Home TvProgrammiCarolina Benvenga e «La posta di Yoyo»: l’intervista integrale

Carolina Benvenga e «La posta di Yoyo»: l’intervista integrale

Dal 2012 legge le letterine dei piccoli telespettatori di Rai Yoyo. La conduttrice romana si racconta a Sorrisi

Foto: Carolina Benvenga e Lallo il Cavallo

27 Luglio 2017 | 13:30 di Francesco Chignola

Carolina Benvenga, nata a Roma il 10 gennaio 1990, dall'estate 2012 conduce «La posta di Yoyo», in onda su Rai Yoyo dal lunedì al venerdì alle 8.10. Nel programma, Carolina legge le letterine dei suoi piccoli telespettatori, risponde alle loro richieste, mostra i loro disegni e insegna loro anche un po' di inglese interpretando la cugina Silly Sally.

Carolina, ma è vero che i bambini pensano che tu sia un cartone animato?
«Sì! Fino ai tre o quattro anni di età non fanno distinzioni, non hanno ancora la percezione che all’interno della tv lavorino persone in carne e ossa, perché genitori non gliel’hanno spiegato. Infatti quando i bambini mi vedono in giro di solito la loro reazione è tipo “Ho visto la Madonna”. Quando mi avvicino piangono per l’emozione, le femmine si toccano i capelli, i maschietti nascondono il volto… “Oddio, sta succedendo sul serio!”».

Come sono i tuoi telespettatori?
«I bambini sono un target fuori dal comune, che peraltro è il più spietato. Noi adulti ci facciamo piacere le cose, le guardiamo anche se non ci interessano. Per loro è bianco o nero: se lei mi sta antipatica, piango. E si cambia canale. Ma allo stesso tempo sono più veri, ed è questa verità che mi conquista, e la semplicità del loro linguaggio mi mette a mio agio. Adoro lavorare sapendo di rivolgermi a questo tipo di pubblico, così dolce, che ama e sente di più di tutti gli altri. Comiunque il nostro sarà pure un mondo fatato e magico, ma mentre registri non lo è: siamo in trenta persone in studio! Però lavori con un occhio diverso e una grinta in più, perché non lo fai per il dirigente o il capo, lo fai per i bimbi, sai che ti guarderanno con ammirazione, ripeteranno quello che fai tu».

Prima di approdare a «La Posta di Yoyo» hai cominciato con la fiction. Da dove nasce la tua passione per la recitazione?
«Sono sempre stata molto socievole, quando ero piccola facevo gli “spettacolini”, mi inventavo le storie e Natale era il mio palcoscenico ideale. Mia mamma, vedendo questa predisposizione, mi iscrisse a un’agenzia, ma non mi entusiasmava tanto farlo a comando. All’età di otto o nove anni mi è capitato di fare un provino per una pubblicità della Dixan: eravamo tanti bambini, c’erano Tiberio Timperi e... Cristina D’Avena, l’idolo di tutti noi. Lì ho detto: “Fantastico, voglio farlo anch'io». Poi uno cresce e scopre che c’è tanto lavoro, che ci sono sacrifici da fare. Io ho cominciato a recitare da adolescente, andavo a scuola e lavoravo, non avevo tutto questo tempo per gli amici e lo svago. Però la mia passione si è intensificata sempre di più».

E poi nel 2012 sei approdata a Rai Yoyo.
«È stato proprio qui che ho capito che la mia passione non è la recitazione, ma la conduzione. Recitare è entusiasmante, ti fa entrare nei panni di persone diverse, però sei dietro un copione, con battute scritte, non sei tu. Io quando conduco sono me stessa, ci metto la mia personalità. Se domani mi capitasse un bel film lo farei, ma la conduzione è il mio vero traguardo».

Sapevi già di avere un talento con i bambini prima della «Posta»?
«Vengo da una famiglia numerosa, con tanti cugini di tutte le età, e in più ho due fratelli più piccoli di me di 9 e 11 anni. La domenica mi occupavo di loro, mi piaceva fare la mamma, facevo da baby sitter perché sono sempre stata una ragazza giudiziosa e responsabile. I bambini mi catturano e io catturo loro, da sempre, tra di noi non c’è nulla di finto».

Il programma ti porta anche in giro per l’Italia a incontrare i fan. È divertente?
«Sì, perché i bambini sono tutti diversi tra loro e sono una grande fonte di ispirazione. Non ho mai un copione, si gioca con i bimbi e ci si lascia trasportare da loro. Se i genitori collaborano mi diverto ancora di più, soprattutto quando i loro figli hanno cinque o sei anni. Devi vedere le facce delle bambine, tutte fiere dei loro papà... È molto gratificante».

Nel tuo programma passano tanti “ospiti”. Ce n’è uno che ti piace particolarmente?
«Se dovessi scegliere uno solo con cui fare puntate all’infinito, ti direi Lorenzo Branchetti, “Melo Cotogno”. Siamo grandissimi amici. Ci siamo conosciuti a Yoyo e fin dalla prima puntata c’è stato un feeling pazzesco. Siamo estremamente simili perché diamo il cento per cento in quello che facciamo e abbiamo un rapporto spontaneo con i bambini. Quando siamo insieme sul set non riesco a smettere di ridere, ma la scena viene così simpatica che spesso la teniamo buona. Anzi, mi arrabbio se vogliono rifare una scena in cui ci “impappiniamo” o ci mettiamo a ridere: noi dobbiamo giocare e intrattenere i bambini, ci deve essere quella verità. Soffocare certe cose per essere precisi non è quello di cui i bambini hanno bisogno»

Su Rai Gulp ti sei dedicata anche alle telespettatrici un poco più grandi con «Gulp girl». Come ti sembrano le ragazzine di oggi?
«Sono figlie di una generazione digitale e seguono le scie, non hanno colpe. Cercano di non essere mai meno degli altri e questo un po’ mi sconforta un po'. Perché si perdono tutto quello che c’è di bello nell’essere bambini, essere spontanei, non avere responsabilità. Viviamo in un mondo pieno di stimoli dalla mattina alla sera, i bambini di oggi hanno tutto e non sono più portati a ingegnarsi. Bisognerebbe fare più programmi che stimolino a essere creativi, inventare, stupirsi, usare la mente. Su Rai Gulp e Rai Yoyo cerchiamo di reagire portando dei messaggi, ogni parola che senti è rivolta a stimolare i ragazzi verso cose che un tempo insegnavano i genitori o le nonne. Chi fa televisione per i giovani ha questo dovere, perché i ragazzi di oggi hanno anche un potenziale persino maggiore: hanno tanti strumenti fantastici che però non sanno usare, o che li impigriscono».

E i bambini più piccoli?
«Sono così dolci e puri che ci vuole un’attenzione maggiore, sono sensibili, recepiscono qualsiasi cosa tu dica o faccia e la ripetono. I programmi per bambini sono la cosa più divertente che si possa produrre: è un pubblico che ti riempie di soddisfazioni anche con niente, a loro basta un sorriso. Quando li incontri dal vivo ti seguono con gli occhi sbarrati, tutto quello che dici è sacrosanto. È un pubblico senza sottotitoli o strutture».

La più divertente tra le letterine che hai ricevuto?
«Sono tutte così simpatiche… C’è chi mi racconta cosa fa il pomeriggio, chi mi dice che vuole baciare la sua rana per diventare un principe, chi mi parla del nuovo taglio di capelli per assomigliare a un cartone animato. Mi raccontano di tutto. Credimi, in cinque anni di programma non so quante migliaia di letterine ho ricevuto, quindi non saprei proprio risponderti».

E le più commoventi?
«Sono quelle dei bambini più in difficoltà di salute, che mi scrivono dagli ospedali. Oppure sono gli stessi reparti a mandare firme cumulative di tutti i loro bimbi. Visitando gli ospedali più volte ho capito quanto ti può adorare un bambino che ti segue da un letto di ospedale e che ha pochi momenti di gioia durante il giorno. Non puoi non commuoverti al pensiero».

E che mi dici della tua collega Laura Carusino?
«Laura è un tornado, è piena di energie, non si ferma un attimo, è completamente pazza ed è anche una grandissima lavoratrice. A volte è troppo buona, io sono quella più cattivella delle due. Siamo legate da una grande amicizia perché a Torino viviamo in hotel, entrambe lontane da casa, e quando usciamo dall’albergo stiamo sempre insieme. Nel tempo si è creata una grande affinità. Abbiamo seguito reciprocamente i preparativi delle nostre nozze, io mi sono sposata l’anno scorso e lei un mese fa. Purtroppo lei è di Milano e io di Roma, quindi non è un’amicizia “fisica”. A volte trascorrono mesi tra un incontro e l'altro, ma quando ci vediamo è come se fossero passati dieci minuti».