Home TvProgrammiMassimo Bernardini: come fa a ospitare a «Tv Talk» i numeri uno della televisione?

Massimo Bernardini: come fa a ospitare a «Tv Talk» i numeri uno della televisione?

Abbiamo intervistato «l'uomo a cui nessuno dice no»: il conduttore del programma del sabato pomeriggio su Rai3 che analizza i fenomeni televisivi del momento

Foto: Massimo Bernardini a «Tv Talk»

09 Marzo 2017 | 18:30 di Giusy Cascio

Massimo Bernardini è uno che sa fare gli onori di casa. E non solo a «Tv Talk», il programma sulla televisione che conduce il sabato alle 15 su Raitre. Per la nostra intervista mi fa accomodare nel suo ufficio alla Rai di Corso Sempione a Milano, mi offre un caffè e mi mostra la scrivania disegnata dal grande architetto Gio Ponti. «È un pezzo che potrebbe essere esposto in un museo di arte moderna» spiega con il garbo che è diventato la sua cifra stilistica. «Da quest’anno “Tv Talk” dipende dalla Rete, non più da Rai Educational o Rai Cultura, come in passato» aggiunge. «Potevamo perdere autonomia, invece il direttore di Raitre Daria Bignardi ci dà il massimo della libertà. Parliamo di tutti i programmi: di Rai, Mediaset, Sky, del gruppo Discovery, di Netflix... Senza promuovere o lanciare nessuno».

Per questo da lei vengono tutti i protagonisti della televisione?
«Chi accetta di essere ospite a “Tv Talk” sa che non subirà processi. Non ci sono programmi belli o brutti, ma programmi fatti meglio e altri fatti peggio. E dietro c’è comunque tanto lavoro, che va sempre rispettato».
Qualcuno le ha mai detto di no?
«Pochissimi (vedi la gallery sotto, ndr). Certe volte ho avuto io paura di invitare qualcuno. Per esempio Vittorio Sgarbi, perché da noi è vietato litigare. Quando lui mi ha promesso che non si sarebbe infuriato, alla fine è venuto».
In studio lei ospita anche critici televisivi. A loro piace?
«Non a tutti. A qualcuno non va giù che “Tv Talk” faccia “meta-televisione”, cioè che sia un programma televisivo a parlare di tv. Noi lo facciamo in modo approfondito, ma senza rinunciare alla voglia di intrattenere».
Quindi, secondo i critici, con gli ospiti sareste troppo buoni?
«I nostri analisti non parlano da fan, non fanno elogi sperticati, ma chiedono cose tecniche, precise. Ogni anno a settembre li scegliamo con un casting tra i ragazzi delle università italiane dove si studia Comunicazione. Il capo degli autori Furio Andreotti lavora con loro per far sì che si esprimano al meglio della propria intelligenza».
Come definirebbe il suo modo di condurre?
«Accogliente. Non mi pongo come un giudice, non punto e non alzo il ditino».
I dati Auditel sono oggetto di analisi accurate a «Tv Talk». Anche lei è ossessionato dagli ascolti?
«Mi considero un Signor Bonaventura, il personaggio dei fumetti del “Corriere dei piccoli” popolare fino agli Anni 50: quello che all’inizio delle sue avventure era squattrinato e poi vinceva un milione di lire. Finché il programma si attestava sul milione di telespettatori ero felice. Da quando lo superiamo e raggiungiamo più dell’8% di share ho paura di deludere aspettative troppo alte». Confessi: è un teledipendente?
«Lo ero da bambino, mi addormentavo sul divano davanti alla tv. Adesso la sera preferisco frequentare teatri e sale da concerto. Spesso mi alzo alle 5 per recuperare online le prime serate perdute. Ma a casa mia vige la regola: in camera da letto (e in cucina) niente televisore».
I suoi familiari la guardano in tv?
«No, non più. I miei figli sono grandi ormai, tutti fuori dal nido. Il maggiore, Matteo di 32 anni, è in Australia e fa lo sceneggiatore. Francesco, di 30, lavora all’ufficio stampa di due programmi su La7; mia figlia Lucia, 26enne laureata in Medicina, vede soltanto serie tv al computer. E mia moglie Paola, insegnante di Lettere, guarda solo “MasterChef”».
Forse, allora, dovrebbe condurre un talent show...
«No, “non è la mia tazza di tè”, come dicono gli inglesi: non fa per me. Ma amo e conosco la musica. Se mi proponessero di diventare un giudice di “X Factor”, magari accetterei».