Home TvProgrammiPierluigi Diaco: «In televisione bisogna saper improvvisare»

Pierluigi Diaco: «In televisione bisogna saper improvvisare»

Parla dei suoi maestri, del desiderio di paternità e della fortunata avventura di "Io e te" che continua in seconda serata

Foto: Pierluigi Diaco

29 Agosto 2019 | 09:58 di Tiziana Lupi

La fortunata esperienza estiva di “Io e te” non è ancora terminata (l’ultima puntata è prevista per venerdì 6 settembre) ma Pierluigi Diaco è già al lavoro per la versione autunnale del programma, che andrà in onda da sabato 14 settembre in seconda serata fino al 7 dicembre. «Inizieremo puntuali alle 23.50» promette il giornalista. E anticipa che la formula sarà più o meno la stessa della trasmissione estiva: «Visto l’orario, “Io e te di notte” avrà un taglio un po’ più intimo e notturno, ma rimarrà il talk show che il pubblico ha dimostrato di apprezzare in questi ultimi mesi».

Con lei ci saranno ancora Sandra Milo e Valeria Graci?
«Assolutamente sì. Sandra, che è la “regina dei sentimenti”, si occuperà sempre della “posta del cuore”. Mentre Valeria, la “regina dei sorrisi”, avrà uno spazio nell’ultima parte del programma, insieme con una compagnia di giro un po’ insolita che stiamo mettendo a punto in questi giorni. I primi 40 minuti di ogni puntata, invece, saranno dedicati al faccia a faccia con un ospite. Racconteremo anche le storie d’amore nate nell’era digitale. Persone di tutte le età che si sono conosciute grazie ai social network».

A proposito, diversamente da molti suoi colleghi, lei non è molto presente sui social.
«Li frequento solo per motivi professionali, non troverete mai foto della mia vita privata. Non apprezzo quel tipo di comunicazione e trovo un po’ triste che chi fa il mio mestiere, e ha già a disposizione microfoni e telecamere, si esibisca anche in quella fiera delle vanità».

Torniamo a “Io e te”. Il programma è stato una delle rivelazioni della stagione estiva che sta per finire.
«L’obiettivo di ascolto che ci era stato assegnato, il 10% di share, lo abbiamo raggiunto già nella seconda puntata. La parola successo è fin troppo abusata ma, se dobbiamo parlare di questo, per i risultati di “Io e te” non posso che ringraziare la Rai. Mi ha lasciato totale libertà nella realizzazione del programma e mi ha permesso di confezionarlo con la cura che di solito si riserva alle prime serate. E poi, naturalmente, ringrazio la mia squadra di lavoro, formata da risorse interne dell’azienda. Siamo un gruppo piccolo, con tre soli autori, ma molto affiatato».

Lei ha iniziato a lavorare in tv quando non era ancora maggiorenne. Oggi, che di anni ne ha 42, quali ritiene siano stati i suoi maestri?
«Sicuramente Sandro Curzi (storico direttore del Tg3 dal 1987 al 1993, ndr), che mi ha insegnato a non sentirmi mai paladino della verità e a non giudicare le ragioni degli altri ma ad ascoltarle. La sua forza era quella di rispettare le opinioni di tutti, pur avendo lui idee ben chiare e definite. Un altro maestro è stato Giuliano Ferrara. Gli anni al quotidiano “Il Foglio” mi hanno regalato il dono della brevità, che non era propriamente una mia caratteristica. Poi, naturalmente, c’è Maurizio Costanzo. Lui, però, non è solo un maestro ma molto di più: gli voglio bene. È un amico, un complice. Ogni mattina commentiamo gli ascolti di “Io e te” del giorno prima e ci sentiamo il pomeriggio alla fine della puntata. Presto ricominceremo le riunioni per il “Maurizio Costanzo Show” (di cui Diaco è uno degli autori, ndr)».

E Gianni Boncompagni? Lei recentemente ha ricordato un suo insegnamento: “La tv deve essere jazz”.
«Ho avuto l’onore di frequentarlo grazie a Irene Ghergo, sua storica collaboratrice nonché una delle mie migliori amiche. Abbiamo passato insieme tante serate. A prescindere dal concetto di jazz, lui diceva che la televisione deve essere improvvisata. Questo non vuol dire che non debba essere scritta, che non ci debba essere una scaletta, ma che nella diretta devono esserci momenti di improvvisazione che la rendano imprevedibile. Una delle cose che non mi piace della tv è proprio la prevedibilità».

Per lei questo è un momento molto positivo anche per quanto riguarda la sfera privata, anche grazie al giornalista di La7 Alessio Orsingher con cui si è unito civilmente nel 2017. C’è qualcosa che le manca?
«La mia è una serenità che nasce dalla consapevolezza, è figlia di un percorso fatto, come per tutti, di alti e bassi. Sicuramente quello con Alessio è stato l’incontro sentimentale più importante della mia vita. Cosa mi manca? Non lo so, ma è vero che da qualche tempo avverto con forza il sentimento della paternità, di una dimensione genitoriale che, non potendo conseguire naturalmente, cerco di vivere con i miei nipoti e con i figli degli amici. Sicuramente mi piacerebbe avere un figlio, ma non essendo favorevole alla maternità surrogata, so che questo potrà accadere solo quando in Italia ci sarà una legge sulle adozioni che prescinda dal genere sessuale. Però si tratta di processi culturali che hanno bisogno di tempo, l’unico modo per ottenerli è non forzarli».