Davide Parenti: «Vi racconto come nasce il graffio delle Iene»

L’autore, “papà” dello storico programma di Italia 1, ripercorre i momenti più epici in 25 anni di show

3 Ottobre 2022 alle 08:36

Ancora una volta, dal 4 ottobre, “Le Iene” tornano a graffiare in prima serata su Italia 1. Alla conduzione, Belen Rodriguez e Teo Mammucari: coppia collaudata che vedremo fino alla fine dell’anno. In redazione a pochi giorni dalla partenza del programma c’è un gran fermento perché si realizzano i primi “servizi-bomba” e si testano nuovi inviati. Dietro tutto c’è la mente vulcanica di Davide Parenti, il “papà” del programma da 25 anni. Ed è proprio con lui che facciamo due chiacchiere, per ripercorrere insieme i momenti clou della storia della trasmissione.

Se dovesse salire sul palco di “Le Iene” e aprire questa intervista con un monologo, come inizierebbe?
«Quando sono partite “Le Iene”, i numeri di telefono si componevano girando una rotella, i portatili erano in bianco e nero, Maradona giocava ancora, non esisteva il “Grande Fratello” e YouTube sarebbe arrivato soltanto una decina d’anni dopo».

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese...”. Parafrasando l’Ariosto, le va di raccontarci i momenti più “epici” dello show?
«Impossibile. Troppe cose, troppi anni, troppe persone. Basti pensare che abbiamo avuto quasi 200 inviati».

Allora partiamo dall’inizio: com’è nato “Le Iene”?
«Nella primavera del 1996 Giorgio Gori, allora direttore di Italia 1 (oggi sindaco di Bergamo, ndr), mi chiede di lavorare su un format argentino (“Caiga quien caiga”) da mandare in onda a settembre, nel pomeriggio».

E a quel punto? Si ricorda il primo suo “guizzo” da autore?
«Inserire nel programma lo smascheramento di una truffa: prima di allora nessuno l’aveva ancora fatto. Realizziamo con Marco Berry un’indagine su un ricettatore di motorini. Nel coglierlo in flagrante, Marco si toglie la parrucca: “Io sono una Iena e tu sei un ladro!”. Quello fugge e la frase diventa un tormentone».

Oltre a Berry, chi erano i suoi “sodali” all’epoca?
«Enrico Lucci, Lillo e Greg e poi Simona Ventura, su di lei fu cucito il progetto».

Perché il nome “Le Iene”?
«Nel 1992 il film “Le Iene” del regista Quentin Tarantino ci ha regalato la divisa che ancora oggi contraddistingue gli inviati, e con la divisa ci siamo portati in dote anche uno stile aggressivo, graffiante».

Un aneddoto esemplificativo della vostra rivoluzione?
«All’inizio il programma andava in onda al pomeriggio, ma non funzionava. Era tutto troppo strano, troppo mosso. C’era perfino una patina bianca sull’immagine dello studio, che all’epoca ci pareva distintiva, ma vista col senno di poi era una boiata pazzesca. Un mezzo disastro. Dopo circa 20 puntate ci spostano in seconda serata e, ribilanciando gli ingredienti e togliendo le acidità dell’inesperienza, arriva il successo, nasce il tormentone “Le Iene portano bene” e da allora il programma non si è più fermato».

La prima puntata andò in onda il 22 settembre 1997 (oltre un anno dopo il primo colloquio sul progetto). Che cosa ricorda di quel giorno?
«La confusione di un gruppo di incoscienti che si sono lanciati in un’avventura senza immaginare cosa sarebbe diventata poi. Erano altri tempi. A Mediaset si poteva sbagliare e c’era un artigianato capace di costruire sugli errori, e soprattutto il tempo per rimediare. Oggi artigianato e tempo non ci sono più».

In questi 25 anni “Le Iene” hanno lanciato personaggi che sono diventati molto famosi.
«Dal programma sono passati quasi tutti, la tv di oggi è piena di ex Iene».

Come intuì, per esempio, le potenzialità di Pif?
«Molto curioso, molto creativo, per una decina d’anni è stato dietro la telecamera a realizzare i pezzi degli altri. Poi l’abbiamo convinto a superare la timidezza e a metterci la faccia».

E Fabio Volo da dove arrivò?
«Da una piccola tv di Brescia, ce lo segnalò Fiorello».

Giulio Golia?
«Giulio viene dai villaggi turistici. In televisione arrivò come raccontatore di barzellette a “La sai l’ultima?”. È lì che l’ho conosciuto, nel 1992, e da allora non ci siamo più lasciati».

Enrico Lucci?
«Enrico fu il primo inviato. Era un giornalista di cronaca di Rai3, ma aveva già quella faccia da matto».

Teo Mammucari?
«Anche Teo viene dai villaggi. Avevamo fatto insieme “Scherzi a parte”, poi l’avevo perso di vista. Valerio Staffelli me lo segnalò di nuovo. Lui arriva, fa la sua “supercazzola” (come nel film “Amici miei”, ndr) ed è subito un successo».

“Le Iene” ha sempre saputo conciliare tante anime: le inchieste internazionali, gli scandali nostrani e tante interviste “scorrette”, come quelle di Lucci ai politici, Volo desnudo davanti alla Marcuzzi o Victoria Cabello che “sposa” George Clooney interrompendo una conferenza stampa. Come si fa a bilanciare questo mix?
«Prima si fa un cast di persone valide, diverse, che probabilmente non si sceglierebbero l’una con l’altra. Si fa in modo che ciascuno abbia la libertà di esprimere la propria unicità. Poi si passa a una fase di lavoro che uniformi le asperità e infine si apparecchia: cibi differenti, dolci e salati, per un pasto completo».

La vostra “intervista doppia” è un format copiatissimo. Di chi è stata l’idea?
«L’idea di avvicinare due risposte alla stessa domanda è di Lorenzo Maiello, il compagno di viaggio presente dal primo minuto. Sua è anche la voce di gran parte delle interviste».

Dopo “Le Iene”, sia Alessia Marcuzzi sia Ilary Blasi hanno presentato il “Grande Fratello” e “L’isola dei famosi”. Il suo programma è stato un trampolino di lancio verso ulteriore popolarità. Perché, secondo lei?
«Tutti quelli che sono passati dal nostro programma ne sono usciti più “tonici” e robusti. “Le Iene” in questi anni sono state un vivaio, un po’ come l’Ajax per le grandi squadre europee di calcio».

Ovunque vadano, le ex Iene si portano dietro un modo più “informale” di condurre anche i programmi per famiglie, non crede?
«Forse perché per entrare a “Le Iene” è richiesta una vena di pazzia, una non convenzionalità che rimane nelle esperienze successive».

“Le Iene” è un programma femminista? L’anno scorso la scelta di affiancare dieci ragazze straordinarie a Nicola Savino è stata significativa.
«È stata una delle migliori stagioni. Tutte le ragazze che si sono alternate ci hanno arricchito portandoci una ventata d’aria fresca. Spero che l’esperimento in futuro si possa ripetere».

Ci sono stati momenti difficili?
«Nadia (la malattia e poi la scomparsa di Nadia Toffa il 13 agosto 2019, ndr) è stato il momento più doloroso, che abbiamo tentato di superare stando tutti insieme».

L’inchiesta che, col senno di poi, non rifarebbe?
«Quando si produce ogni giorno, può succedere di fare cose migliorabili. In cuor mio non c’è niente che non rifarei. Anche per le inchieste più discusse, sono pronto alle spiegazioni se qualcuno ha voglia di chiedermele… Purtroppo non succede, perché tutti sanno che sono un rompic***oni (ride)».

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