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Massimo Ranieri parte su Rai3 con “Qui e adesso”

«Nel programma avrò molti ospiti. Ma che dico ospiti, sono gli amici di una vita: Gianni Morandi, Francesco De Gregori e...»

Foto: Massimo Ranieri

23 Novembre 2020 | 11:08 di Stefania Zizzari

Il panino è rimasto tutto lì, sul tavolo del suo camerino al Teatro Sistina. Sono le otto e mezzo di sera e Massimo Ranieri si ferma solo pochi minuti prima di riprendere le prove del nuovo show in onda dal 3 dicembre su Raitre. Non ha voglia di cenare, prende solo un frutto. Per arrivare a mezzanotte, quando normalmente termina la sua giornata di lavoro, si ricarica con il caffè amaro, lasciato freddare e sorseggiato un po’ alla volta, e con l’immancabile cioccolato extra fondente. Da mesi lavora alla scrittura del suo nuovo programma “Qui e adesso” e da circa tre settimane vive praticamente “recluso” al Sistina per le prove.

Massimo, perché il titolo è “Qui e adesso”?
«“Qui”: a teatro, la mia casa. “Adesso”: continuiamo a lavorare. Anche nel momento difficile che viviamo. Vorremmo dare un segnale al pubblico, dire: “Signori, noi ci siamo, non ci fermiamo davanti a nulla”. Il nostro pensiero va a tutte le persone che invece si sono dovute fermare».

Come sarà il programma?
«Non è il solito varietà “signore e signori, ecco a voi...”. Lo spettacolo è strutturato in modo particolare, ci sarà un retropalco come un “refugium peccatorum”, una specie di confessionale. Lì incontro gli ospiti, che non è il termine giusto perché sono miei amici, persone con le quali ho a che fare da anni e anni. Vengono trovarmi, si parla, ci si racconta. Si va a braccio, seguendo solo un canovaccio. Non è la solita intervista, tra l’altro non mi piace fare le interviste. Piuttosto ci piacerà raccontare qualcosa di noi, della nostra amicizia e non solo, che finora non abbiamo mai svelato. Non a caso ho usato il termine “confessionale”. Ci sposteremo tra il retropalco e il palco vero e proprio, pro- veremo qualche canzone, verranno fuori cose sincere e intense, soprattutto vere. A volte magari non perfette, ma a me la perfezione non piace, e va bene così».

Quali sono gli amici che verranno a trovarla?
«Da Gianni Morandi a Gianna Nannini, da Claudia Gerini a Gianni Togni, da Al Bano a Francesco De Gregori, da Irama a Gino Vannelli, in collegamento dal Canada. E molti altri».

Avrà compagni di viaggio fissi in tutte le quattro puntate?
«Sì. Il tocco di comicità è affidato ai The Jackal e a Maria Di Biase. E poi ci sono l’orchestra che mi accompagna sempre nei miei spettacoli e un corpo di ballo meraviglioso di 20 ballerini. Scoprirete, e sono sicuro che conquisteranno il pubblico, il duo delle Ebbanesis, delle straordinarie cantanti».

Perché ha scelto di realizzare lo show al Teatro Sistina di Roma?
«Innanzitutto perché è il tempio del varietà. E poi perché nel 1972 mi congedai dal mio pubblico con uno spettacolo, “‘O surdato ‘nnammurato”, due mesi prima di partire militare. E in platea c’era anche Vittorio De Sica, che ne aveva curato la regia. Ogni volta che entro in questo teatro mi emoziono come fosse il primo giorno di lavoro, pensando a chi ha calcato qui il palcoscenico: Totò, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Nino Manfredi. Mi sento come abbracciato protetto e coccolato da una coperta fatta da nomi di artisti immensi».

L’atmosfera sembra quella da “lavori in corso”: come si costruisce un programma di prima serata?
«Si parte da un’idea e su quello si regge tutto. È una sorta di sceneggiatura, che noi non abbiamo. Stando qui ogni giorno in teatro e provando, vengono delle idee. “Ma se invece di questa canzone facessimo quest’altra?”. “E se provassimo a dire questo invece di quello?”. È tutto all’impronta. Il canovaccio si costruisce giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto».

Ha parlato dello spazio del retropalco come funzionale allo spettacolo. È una scelta originale.
«Sì. Mi piace far vivere quell’ambiente dietro le quinte. Ci sono due poltrone, anzi due sedie, c’è una macchinetta del caffè, che ovviamente non può mancare a casa mia. Un ambiente piuttosto scarno, come una stanzetta informale, dove accolgo i miei amici, prima di spostarci poi nel “salone”, che è il palcoscenico di questo bellissimo teatro». 

Torniamo agli ospiti. Nella prima puntata c’è Gianni Morandi.
«Con Gianni ci conosciamo da ben 55 anni e abbiamo poco da dirci, nel senso che basta che ci guardiamo negli occhi per leggere il pensiero dell’altro. E così si parte, a ricordare il no- stro passato di ragazzini, e anche il nostro presente».

Come vi siete conosciuti lei e Gianni?
«Era a “Scala reale” nel 1966, io avevo 15 anni, lui 22. Lo guardavo e me lo mangiavo con gli occhi perché era il mio idolo, ascoltavo le sue canzoni, il pensiero di andare a Roma e trovarmelo lì davanti mi faceva emozionare tremendamente. Arrivai a Roma senza i calzini perché non ce li avevo, un vestito nero di gabardine racimolato chissà da chi, che mi andava stretto e aveva le maniche troppo corte: così conciato, secco secco com’ero, sembravo uno stecchino. Ma il mio ricordo preciso di Gianni Morandi risale alla “Canzonissima” del 1970: ci siamo divertiti, il Teatro delle Vittorie era la nostra casa, eravamo lì da ottobre a gennaio e per tre giorni a settimana si stava insieme con prove, controprove e poi la serata in diretta. Facevamo ipotesi su chi avrebbe vinto, scherzavamo. E con lui giocavamo a carte, a scopa, nei camerini. Subito dopo la mia vittoria però incrociai Gianni dietro le quinte sulle scale e ricordo la sua stretta di mano vigorosa, un po’ stizzita, e i complimenti pro- nunciati a mezza bocca: si capiva che gli dava fastidio che un ragazzino, anzi uno “scugnizzo”, lo avesse battuto... (ride). Ci scherziamo ancora su».

E con Gianna Nannini?
«L’ho conosciuta 50 anni fa, era poco più che una ragazzina, io cantavo alla “Bussola” e lei dopo le prove mi veniva a prendere con un motorino per accompagnarmi in hotel».

Il suo show racconta anche quello che succede dietro le quinte di uno spettacolo. Lei cosa fa prima di andare in scena?
«Prima di entrare in scena faccio il “sound check” (il controllo del suono, ndr), e vado in camerino a rilassarmi un po’. Poi arriva la mia sarta e mi chiede cosa voglio mettere. Guarda caso poi indosso sempre le stesse cose perché mi affeziono a quella camicia, a quel vestito, a quella cravatta e a quelle scarpe. A volte mi dico: “Quasi quasi cambio le scarpe”. E poi: “Ma perché? Fino a ieri sono andate bene... perché le devo cambiare?”. Qui viene fuori la mia napoletanità, e quella scaramanzia che fa parte del nostro mestiere».

Sta per uscire, il 27 novembre, il suo nuovo disco che si chiama come il program- ma: “Qui e adesso”.
«Sì, ho voluto realizzare questo disco per rendere onore ad alcune bellissime canzoni degli Anni 70 che in quel periodo, per dedicarmi al teatro, non sono riuscito a promuovere per bene e non hanno così avuto fortuna come altre. Mi sembrava doveroso nei confronti dei grandi autori che le hanno scritte. Parlo di “Via del Conservatorio”, “Ti ruberei”, “Per una donna” e tante altre».

C’è anche un inedito scritto da Gino Vannelli e cantato con lui.
«Sì, si chiama “Siamo uguali” e l’abbiamo registrato tra l’Italia, dove sono io, e il Canada, dove si trova lui. Di Vannelli sono stato sempre un immenso ammiratore, per la sua musica, per la sua voce unica al mondo, per il modo di cantare perfetto... l’ho chiamato, ci siamo parlati e ha sposato questo mio progetto. Ne sono davvero felice».

Lei è abituato a stare sempre in viaggio, in tournée per i teatri di tutta Italia. Come sta vivendo questo momento così difficile?
«Come tutti, con l’ansia, la paura, l’angoscia, la tensione che il coronavirus ci sta facendo vivere. La cosa che più mi addolora è che non puoi stringere una mano, abbracciare, dare una pacca sulla spalla, prendere un caffè con qualcuno. Per noi, che siamo un popolo latino, è ancora più frustrante. Queste cose mi mancano molto. E sento la tristezza che non si riesce a scacciare. La sera rientro a casa e per strada non c’è nessuno a causa del coprifuoco».

È ottimista?
«Certo! Tutto questo passerà. Deve passare. E quando sarà il momento sono sicuro che si scenderà in piazza come quando è finita la guerra: tutti in strada a cantare, ballare, abbracciarsi. E ridere. Soprattutto ridere».