Home TvProgrammiBiagio Izzo a “La sai l’ultima?”: «Come far ridere? L’ho imparato ai matrimoni»

Biagio Izzo a “La sai l’ultima?”: «Come far ridere? L’ho imparato ai matrimoni»

Il comico napoletano fa il coach dei barzellettieri del programma di Canale 5 condotto da Ezio Greggio. E ci racconta la sua incredibile e folle gavetta

Foto: Biagio Izzo crede nella forza dell'improvvisazione:«Ai miei concorrenti spiego che, qualsiasi cosa accada, sul palco non bisogna mai perdere il sorriso»

05 Luglio 2019 | 12:03 di Paolo Fiorelli

«E pensare che io non sono un battutista. Nei miei monologhi c’è una battuta ogni mezz’ora!». Eppure a “La sai l’ultima?” Biagio Izzo è l’orgoglioso capitano di una squadra di barzellettieri.

Biagio, come si spiega?
«Vede, io amo le freddure, ma sono più un mezzofondista della comicità: con me la risata nasce dalla parodia della vita quotidiana, dai personaggi, dalle situazioni... La barzelletta è come i 100 metri piani: si carica ed esplode in un colpo solo. Ma sia chiaro, è un’arte finissima, con i suoi maestri».

Il più grande?
«Per me, Gino Bramieri».

E i segreti? Ce ne svela qualcuno?
«L’errore più comune è quello di “correre” verso la battuta finale, pensando che sia l’unica cosa che conta. Sbagliato. Quando arrivi a quel punto devi aver già conquistato l’ascoltatore: la barzelletta va “interpretata”. Poi è fondamentale il cambio di tono. La conclusione deve arrivare secca e tagliente, con un ritmo e una intonazione diversi da quelli dell’introduzione».

Ma lei ce l’ha una barzelletta preferita?
«Quella del carabiniere che entra da uno sfasciacarrozze e, vedendo pile e pile di carcasse d’auto, si guarda intorno sempre più sconvolto. Alla fine non si trattiene più e grida disperato: “Mamma mia, che incidente!”».

La sua prima battuta a quando risale?
«Avevo sei anni e improvvisavo piccoli spettacoli per i miei familiari a Portici. Tutti dovevano dare una monetina e visto che siamo una famiglia numerosa (sono il penultimo di nove figli) raggranellavo pure qualcosa...».

E poi?
«C’è stata la stagione dei matrimoni con il duo “Bibì & Cocò”. Per quasi 20 anni ho “sposato” (e “battezzato”, e “cresimato”...) mezza Napoli. Facevamo anche dieci matrimoni al giorno».

Ma è impossibile!
«No, se li incastri bene. E se hai un autista come il nostro, che era un ex vigile del fuoco. Conosceva tutte le scorciatoie di Napoli e ti portava in 20 minuti dove gli altri ci mettevano un’ora».

Una bella scuola...
«Non potete immaginare cosa succede ai matrimoni. Niente palco, niente sopralluogo, era già tanto trovare il microfono funzionante. Devi adattarti a ogni situazione, dallo zio ubriaco che vuol cantare con te, al braccio che ti finisce negli spaghetti... E se arriva il risotto? Mica può aspettare! Ti metti a cantare seguendo il cameriere che lo porta ai tavoli... Che ridere. C’era un solo lato negativo».

Quale?
«Le bomboniere. Arrivavamo ad accumularne 30-40 al giorno. Spesso identiche, perché c’era l’anno che andava di moda il Pulcinella di ceramica, e l’anno che andava il pony... Al martedì, che era il primo dei due giorni liberi (perché “di Venere e di Marte non si sposa e non si parte”) chiamavo gli amici e le distribuivo. Il guaio è che se poi tornavo dalla stessa famiglia, mi chiedevano: “Dove hai messo la bomboniera?».

Capitava spesso?
«Guardi, c’è una ragazza di cui ho fatto il “triplete”: battesimo, cresima e matrimonio! Diventavo uno di famiglia. Solo che ci esibivamo in dialetto stretto, e quindi io dico sempre che in città eravamo più popolari dei Duran Duran, ma già a Caianello (ridente paesino sulla strada per Roma, ndr) non ci capiva nessuno. E così mi è venuta voglia di fare altro. Dal teatro, che resta il mio vero mestiere, al cinema e alla tv».

E gli sposini di Napoli? Non ci sono rimasti male?
«Scherza? Sono orgogliosi di vedermi in tv. Dicono agli amici: “Quello è Bibì, è stato al mio matrimonio!”».

La svolta quando arrivò?
«Con “Ciao Gente” nel 1983. Corrado mi disse: “Voi napoletani siete fortunati, fate la gavetta e vi pagano anche bene”. Anni dopo feci un provino per Boncompagni, che poi mi chiamò a “Macao”. Lì, nel suo studio, scovai il foglio del provino a Napoli: c’era una sfilza di nomi e, solo vicino al mio, un asterisco e una parola: “Bravo”. Che soddisfazione!».

E poi i “cinepanettoni”...
«De Laurentiis mi vedeva su una tv locale e mi chiamò. Ma voglio ricordare anche Vincenzo Salemme, che mi ha voluto in tanti suoi film».

E dopo “La sai l’ultima?” ?
«Torno a esibirmi dal vivo con gli spettacoli “Autovelox” e “Che peccato, è peccato!”. E sto già scrivendo il prossimo con Eduardo Tartaglia: “Tartassati dalle tasse”. Il teatro è la mia vera casa».