Home TvProgrammiIl duro lavoro di Franca Leosini dietro a ogni puntata di “Storie maledette”

Il duro lavoro di Franca Leosini dietro a ogni puntata di “Storie maledette”

Torna su Raitre il 7 e il 14 giugno con due nuove puntate delle sue interviste dedicate a casi di cronaca nera

Foto: Franca Leosini

04 Giugno 2020 | 09:45 di Solange Savagnone

Che donna, Franca Leosini. Quanta passione esprimono le sue parole. Quanta umiltà e forza trasmette la sua voce profonda, discreta e ponderata quando si tratta di parlare di sé, ma che diventa sfrontata, curiosa e attenta quando i ruoli si invertono e a fare le domande è lei.

Perché il “vizio” di scandagliare l’animo umano Franca ce l’ha nel Dna, anche se non sei il mandante di un omicidio. Proprio di questo parleranno le due nuove puntate di “Storie maledette”, programma che scrive e conduce da 26 anni senza però essere indenne da una certa emozione ora che si avvicina la messa in onda (il 7 e il 14 giugno su Raitre): «Non è ansia, direi più tensione» spiega. «Penso che sia fisiologico, un segno di umiltà. La presunzione non mi somiglia per niente. Ormai faccio il programma a occhi chiusi, ma ogni puntata mi costa lacrime e sangue di fatica, studio migliaia di pagine di carte processuali, la psicologia dei soggetti, il loro ambiente».

Con l’ormai famoso “metodo Leosini” questa volta ha messo sotto la lente di ingrandimento due casi di cronaca nera poco noti. Nella prima puntata si parlerà dell’omicidio di Dina Dore, uccisa nel 2008 su commissione dal marito Francesco Rocca: «Una storia talmente interessante che mi fa porre delle domande sui capricci della cronaca, che si “incista” su certe storie e ne trascura altre, come questa accaduta in Barbagia, in Sardegna, ma nei quartieri alti, con protagonista un dentista rinomato e ricco, condannato all’ergastolo dopo un’indagine durata più di quattro anni. La seconda puntata è invece dedicata a Sonia Bracciale, condannata a 21 anni come mandante di un pestaggio che ha portato alla morte del marito».

Come sceglie le storie?
«Ho una redazione che fa delle ricerche ma poi sono io che scelgo il caso in base all’interesse che suscita in me, per la sua struttura, per l’aspetto psicologico, per come si snoda e per l’interesse che può indurre nel pubblico».

Quanto ci vuole per realizzare una puntata?
«Ci metto almeno tre mesi. Dopo aver scelto la storia ci sono infatti i passaggi tecnici: contatto gli avvocati, che sono sempre molto carini con me, poi c’è l’incontro con i protagonisti e tutto il lavoro che non si vede in tv. Leggere migliaia di pagine di documenti, scrivere i testi e fare il montaggio è un lavoro certosino, quasi come scrivere un episodio di Montalbano».

Visto che scrivere le viene così bene, non ha mai pensato di pubblicare un libro?
«Non ne avrei il tempo. A ogni puntata scrivo l’equivalente di un romanzo. Ma farlo davvero sarebbe un impegno importante e dovrei dedicarmi solo a quello. Per un anno dovrei smettere di lavorare per la tv, ma non posso né voglio farlo».

Potrebbe approfittarne visto che nei prossimi mesi, a causa dell’emergenza, non potrà andare nelle carceri a girare.
«In realtà ho pensato a un’altra trasmissione che non mi costringa ad andare in carcere. È un progetto concreto che sto realizzando per la Rai. Ma non posso dire altro...».

Il suo modo di raccontare ricorda quello di Maurizio de Giovanni, autore tra gli altri della serie “I bastardi di Pizzofalcone” e napoletano come lei. Lo conosce?
«Non solo lo conosco, ma ho presentato il suo primo libro, ce l’ho nella mia casa di Napoli, molto più spaziosa di quella dove vivo a Roma. Ricordo che a Maurizio dissi che avrebbe avuto fortuna e che le sue storie avevano la struttura della fiction. Gli ho portato bene!».

I napoletani hanno una straordinaria abilità nel raccontare storie...
«Il Dna dei napoletani è particolare, hanno una capacità e sensibilità di afferrare le storie tutta loro. Ma mi sento una napoletana doc anche in altre due cose: per una certa sensibilità e perché sono schietta, vera, senza retropensieri».

Il suo compleanno, il 16 marzo, è caduto in pieno periodo di isolamento. Come ha festeggiato?
«Non mi piace parlare di compleanni e ricordare che gli anni passano. Non festeggio mai niente, detesto qualunque tipo di festa. Le feste mi legano a periodi in cui c’erano persone che ora non ci sono più…».

Ha brevettato un “metodo Leosini” anche per la vita in quarantena?
«Ne ho approfittato per moltiplicare le ore di lavoro, che per mia fortuna posso fare anche da casa. Essendo una lettrice accanita ho letto un po’ di più e mi sono dedicata al nuovo progetto».

Ma lei in casa è “stilosa” come appare in tv?
«A casa sto con jeans e camicia o maglione e scarpe da ginnastica. Non mi trucco, anche se mi metto delle doverose creme. Vado anche in redazione vestita così per motivi di comodità e di rispetto. Ho una meravigliosa redazione di quasi tutte donne, molto carine e perbene, però è giusto essere rigorosi e semplici. Tutto quello che vedete in video lo acquisto io e la prima volta lo indosso sempre in tv».

È vero che ha un debole per la cioccolata al latte?
«Non fumo, non bevo. La cioccolata al latte è una droga: è il mio unico vizio».

Quindi anche lei mangia come noi gente normale. E magari cucina pure?
«Grazie a Dio non ho problemi di peso. So cucinare e mi piace farlo ma non ci spendo molto tempo anche perché ne ho poco. Ma so farlo bene, soprattutto quando c’è mio marito Massimo, che fa avanti e indietro tra Napoli e Roma».

Suo marito come vive la sua popolarità?
«È il mio primo sostenitore. Se non avessi avuto un marito come lui, che ama il mio lavoro e ama che io lo svolga, non avrei potuto farlo. È orgoglioso di me. Sono doppiamente fortunata. Sacrifico tanto al lavoro. L’anno scorso ho fatto solo 12 giorni di ferie, mio marito potrebbe lamentarsi ma non dice niente».

Quando va in onda “Storie maledette” lo guardate insieme?
«Sì. Anche se la puntata la vedo prima per lavoro, quando va in onda mi metto sul divano accanto a Massimo e mi guardo come se fossi una semplice spettatrice».

E lui cosa le dice?
«Non è attendibile. Non mi baso sul suo giudizio perché a lui va tutto bene solo perché l’ho fatto io! Ma mi accarezza il cuore che ci sia ancora questo tipo di rapporto dopo più di 30 anni di matrimonio»