Home TvProgrammiGianluigi Nuzzi «Amo le inchieste che rompono i tabù»

Gianluigi Nuzzi «Amo le inchieste che rompono i tabù»

Il conduttore di «Quarto grado», uno dei migliori giornalisti investigativi d'Italia, ci svela il suo metodo

Foto: Gianluigi Nuzzi  - Credit: © Massimo Sestini

23 Novembre 2018 | 16:55 di Andrea Di Quarto

Lo sguardo tenero della cagnolina di casa Nuzzi mi chiede invano coccole che non so darle facendomi sentire in colpa. E non è una bella sensazione sentirsi colpevole di fronte a Gianluigi Nuzzi, uno dei migliori giornalisti investigativi d’Italia, autore di bestseller tradotti in mezzo mondo e conduttore di «Quarto grado» su Rete 4.

Nuzzi, oggi i suoi libri fanno tremare il Vaticano. E dire che era partito, ancora quattordicenne, da Topolino...
«Molto prima per la verità. Alle elementari facevo un giornalino a casa che si chiamava “La vita nuova”. Lo scrivevo a mano prendendo le notizie dal “Corriere della sera” e lo vendevo ai miei genitori e a una zia».

La passione per le investigazioni, invece, quando è apparsa?
«Fin da subito. Al liceo “bigiavo” per andare in tribunale ad assistere ai grandi processi. Spacciandomi per giornalista mi intrufolavo nelle aule del tribunale e mi sedevo con i “colleghi”. Più avanti, crescendo, i processi ho cominciato a seguirli per lavoro: quello ai neofascisti Mambro e Fioravanti, al boss mafioso Epaminonda, a Rosalia Quartararo, una donna che aveva ucciso la figlia per gelosia, e tanti altri».

Qual è il suo metodo di lavoro?
«È “Vaticano Spa”, il mio primo libro (sei mesi in classifica e tradotto in 14 lingue, ndr). Dal punto di vista del metodo, è esattamente la mia fotografia: da una parte come lettore hai l’accesso ai documenti e puoi farti la tua idea. Dall’altra parte non ci sono opinioni, ma solo il racconto di fatti».

Che cosa la cattura di un’inchiesta?
«Mi interessano quelle dove si rompe un tabù. Quando mi fermano per strada c’è chi mi fa i complimenti per il coraggio, un elemento che io inizialmente non capivo. Il tabù infranto era stato andare a occuparsi delle finanze vaticane, del denaro. Noi diamo un’offerta a uno Stato che vive di quello, ma non ne rende conto. Su quei soldi c’è il segreto assoluto. Trovare argomenti che rompono tabù è il filone d’oro. Noi siamo minatori».

Tra i libri e la tv, però, il linguaggio è diverso.
«Come dico sempre a Siria Magri, la mia ottima curatrice a “Quarto grado”, ho fatto un doppio tuffo carpiato: sono passato dai cardinali a Misseri (protagonista della vicenda di Sarah Scazzi, vedi box sotto, ndr). Ho dovuto anche imparare a comunicare col corpo e con gli occhi, perché la televisione, per fortuna, è spietata. Non puoi ingannarla, non puoi dire una cosa e farla franca. Magari nel breve, ma la telecamera ti spoglia di ogni struttura. Io sono andato a scuola: Mediaset per me è stata una palestra formidabile».

A «Quarto grado» come scegliete gli argomenti?
«Cerchiamo storie “larghe”, che interessino una fetta importante di pubblico e storie di forte intensità emotiva. E poi ci vogliono le immagini. Puoi avere una bellissima storia, ma se non ha le immagini e dei suoni, non puoi raccontarla».

Cosa attrae il pubblico?
«Il dubbio. L’incertezza. Il giallo. Di sicuro non il sangue e la brutalità. Non è la mia declinazione. Abbiamo mille pudori e mille remore a mostrare alcune cose. Non mando in onda le immagini di un cadavere o di un omicidio: non daremmo nulla in più allo spettatore e offenderemmo la vittima e i suoi parenti».

Quindi non c’è mai voyeurismo?
«No. A volte mia madre mi dice: “Avete parlato di quel gancetto del reggiseno, ma alla gente che gliene frega?”. Invece il gancetto del reggiseno (nel caso Meredith, ndr) è fondamentale perché lì c’erano le impronte dell’assassino e quel gancetto è stato rinvenuto settimane dopo le perquisizioni. Quel gancetto ha quindi subito delle alterazioni che possono avere contaminato la scena del crimine al punto da portare a delle assoluzioni. In un caso così, quel gancetto non è più un fatto voyeuristico, ma un fatto scientifico, dirimente».

Quali sono le regole da seguire?
«Per prima cosa valorizzare sempre i dubbi. Poi mantenere sempre la giusta distanza. Noi siamo come il reparto oncologia di un ospedale dove a volte accadono anche dei piccoli miracoli. Grazie al nostro lavoro ogni tanto vengono trovati degli assassini, si riaprono dei casi. Infine, tenere sempre i piedi per terra. “Quarto grado” non è un lavoro di Nuzzi, ma è un lavoro di squadra. So bene che la gente guarda il programma per seguire le storie e non per seguire me. Da noi il conduttore ha un ruolo fondamentale, ma non è il centro gravitazionale».

«E su questi cinque famosi e controversi casi di cronaca giudiziaria, che tanto hanno fatto discutere, io mi sono fatto quest’idea...»