famiglia è proprietaria del Lido dal 1947. Nel 1992, dopo aver visto che i panini e le piadine fatte dalla mamma nel baretto del lido andavano alla grande, decide di aprire un ristorante sulla spiaggia. Per Danilo, lui stesso un pescatore, gourmet significa cura nell’impiattamento, ricercatezza della materia prima e grande qualità del pesce e della sua conservazione. La location è tradizionale ma ricercata, con dei gazebo sulla spiaggia con tende bianche. Utilizza la plastica delle vecchie sdraio come tovagliette o come porta menu.

Cala Zingaro (Milano Marittima): Andrea è il titolare. Dopo aver abbandonato il mondo della moda, decide di acquistare, insieme a due soci, Cala Zingaro: “’Cala’ perché si trova in una piccola spiaggia, e ‘zingaro’ perché io stesso sono un po’ zingaro, amo girare il mondo”, confida Andrea. Qui si viene per staccare la spina e sembra di stare all’estero. La cucina, prevalentemente a base di pesce, punta sulla materia prima di qualità della zona con qualche incursione asiatica. Il ristorante è arredato con gusto, stile e attenzione alla ricerca dei materiali. Il servizio in sala è informale ma sempre attento. I lettini sono imbottiti, mentre i tavoli davanti al mare non hanno alcun ombrellone che possa ostacolare la splendida vista.

Peperittima (Milano Marittima): Piero è il gestore. Nato e cresciuto in una famiglia di albergatori, nel 2010 decide di buttarsi nell’avventura dello stabilimento con sua moglie Angela, ex infermiera svizzera conosciuta sulle spiagge romagnole. La cucina del Peperittima è tradizionale, offre prodotti a chilometro zero con punte di innovazione. La domenica non possono mancare la lasagna e i cappelletti al ragù, molto richiesti dai clienti. Il pesce è il piatto dominante, con pescato del giorno che comprende le cozze di Cervia, tipiche della zona. Per Piero un locale si può definire gourmet se c’è un pensiero dietro alle scelte, per lui tutto deve essere in armonia. La location interna è semplice, all’esterno lo spazio è ampio con legno e pavimentazione moderna.

La terza puntata: il miglior ristorante con vigneto della Val d'Orcia e Val di Chiana

Nella terza puntata lo chef si trasferisce in Toscana, a Siena in particolare, alla ricerca del miglior ristorante con vigneto della Val d’Orcia e della Val di Chiana. La Toscana, si sa, è terra di secolari confronti tra campanili: livornesi contro pisani, lucchesi contro viareggini, e fiorentini contro tutti. A Siena, almeno all’apparenza sembra tutto tranquillo, ma anche da queste parti basta un niente ad accendere la miccia. Per passare dalla Val D’Orcia alla Val di Chiana, infatti, basta compiere un semplice salto. Due valli in competizione tra di loro, ma cucite insieme da un capolavoro della natura e dell’ingegno dell’uomo: il vigneto. Con le uve di queste valli si realizzano, infatti, vini eccezionali come il Brunello di Montalcino, in Val d’Orcia, e il Nobile di Montepulciano, in Val di Chiana. Ma non solo: gli acini, il mosto, lo stesso vino da secoli sono utilizzati dalla cucina toscana per preparare piatti indimenticabili come la schiacciata con l’uva, il maialino con salsa di mosto, il peposo di vitello al vino nobile.

A sfidarsi ci sono: Marta con Palazzo Bandino, Elisa con Tenuta Fanti, Paolo con il Greppo, e, infine, Michael con Podere Il Casale.

In palio per il vincitore, l’ambitissimo titolo di miglior ristorante e un contributo economico di 5mila euro da investire nella propria attività. In questa puntata i pici, una pasta fresca simile agli spaghetti, sono la categoria special, ossia il piatto su cui tutti gli sfidanti sono chiamati a confrontarsi.

I ristoranti della terza puntata

Palazzo Bandino (Chianciano Terme – Val di Chiana): Marta è la ruspante titolare. La tenuta agricola, che ospita l’agriturismo, appartiene alla sua famiglia da ben otto generazioni. Palazzo Bandino era un convento benedettino del 1600, ristrutturato nel 1991 dal papà di Marta, che produce anche il vino: le bottiglie (circa 60.000) vengono etichettate con il nome dell’agriturismo. Durante la cena si degustano esclusivamente i vini che qui vengono prodotti. La cucina di Palazzo Bandino è tipica toscana: il sugo viene preparato “come si faceva un tempo”. I pici, piatto tipico della zona, sono preparati con il vino rosso nell’impasto e con ragù di chianina.

Tenuta Fanti (Montalcino – Val D’Orcia): Elisa è la titolare. La sua famiglia possiede la tenuta, un casale di campagna interamente ristrutturato, da 7 generazioni. Gli interni della location sono moderni con lampadari al neon di forma circolare, in contrasto con la parte esterna di pietra con grandi vetrate sulla campagna toscana. Il padre di Elisa ha iniziato a produrre il primo Brunello di Montalcino nel 1980, l’anno di nascita della figlia. La cucina è gestita da due signori toscani fino al midollo, che propongono una cucina tradizionale. Il ristorante-agriturismo, frequentato soprattutto da stranieri, è aperto agli ospiti esterni solo su prenotazione. Qui, con l’uva, oltre al vino, si fa il vin santo e la grappa.

Il Greppo (Montepulciano – Val di Chiana): Paolo è il titolare ed è “follemente innamorato di questo angolo di Toscana: se dovessi rinascere – dice – vorrei rinascere qui”. Il Greppo è un ristorante agricolo a conduzione familiare, aperto nel 2000. Il locale è stato ricavato all’interno di un casale ristrutturato, immerso tra le colline e circondato da ulivi e vigneti. I fiori all’occhiello del locale sono la stagionatura del pecorino in fossa e la produzione di vino Nobile di Montepulciano. Il menu è tipico con salumi, formaggi, bruschette, i pici all’aglione, al ragù classico o al ragù d’ocio (una grande oca locale dal collo lungo), “la ciacciunta con l’uva”. Tutti gli ospiti hanno la possibilità di visitare gratuitamente la cantina del locale.

Podere Il Casale (Pienza – Val d’Orcia): Michael, detto Micha, è il titolare. I suoi genitori si sono trasferiti da Zurigo in Toscana nel 1991, con l’obiettivo di aprire un’attività dove poter mangiare tutto ciò che producevano in maniera biologica. Oggi, come allora, la priorità di Micha è offrire ai suoi ospiti una cucina toscana autentica e a km 0. L’azienda agricola presenta filari di vigna, capannoni, campi e aree dedicate all’allevamento di diversi animali. Dal patio con veranda e tavolini è possibile ammirare la campagna toscana. I due piatti rappresentativi sono i pici con farina propria macinata a pietra e la degustazione di formaggi. Per Micha, infatti, l’eccellenza della sua produzione è il pecorino di Pienza, prodotto con il latte delle sue pecore.

La seconda puntata: il miglior ristorante per bikers in Ciociaria

Nella seconda puntata, lo chef asseconda la sua grandissima passione per la motocicletta e sale in sella alla ricerca del miglior ristorante per bikers della Ciociaria. Qui, nel cuore del Lazio, non sempre per dare gas bisogna essere in cucina. I motociclisti sono dei viaggiatori speciali, amano scoprire il territorio e le sue prelibatezze, curva dopo curva: in Ciociaria ogni tornante nasconde un’emozione, un incantevole paesaggio, un borgo medievale o un cartello con scritto “brace” e il motociclista frena per concedersi una sosta. Ma cosa si mangia in Ciociaria? Come si destreggia un biker tra i piatti tipici come la pecora al sugo, le sagne e fagioli, l’abbacchio e le spuntature di maiale?

A contendersi il titolo ci sono: Francesca con Biker Bistrot, Valerio con Il Locandiere de Core e de Panza, Pierantonio con La Taverna del Castello e, infine, Marco con l’Osteria Volsci. In questa puntata la categoria special, ossia il piatto su cui tutti gli sfidanti sono chiamati a confrontarsi, è l’abbacchio, un simbolo della cucina ciociara e molto richiesto dai motociclisti.

I ristoranti della seconda puntata

Biker Bistrot (Frosinone): Francesca è la titolare, la chef e l’anima del locale. Si arrabbia spesso se qualcosa non va nel verso giusto. Il suo ristorante a conduzione familiare, che si trova nel centro di Frosinone, è pensato come casa dei motociclisti, un luogo di incontro per gli amanti delle due ruote, dove pianificare i viaggi da fare. Il locale propone una cucina american style, con “hamburgeroni” gourmet che portano i nomi delle varie case automobilistiche, ma nel menù non mancano piatti della tradizione ciociara. Esteticamente il Bike Bistrot è a metà tra il pub e il ristorante, con molti oggetti e riferimenti al mondo bikers: nella sala interna ci sono anche le motociclette esposte. La mise en place è semplice e rustica.

Il Locandiere De Core e De Panza (Acuto): Valerio è il titolare e lo chef. L’edificio che ospita il ristorante nasce nel 1971 come locale adibito alla vendita di prosciutti e mozzarelle, tutto in legno scuro. Uno chalet in Ciociaria che Valerio ha trasformato in un vero ristorante, portandolo da 40 a 100 coperti. Un enorme braciere campeggia accanto all’ingresso del locale, che presenta all’interno due sale ariose in stile moderno. Il menù unisce piatti della cucina ciociara a quelli della tradizione. Se in cucina qualcuno sbaglia, Valerio urla e si fa sentire; in sala, però, diventa un vero oste, intrattenendo i clienti con la fisarmonica e gli stornelli laziali.

La Taverna del Castello (Fiuggi): Pierantonio si autodefinisce “allegro e frizzante, il giullare che tutto fa e tutto controlla”. La sua taverna si trova in un borgo antico, all’inizio della Cimetta, uno degli itinerari ciociari più amati dai biker. È in stile medievale ed è scavata nella pietra con grandi travi di legno. La cucina, che è a vista e si affaccia su una delle salette, unisce i prodotti del territorio ai piatti tipici della cucina laziale: la classica carbonara, per esempio, viene arricchita con funghi porcini. Ci sono un buffet con taglieri e cestini colmi di prodotti del territorio, non in vendita, ma utili a mostrare al cliente quel che può mangiare.

Osteria Volsci (Frosinone): Marco è il titolare “generoso e pignolo al punto giusto”. Sta principalmente in sala, dove dirige i lavori con molti sguardi e poche parole. L’osteria si trova a soli 100 metri dal casello dell’autostrada, una posizione strategica per i biker. Una passione per le moto che lo stesso Marco (in box ha tre moto, “veri e propri gioielli da custodire”) condivide con sua moglie. La cucina propone piatti nazionali di carne e di pesce e piatti della tradizione ciociara. Tra i primi, spiccano le fettuccine all’amatriciana e gli spaghettoni cacio e pepe. Molto apprezzati sono anche la pecora al sugo, la bufaletta in umido, gli arrosticini e l’abbacchio.

La prima puntata: il miglior ristorante con delivery di Milano

Nella prima puntata, chef Borghese anima una gara speciale tra i ristoratori alla ricerca del miglior ristorante con delivery di Milano. Da anni, proprio nel capoluogo lombardo, una delle tendenze più diffuse in fatto di ristorazione è proprio quella di degustare i piatti e assaporare l’atmosfera del ristorante fuori dal ristorante, magari all’interno delle abitazioni, con l’idea di cucina del ristorante prescelto che viene comodamente trasportato in un sacchetto. A contendersi il titolo ci sono: Rosalba con Potafiori, Andrea con Il Liberty Milano, Umberto con Slow Sud – Ristorante Terrone e, infine, Emmanuele con Maison Milano. In questa prima puntata la categoria special è il packaging.

I ristoranti della prima puntata

Potafiori (Porta Romana): Rosalba viene da Bergamo, ma a Milano ha trovato la sua vera dimensione. È conosciuta come “Cantafiorista” perché nasce come cantante e poi diventa fiorista, infatti nel suo locale si può mangiare ma anche acquistare fiori e sentirla cantare: chi ordina riceve un QR code personalizzato con annessa serenata. La cucina di Potafiori segue la tradizione ma “sotto mentite spoglie”: ci sono piatti semplici ma serviti su piatti speciali. Il delivery di Potafiori, il Potabox, viene consegnato da collaboratori muniti di “grembiulone” che utilizzano un furgone e un motorino brandizzati. Il packaging è biodegradabile e presenta scatoline bianche chiuse con la corda.

Il Liberty Milano (Porta Nuova): Andrea è il titolare e lo chef. Nato da mamma ferrarese e papà siciliano, ammette di non essere un capo facile. La sua cucina è italiana e risente dell’influenza della cucina casalinga della mamma. La proposta di delivery de Il Liberty Milano corrisponde quasi in toto al menù che si trova al ristorante. Il packaging con cui viene effettuata la consegna è lineare, con un foglio di istruzioni per riscaldare, impiattare e servire il cibo. Il packaging è per il 70% sostenibile, fatto di materiale di recupero e senza plastica. I sacchetti con il logo del ristorante sono di carta, quadrati e performanti per agevolare il trasporto e tenere il contenitore dritto.

Slow Sud - Ristorante Terrone (Duomo): Umberto è il titolare e lo chef. Il suo locale è aperto dal 2011, ma lui ha iniziato questa avventura nel 2015. Oggi il ristorante è gestito da cinque soci, tutti giovani e del sud. La cucina è fatta di piatti della tradizione siciliana e pugliese e il delivery rispecchia appieno “il loro essere terroni”. Per ordinare si va sul sito o si procede per telefono e il cibo viene consegnato con dei pacchettini su cui campeggiano il logo, la grafica del ristorante e il nome del piatto ordinato. Per il packaging Umberto ha scelto vaschette appositamente di alluminio, come quelle che danno le nonne la domenica. Sono pratiche perché se avanza qualcosa si può conservare il cibo per poi riscaldarlo il giorno dopo.

Maison Milano (Zona Abbiategrasso): Emmanuele è figlio d’arte: il padre è il noto pasticcere milanese Cucchi e la mamma la cantante Anna D’Amico. È lo chef di un vero e proprio show restaurant, in cui la cena viene accompagnata da giochi e balli. La sua cucina “interattiva” viene applicata anche al delivery: sul sito oltre al cibo si possono infatti prenotare anche diverse esperienze come il kit barman, un corso in diretta, e il kit seduzione, utile per organizzare una cena afrodisiaca. Il delivery viene consegnato dai dipendenti stessi vestiti in modo elegante. Il packaging è studiato per evitare sballottamenti. Non viene usata la plastica bensì la carta di canapa riciclata, che può essere buttata dopo l’utilizzo.