Home TvProgrammi“Aspettando le parole”, Massimo Gramellini: «Racconto le parole di questa crisi»

“Aspettando le parole”, Massimo Gramellini: «Racconto le parole di questa crisi»

Il giornalista e scrittore è tornato su Raitre per analizzare a modo suo i giorni del coronavirus

Foto: Massimo Gramellini

24 Aprile 2020 | 15:42 di Enrico Casarini

Una parola ha riempito queste ultime e difficili settimane: coronavirus. E da questa sola parola è ripartito Massimo Gramellini con il suo appuntamento nella prima serata del sabato di Raitre. Ha trasformato il titolo in “Aspettando le parole”, ha dato un po’ di riposo ad alcune rubriche e ha cambiato il paesaggio, visto che non va più in onda da Milano, ma da Roma, dallo studio che solitamente ospita “Geo”. Resta però il succo delle sue classiche “Parole della settimana”: osservare i nostri giorni cercando di trarne il senso più profondo.

Massimo, diciamo che sentiva di dover tornare in onda?
«Ci tenevamo tutti, sì. Sono cresciuto con la convinzione che la Rai sia un servizio pubblico e quindi è importante che nei momenti di difficoltà ed emergenza ci sia sempre, come può e al meglio possibile. Io sto in studio come se fossi a casa mia e vado a ficcare il naso dove altri italiani, famosi e no, stanno vivendo il loro sabato sera in “quarantena” parlando con loro grazie a Skype».

Come esplorate la terribile parola “coronavirus”?
«La trasformiamo in tutti i modi. Il 25 aprile, per esempio, parleremo di Liberazione ricordando la fine della Seconda guerra mondiale e ragionando sull’uscita dall’epidemia. La puntata del 2 maggio invece sarà dedicata al Lavoro: dopo la festa del 1° maggio non potremo che sperare di essere vicini alla ripresa di tutte attività».

Lei come sta passando questi giorni in casa?
«Con la mia famiglia, guardando tanti film. Come tanti italiani, poi, ho riletto i “Promessi sposi” scoprendo, per quanto possa essere banale, che è una delizia rileggere per piacere quel che avevi letto per obbligo a scuola. Preso dallo slancio ho anche rivisto alcune puntate dello storico sceneggiato di Sandro Bolchi del 1967. Sarà questo clima da peste manzoniana, ma è pura bellezza e anche se è in bianco e nero non è affatto invecchiato».

Questo tempo ci sta cambiando e necessariamente cambia anche i nostri sentimenti…
«L’epidemia è come un “Grande Fratello” alla rovescia, dove in casa non sono rinchiusi degli sconosciuti, ma persone che si conoscono benissimo o almeno lo credono. La convivenza forzata farà venir fuori delle sorprese».

Ci consigli un libro o un film per capire e per ripartire.
«La saga di Harry Potter sicuramente: i libri e i film. E non è un consiglio solo per chi, come me, sta in casa con dei bambini. Mi colpisce molto il fatto che la casa di Grifondoro, quella di Harry, abbia come valore caratteristico il coraggio, perché penso che sia il valore più importante, anche più della bontà e della simpatia».

Oltre a Manzoni, c’è una voce del passato la cui saggezza oggi ci sarebbe utile?
«Rispondo come avrebbe fatto Carlo Fruttero, un grande scrittore a cui ero molto legato: è sbagliato cercare sempre chi non c’è più, perché è un modo per non vedere quello che c’è. Pensiamo al tanto di buono che abbiamo! Questo mi fa ricordare quel che disse Indro Montanelli in una delle sue ultime interviste: “Non sono ottimista sull’Italia, ma sono molto ottimista sugli italiani”».

Che cosa le manca di più?
«Mia moglie direbbe che a un orso come me, uno che starebbe sempre in casa, non dovrebbe mancare nulla. E invece vorrei fare una passeggiata in riva al mare. Sì, non vedo l’ora di poter camminare di nuovo sulle dune di Sabaudia».