Gerry Scotti: «Mille puntate di “Caduta libera”? È come fare a piedi da Milano a Roma»

Il conduttore ha festeggiato il super compleanno del quiz di cui ci racconta storia, aneddoti e concorrenti

6 Ottobre 2022 alle 08:19

Gerry Scotti il 4 e 5 ottobre ha festeggiato mille puntate di “Caduta libera” con un torneo speciale fra 11 campioni, quelli che in oltre sette anni di quiz hanno più volte evitato di cadere nelle voraci botole che si spalancano sotto i loro i piedi quando la risposta è sbagliata.

Gerry, è arrivato a “quota mille”!
«È come quando si sale a mille metri o si fanno mille gol giocando in Serie A. Oppure si dice: “Il cuore va a mille”. È un numero spesso abusato in termini metaforici per dire: “È un’esagerazione!”».

La prima puntata andò in onda il 4 maggio 2015.
«In realtà il “numero zero” (la puntata di prova, ndr) non andò in onda».

E allora che cosa fu trasmesso?
«Una puntata speciale con i vip, c’era Valeria Marini che sulla botola non voleva togliersi le scarpe con i tacchi, intervennero i vigili del fuoco. Poi andammo al ristorante a brindare. Portò bene».

All’inizio ci furono soltanto 48 puntate, girate all’estero.
«Prima di realizzare uno studio sopraelevato di tre metri, con le tribune ipersollevate e i meccanismi delle botole, chi mi autorizzava la spesa voleva essere sicuro del successo».

La sua sfida, ha detto, è stata «trasformare un esperimento estivo in un classico della televisione».
«Vuol dire essere entrato non solo nelle case, ma anche nel costume degli italiani. Fra vent’anni si dirà: “Ti ricordi quel programma di Gerry Scotti?”. “Quale, quello delle botole?”».

C’è un po’ l’orgoglio di aver messo un tassello nella storia della tv?
«Sì, penso di esserci riuscito. Per altri programmi mi sono limitato a cavalcare grandi classici: “Striscia la notizia” esisterebbe senza di me, “La Corrida” l’aveva fatta Corrado. Forse c’è più orgoglio per “Tú sí que vales”, con Maria De Filippi ci abbiamo creduto dall’inizio».

È abituato ai grandi numeri: 1.553 puntate di “Passaparola”, 1.706 di “Chi vuol essere milionario?”...
«Quelle due trasmissioni erano frutto di un momento di grande floridità della tv commerciale, tutto doveva essere scoperto ed esplodere. “Passaparola” ha sdoganato il “preserale” e nel mondo dei quiz il “Milionario” è stato come lo smartphone in quello dei telefonini».

Ora che cosa c’è di diverso?
«Che in questi anni, tra la pandemia, io ho rischiato la vita con il Covid, una crisi economica, questo “mille” ha un significato più rotondo e mi riempie il cuore».

La botola più clamorosa?
«Quelli che mi fanno più disperare, e si disperano di più, sono gli ospiti vip. Il pallanuotista Amaurys Pérez, alto due metri, arrivava quasi a piangere dall’ansia. Le donne le affrontano con più disinvoltura».

Ha fatto un calcolo di quanti concorrenti sono caduti?
«Con una media di sette botole a puntata più quella centrale direi 8 mila botole. Ma il calcolo più simpatico l’ha fatto un geometra di Treviso».

Un geometra?
«Mi ha mandato una lettera: “Signor Gerry, partendo da un fermo immagine ho fatto dei rilievi sul percorso che lei fa in studio e, anche se si definisce un tipo pigro, alla millesima puntata avrà percorso tra i 400 e i 500 chilometri”. Come andare a piedi da Milano a Roma!».

Alcuni campioni sono rimasti settimane e mesi. Ci si affeziona?
«Il più amato resta Nicolò Scalfi, ma anche Christian Fregoni, il bagnino bresciano, ha avuto grande accoglienza dal pubblico: solitamente si pensa a un campione come a un secchione un po’ sfigato, invece lui è tutt’altro tipo».

Le è mai capitato di incontrare qualche ex concorrente?
«Quando vado in giro è pieno di amici e parenti di concorrenti. Altri mi dicono: “Quando facevo l’università sono venuto a giocare...”. Quello che so è che con i soldi vinti l’80% dei concorrenti ha aperto o estinto un mutuo».

Quando si cade nella botola c’è sempre la possibilità di uscire e tornare a giocare. Una metafora esistenziale.
«Non vogliamo diventare un trattato di Sociologia applicata, però è così. Nella vita può capitarti di cadere, ti rialzi e ci riprovi. L’esempio è Gabriele Giorgio, veniva, raccontava barzellette e freddure, e cadeva nella botola. È stato bistrattato 30 puntate, poi è diventato campione ed è rimasto oltre un mese».

L’etica della tv.
«Tra i due paradigmi di vita, “The money drop”, dove cadevano i soldi, e “Caduta libera”, dove cade il concorrente, trovo più etico questo. Che, infatti, è andato più avanti».

“The Wall” e “Conto alla rovescia” perché non sono andati avanti?
«Di “Conto alla rovescia” abbiamo depositato il format, ma il Covid ha ridotto le puntate da alternare prima di cena con “Avanti un altro!”. A “The Wall” si potevano vincere 300 mila euro ogni sera e un montepremi così è ingestibile!».

Ma lei, in media, a quante domande sa rispondere correttamente?
«Al 70%. Non leggo prima le risposte. Per portare a casa i soldi devi indovinare le 10 finali: a volte ne so 5, altre 3, certe sere 10. Ma solo “certe” sere!».

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