“Che fine ha fatto Baby Jane?”: Franca Leosini di nuovo a tu per tu con i “maledetti”, ora liberi

Nel programma intervista due condannati per omicidio che hanno scontato la pena. «Li incontrai in carcere già anni fa» dice a Sorrisi la giornalista. «E vi dirò se la società li ha perdonati»

Franca Leosini  Credit: © Iwan Palombi
4 Novembre 2021 alle 08:57

Non va mai ospite in tv e rilascia pochissime interviste, riservate alle occasioni speciali come questa: Franca Leosini torna su Rai3 in prima serata con due puntate-evento di un nuovo programma, “Che fine ha fatto Baby Jane?”. E di fronte a lei ci sono due protagonisti di storici casi di cronaca nera che aveva incontrato anni fa a “Storie maledette”.

«Nella prima puntata, il 4 novembre, ospito in studio Filippo Addamo e l’11 novembre rivedrò invece Katharina Miroslawa. Condannati a scontare 17 anni lui e più di 21 lei per omicidio, oggi sono entrambi liberi di rifarsi una vita, perché hanno pagato il loro debito con la giustizia» spiega la conduttrice. «Ma quello che io mi sono chiesta prima di incontrarli una seconda volta è: “Sono stati davvero perdonati? Hanno ricucito il rapporto con la società? Hanno rimorsi? Rimpianti? Sono pentiti?”».

“Che fine ha fatto Baby Jane?” è un thriller del 1962 diretto da Robert Aldrich con Bette Davis e Joan Crawford. Perché ha dato questo titolo al suo nuovo programma?
«Perché quella è una pellicola che ha fatto storia e racconta la parabola di una donna che ha avuto successo da bambina ma che poi ha qualcosa di “maledetto” che le spezza la vita. Gli occhi di Bette Davis lo raccontano. Allo stesso modo, anche lo sguardo dei miei “maledetti” svela qualcosa di intenso: il loro vissuto, l’ambiente che ha influito sulle loro scelte, i rapporti che hanno avuto. Tutto. Queste sono le cose che io studio, perché di loro devo sapere tutto».

Era già andata a trovare in carcere questi due protagonisti di “Storie maledette”: oggi, dopo molti anni, sono cambiati?
«In parte ritrovo le stesse persone: due non professionisti del crimine che hanno pagato un prezzo umano per le loro vicende e portano dietro con sé il peso degli anni di detenzione».

Ci sono differenze tra l’intervista in carcere e quella in studio?
«No, ho lo stesso rigore, la stessa curiosità e lo stesso rispetto per le persone».

La scenografia aiuta i protagonisti ad aprirsi?
«Direi il contrario: il nuovo studio, lo vedrete, è imponente e potrebbe mettere soggezione. Se si aprono, è perché abbiamo instaurato un rapporto di fiducia. Con me è difficile mentire. Perché sanno che studio i processi dalla prima all’ultima parola, come i magistrati. Anzi, come mi disse carinamente un giudice: “Anche più di noi magistrati”».

Succede che a volte i suoi intervistati provino a nasconderle qualcosa?
«Succede. A volte dicono: “Non ricordo”. Ed è lì che io obietto sempre: “Allora glielo ricordo io”».

La schiettezza è sempre un’arma vincente?
«Assolutamente sì».

Nuova trasmissione, nuovo look?
«No, resto fedele alle mie giacche e ai miei pantaloni. Magari, per vezzo, cambio orecchini».

Le storie che racconta in tv la turbano mai nel profondo al punto da toglierle il sonno?
«Come tutte le persone che pensano molto, di notte dormo poco. Le storie mi attraversano, non le vivo mai con indifferenza, anche se in onda mostro lo stesso distacco che un medico deve avere nei confronti del paziente per curarlo dalla malattia».

E quando la notte non dorme cosa fa?
«Leggo. Ora sul comodino ho il libro vincitore del Premio Strega: “Due vite” di Emanuele Trevi».

«Il giornalismo è morto», sostiene qualcuno.
«Ma come? E noi in questa intervista cosa stiamo facendo? È uno slogan infelice che non condivido. Finché c’è curiosità, c’è giornalismo, vivo e vegeto».

Come nutre la sua curiosità?
«Se uno ce l’ha di natura, la alimenta con qualsiasi cosa, anche osservando un passante in strada».

E come nutre il corpo, sempre così in forma?
«Ho la fortuna di non ingrassare anche se la sera mangio tanto cioccolato. Forse perché a pranzo spesso prendo soltanto un panino in redazione».

In tv la vediamo sempre sicura di sé. Ma avrà anche lei, come tutti, fragilità, preoccupazioni.
«Non ho tanto paura per me, perché sono serena, ottimista. Le mie paure riguardano le persone che amo: mio marito, le mie figlie».

Come le combatte?
«Mi attacco al telefono! Non rimugino, faccio altro».

Vedrà “Che fine ha fatto Baby Jane?” sul divano di casa con suo marito, come da tradizione accade per tutti i suoi programmi?
«Sì. E come al solito, quando mi rivedrò in tv mi sembrerà di guardare un’altra persona. Per fortuna mio marito Massimo ogni volta è carino e galante con me».

Qual è il carburante di un matrimonio duraturo come il vostro?
«Le targhe alterne (ride): lui è di base a Napoli, dove c’è la nostra dimora di famiglia, mentre io sto spesso a Roma per lavoro. Così, quando ci vediamo, il rapporto è sempre fresco».

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