Home TvProgrammiMassimo Gramellini: «Ecco perché amo le parole (anche in tv)»

Massimo Gramellini: «Ecco perché amo le parole (anche in tv)»

Su Raitre riparte il suo talk e noi gli abbiamo chiesto dei consigli per comunicare al meglio sul lavoro, in famiglia e...

Foto: Massimo Gramellini, giornalista e scrittore

27 Settembre 2018 | 15:23 di Paolo Fiorelli

Dovessi definire con una parola Massimo Gramellini sceglierei «gentilezza». Nonostante sia febbricitante per un virus di stagione, nella nostra intervista non si risparmia e parla di tutto. Del resto con le parole lui è un maestro. E la sua trasmissione «Le parole della settimana», che riparte sabato 29 settembre su Raitre alle ore 20.15, è tutta basata sulla comunicazione. Gramellini non si sottrae neppure alla richiesta di scegliere per Sorrisi le sue personalissime cinque  parole della tv (le trovate qui sotto).

Partiamo dalle novità?
«Innanzitutto ci hanno promossi. Quando è nata, la trasmissione era di 40 minuti: quest’anno durerà il doppio. Così ci sarà spazio anche per una lunga intervista iniziale con un ospite ogni volta diverso».

Giornalista, scrittore, conduttore. Qual è il vero Gramellini?
«A me piace scrivere. E in particolare vedere la parola stampata il giorno dopo. Già quando scrivo un romanzo, l’idea di aspettare mesi per vederlo sugli scaffali mi sembra strana. Non sono un figlio della tv come, per esempio, Fabio Fazio, che mi ha insegnato un sacco di cose. Anche in trasmissione la mia ossessione sono le parole».

Sono così importanti?
«Sì. Parlare bene vuol dire pensare bene e quindi vivere bene».

Ci dà qualche consiglio? Per esempio, come si parla con un amico?
«È l’unica situazione in cui ci possiamo concedere il lusso di essere totalmente sinceri. Approfittiamone».

E se poi si offende?
«Ma certo che si offenderà. Siamo tutti permalosi. Io ancora ricordo la ragazza che, quando ero giovane, bello e biondo, mi ha detto: “Guarda che ti si stanno diradando i capelli sulla nuca. Diventerai calvo... ”. Però poi l’ho perdonata. Il vero amico perdona». 

E che dire a quelli di cui siamo innamorati e vorremmo conquistare?
«Più che parlare, ascoltateli. L’argomento più bello del mondo, per chiunque, è la propria vita. Ascoltateli, e andranno in giro dicendo: “Ma come è intelligente. Capisce tutto!”».

Come parlare a un bambino?
«Dire: “Così non si fa” è inutile. Piuttosto date l’esempio. E cercate un contatto raccontando di quando eravate bambini anche voi: “Ma lo sai che anche io, da piccolo, non volevo andare a scuola? Poi però...”».

Con i colleghi al lavoro?
«Consiglierei prudenza. Ma forse mi faccio influenzare dal fatto che appartengo a una categoria di pettegoli professionisti: i giornalisti. E se faccio una confidenza personale a un collega un’ora dopo la sanno tutti».

Le parole migliori per litigare?
«Rifuggire dall’insulto generico. Per fare veramente male devi colpire l’avversario nella sua debolezza. Ingigantendola. Io litigo non più di 4 o 5 volte all’anno, ma quando succede sono perfido. La punizione è inclusa nel processo e si chiama senso di colpa. Hai voglia a riparare il danno fatto, dopo, con gli “scusami”...».

Come si dà una cattiva notizia? E una buona?
«Io amo il lieto fine e quindi lascerò sempre la buona per ultima. Si finisce con il dolce, no? Poi... le notizie brutte fanno male e questo non si può evitare. Ma si possono dire con gradualità, con tatto. Mio nonno diceva: “La verità è nuda, tocca alla saggezza rivestirla”».   

La accusano d’essere snob.
«Lo so. Perché uso il congiuntivo. E invito gli scrittori in trasmissione. Io invece penso che proprio così  mostro rispetto per chi mi guarda. Non accetto la logica del “ma sì, al pubblico della tv puoi rifilare qualsiasi cosa, anzi più è terra terra meglio è”. Quello sì che è un atteggiamento snob».

La accusano di essere buonista.
«Anche qui: rifiuto l’equivoco per cui perdere ogni freno e lasciarsi andare alle volgarità sarebbe un lodevole segno di sincerità. A volte quando presento i libri al pubblico, scappa una parolaccia anche a me. E subito parte l’applauso. Ma perché?».

Ne scappano molti anche sui social, che lei frequenta poco e critica parecchio...
«Ogni mezzo ha il suo linguaggio e io sto ancora imparando quello del web dove, mi pare, l’emozione del momento domina sulla riflessione. E dove mancano regole chiare. Per ogni grande invenzione è così: quando l’uomo ha scoperto il fuoco ci ha messo un po’ a capire che doveva stare attento a non bruciare tutto. Spero succeda anche con i social: dobbiamo imparare a usarli meglio».

Questa è la terza edizione del programma. Non teme di finire le parole?
«Guardi, se non le ho finite scrivendo un commento ogni giorno per 20 anni (prima su “La Stampa” e oggi sul “Corriere della Sera”, ndr) penso di averne abbastanza anche per la televisione. Il vocabolario italiano è molto ricco. E soprattutto, l’attualità dà spunti inesauribili».

La televisione in 5 vocaboli

Ecco le cinque parole che ha scelto per spiegarci la sua idea di tv.

MEDIAZIONE
«Davvero il racconto in prima persona è sempre il migliore? Forse Achille sui social avrebbe scritto: “Abbiamo fatto la guerra e ho vinto io”. Ma Omero ha scritto l’Iliade. Intendo dire che credo nei professionisti della comunicazione e nella tv fatta da chi sa scrivere e parlare bene».

VERITÀ
«Può sembrare paradossale ma la tv, tutta costruita sulla messa in scena e sui copioni, ha una capacità pazzesca di trasmettere la verità dell’animo. Non c’è niente da fare: se non sei sincero lo spettatore lo capirà».

DIRETTA
«Io amo le trasmissioni molto scritte e preparate, ma resta il fatto che la tv generalista raggiunge il massimo dell’efficacia quando riesce a raccontare quello che succede... mentre succede».

CONFLITTO
«Deve esserci, perché è l’anima di ogni racconto. L’importante è non “drogarlo” con la provocazione fine a se stessa. Oggi ogni parolaccia si tira dietro l’applauso. Ma ne vale la pena?».

LEGGEREZZA
«È il miracolo di dire cose profonde col sorriso, divertendosi, senza annoiare e senza sentirsi il Padreterno. Da non confondere, come fanno molti, con la superficialità».