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Federico Quaranta, l’orgoglio di essere un “Provinciale”

Si rimette in viaggio alla scoperta di un’Italia inedita legata alle sue radici. Dal 31 ottobre ogni sabato pomeriggio su Raidue eccolo proporci un viaggio di 45 minuti

Foto: Federico Quaranta è nato a Genova il 27 marzo 1967. Per anni è stato nel cast di “La prova del cuoco”

30 Ottobre 2020 | 8:28 di Barbara Mosconi

Federico Quaranta si definisce «un narratore». Si descrive come uno che da anni va in giro per i territori per raccontarli, «e non puoi farlo se non li vedi e non li vivi». Ligio alla regola, lui ha percorso il mondo e l’Italia: prima perché si occupava di turismo, poi perché è stato calamitato dalla televisione con “Linea verde” (in tutte le sue declinazioni) e dalla radio con “Decanter” (appuntamento serale di Rai Radio 2). Ora il suo itinerario si svolge in provincia: dal 31 ottobre ogni sabato pomeriggio su Raidue eccolo proporci un viaggio di 45 minuti dal titolo, appunto, “Il provinciale”.

Federico, ha ancora senso parlare di provincia in un mondo globalizzato?
«Ha ancora più senso».

E cioè?
«Fino a qualche tempo fa se volevi insultare qualcuno, gli dicevi: “Sei un provinciale!”. Lo guardavi dall’alto in basso perché venivi da Milano o da Roma. Se volevi essere più sprezzante gli dicevi: “Sei un provincialotto!”. Ma il Covid ha sovvertito gli schemi».

È la rivincita della provincia?
«Con lo smart working, il distanziamento sociale, vivere tappato in un condominio di una semiperiferia di una città è terrificante. Sicuramente stai meglio in qualche provincia italiana dove hai un rapporto con la natura, c’è un tessuto sociale che è compagno, che ha “compassione”, ossia condivisione della sofferenza. In città siamo tutti alieni, non ci conosciamo neanche tra vicini di pianerottolo, viviamo una vita frenetica e terrificante, quando abbiamo bisogno non sappiano a chi chiedere aiuto».

Facciamo subito fuori i luoghi comuni.
«In provincia non sono arretrati, adesso c’è Internet, la gente ha cultura, studia, impara, forse si legge più in provincia che in città dove lamentiamo sempre la “mancanza di tempo”. La provincia si è velocizzata e si è messa in pari. Invece le metropoli corrono troppo e questo genera disequilibrio, non sei più in armonia, si creano enormi problemi sociali e personali».

Ci sarà pure un aspetto negativo.
«I giovani vivono la provincia come un luogo privo di occasioni per disegnarsi il futuro. Ma è mancanza di creatività. Oggi c’è la riscoperta del territorio, delle agricolture di precisione e di qualità, la consapevolezza delle grandi opportunità che ci vengono dalla terra».

Cosa ha scoperto in questo suo nuovo viaggio?
«Cose straordinarie. Il lago del Matese che, se ci vai d’inverno, ti sembra di stare in Norvegia. Dov’è? Nel casertano. Il luogo comune è che il casertano sia la Terra dei fuochi, che invece occupa il 3% di quel territorio. In Calabria, in Sila, c’è un altopiano di una bellezza senza pari, lo conoscono solo i cosentini e qualche pugliese che ci va a sciare. Sfido a farmi raccontare da qualcuno di essere stato nella valle del Platani in Sicilia, un paesaggio con dei panorami così potenti che perderselo è una follia, racchiude tutta la storia mineraria siciliana. E poi le vie degli eremi in Umbria, i paesi abbandonati che tornano a vivere del Cilento, le Langhe...».

Lei è nato e cresciuto a Genova. Non proprio un provinciale...
«Genova è una città provinciale: da Roma sono cinque ore di treno, da Milano sono due ore e mezzo, fai prima a piedi. È una città lunga lunga, si vive molto nei quartieri che sono lontani l’uno dall’altro. Ha rapporti fortissimi con il territorio e in particolare con il mare, non ti crea l’alienazione tipica della metropoli».

Cosa le è rimasto di quelle radici?
«D’estate i figli dei genovesi finivano in campagna. La mia famiglia paterna ha origini contadine e quindi i miei genitori puntualmente dicevano: “Federico mandiamolo dal nonno, respira bene, lavora e impara”. Io ho fatto per vent’anni il contadino con mio nonno, guidavo il trattore, portavo la mietitrebbia, aravo, spalavo il letame, raccoglievamo nocciole, prugne, pesche. Me lo ricordo come un incubo. Però mi ha dato un grande insegnamento».

Quale?
«Mio nonno mi diceva: “Non vendere mai la terra!”. Lui veniva dalle Langhe della “malora”, le terre del suicidio, i luoghi della tristezza e della nebbia, hanno dovuto piantare il nebbiolo per vincere la malinconia. Era di San Bartolomeo di Cherasco, borgata Quaranta, e si chiamava Bartolomeo Quaranta. Più attaccato alla terra di così! Allevava vitelli piemontesi e faceva vino e nocciole. Quando si è ammalato abbiamo venduto quasi tutto, io ho rilevato cinque ettari vinificati ad arneis».

Di nonno in nipote.
«Non faccio vino per venderlo, ma per regalarlo. Cento “magnum” in base alla stagione: quest’anno è andata benissimo. Le regalo, niente business. Non è etico visto che parlo di vino e di cibo».

Dovendo scegliere di abitare in una provincia tra le tante attraversate?
«Mi sono piaciuti moltissimo l’Alto Adige e il Trentino, hanno nella testa il concetto del bello, non c’è solo la casa, ma il giardino, la strada, la disposizione degli alberi, è tutto in armonia. Oppure la Sicilia, una regione fantasmagorica. Ma se potessi scegliere, sceglierei Genova».

Il compagno di avventure

Accanto a Federico Quaranta c’è Kumash, un golden retriever di 6 anni. «Il mio cane si chiama Wilson ed è un rhodesian ridgeback, un cane africano da caccia ai leoni, fantastico ma difficile da gestire. Così abbiamo preso come compagno di viaggio confortevole e confortante Kumash, uno che calpesta il territorio, che razzola, che va e che torna insieme con me». Kumash è un cane “famoso”: appartiene a Massimo Perla, addestratore di cani per il cinema e la tv. Nella sua carriera canina ci sono le fiction “Tutti insieme all’improvviso” con Giorgio Panariello e “L’isola di Pietro” con Gianni Morandi.