Home TvProgrammiGianluigi Nuzzi: «Questa indagine ha un solo colpevole, il virus»

Gianluigi Nuzzi: «Questa indagine ha un solo colpevole, il virus»

Il giornalista si occupa dell’emergenza a "Quarto Grado": «Ne usciremo ma dobbiamo essere tutti responsabili»

Foto: Gianluigi Nuzzi

02 Aprile 2020 | 9:55 di Barbara Mosconi

Anche Gianluigi Nuzzi sta a casa. Ma una volta alla settimana esce e va negli studi Mediaset, a Cologno Monzese, dove il venerdì sera continua ad andare in onda in diretta. Non parla più di casi di cronaca, di scomparsi, omicidi o gialli irrisolti: da qualche settimana anche “Quarto Grado” si è trasformato in un programma che informa il pubblico televisivo su quanto sta accadendo in Italia e nel mondo per l’emergenza coronavirus.

Nuzzi, anche voi avete riconvertito “Quarto Grado”.
«Abbiamo cambiato il format. Ora i temi sono: i gialli della scienza, il giallo del vaccino, il giallo dei contagi. Parliamo di innovazione, medicina e ricerca. Non affrontiamo aspetti economici o politici, non sono propri del programma. Vogliamo dare consigli e strumenti utili al telespettatore».

Come funziona il lavoro in tv al tempo del coronavirus?
«Abbiamo un gruppo di tecnici, redattori e inviati irriducibili. Chi era stato nel lodigiano si è messo in quarantena volontaria. Alessandra Viero è collegata da Roma e tutti gli ospiti sono in collegamento. Io vado in studio già vestito e sto in camerino fino all’inizio della trasmissione».

Lei abita in Lombardia e vive a Milano: è preoccupato?
«Hanno appena ricoverato per polmonite un mio parente. Io ho 50 anni, sono un uomo e quindi ho più fattori di rischio di altri. Se fossi una ragazza di 18 anni sarei apparentemente un po’ più tranquilla».

Che precauzioni sta prendendo?
«Ho comprato le mascherine, uso i guanti, igienizzo la casa, lascio le scarpe fuori, esco il meno possibile. Ogni giorno faccio un gioco scaramantico: controllo sul telefonino le foto e i pagamenti di due settimane prima per ricordare i miei movimenti, e se da lì in poi è andato tutto bene».

Quando ha cominciato a preoccuparsi?
«Già durante il periodo di Carnevale, verso il 20 febbraio, avevo intuito le dimensioni della cosa. Ho messo subito in sicurezza i miei figli e mia suocera, erano in montagna e li ho tenuti lì isolati. A ripensarci sembra un’altra Italia».

E poi?
«Poi abbiamo fatto la scelta di tornare tutti a casa. I ragazzi fanno i compiti nelle loro stanze, credo sia importante stare insieme. Sento e leggo centinaia di storie sulla grande sofferenza di chi vive da solo o è rimasto bloccato lontano da casa».

Di tante notizie quale l’ha colpita di più in questi giorni?
«Le immagini dei camion dell’Esercito che portano via le bare da Bergamo. Quella provincia, con quella gente operosa e attenta, l’abbiamo scandagliata per mesi occupandoci dell’omicidio di Yara Gambirasio. Mi ha dato una dimensione di disfatta».

Da giornalista investigativo cosa ne pensa delle teorie complottiste?
«Sono rivoltanti. Si è parlato di un attacco degli Usa alla Cina e ora gli americani sono tra i più colpiti dal virus. Si è detto che il virus è stato creato in laboratorio, mentre gli scienziati dicono che non è così. Ma la cosa più fastidiosa sono i video dove dicono che ci sono medicine per curarlo: quella è pura violenza verso chi ha perso qualcuno in questi giorni».

Nonostante tutto è ottimista?
«Da tutte le cose dobbiamo trarre una lezione per migliorarci. Sono ottimista, sicuramente ne usciremo. Il problema non è uscirne, ma quando. E questo dipende dal nostro senso di responsabilità: più siamo responsabili, prima ne usciremo».