Home TvProgrammiRenzo Arbore conduce su Raidue “No non è la Bbc”, la serata dedicata a Boncompagni

Renzo Arbore conduce su Raidue “No non è la Bbc”, la serata dedicata a Boncompagni

Gianni non è stato solo un grande regista e autore, l’inventore di programmi straordinari alla radio e in tv, da “Bandiera gialla” ad “Alto gradimento”, da “Discoring” a “Pronto, Raffaella?”, da “Domenica in” a “Non è la Rai”, è stato sinonimo di inventiva e modernità

Foto: Gianni Boncompagni (1932-2017) e Renzo Arbore al “Maurizio Costanzo Show - 30 anni di radio”, nel novembre del 1993

19 Settembre 2019 | 09:45 di Giusy Cascio

Boncompagni non è stato solo un grande regista e autore, l’inventore di programmi straordinari alla radio e in tv, da “Bandiera gialla” ad “Alto gradimento”, da “Discoring” a “Pronto, Raffaella?”, da “Domenica in” a “Non è la Rai”. Gianni Boncompagni è stato sinonimo di inventiva e modernità, ha dato persino il nome a una macchina, la Ritmo. Ha cresciuto tre figlie da ragazzo padre, è stato un grande amore di Raffaella Carrà e un grande amico di un altro grande: Renzo Arbore, che il 26 settembre su Raidue gli dedica la prima serata speciale dal titolo “No non è la Bbc”.

Arbore, che show sarà?
«Gianni ci ha lasciati due anni fa, ma questo programma non sarà affatto una commemorazione. Sarà divertentissimo, proprio come Gianni avrebbe desiderato che fosse uno show: inaspettato, originale. Un format nuovo, pieno di testimonianze affettuose di amici e colleghi».

Chi lo ricorderà con lei?
«Raffaella Carrà, naturalmente. Ma anche Giancarlo Magalli. Gianni l’ha conosciuto che era un bambino. E poi tanti altri che lui ha lanciato e con cui ha lavorato: Fabio Fazio e Piero Chiambretti, Ambra Angiolini, Claudia Gerini, Lucia Ocone...».

Ma chi era davvero Boncompagni?
«Un “maledetto” toscano. Intelligentissimo e rivoluzionario, ma non in senso politico, come velocità di pensiero. Gianni anticipava i tempi. Lui ha sempre fatto l’altra radio, l’altra tv. Non era mai banale. In questo ci siamo sempre trovati d’accordo, dall’inizio alla fine».

Quando siete diventati amici?
«Nel 1964. Il nostro primissimo incontro è stato tra i banchi del concorso Rai per diventare maestri programmatori di musica alla radio. Abbiamo fatto lo scritto e l’orale. I nostri esaminatori erano direttori d’orchestra, ma noi eravamo più informati di loro su certe cose. Ricordo, per esempio, che all’esame si dovevano abbinare i titoli giusti delle canzoni a Frank Sinatra».

Chi ha copiato da chi?
«Nessuno. Io sono arrivato primo, però. Lui ha capito che ero bravo e mi ha corteggiato. Da quel momento siamo stati sempre insieme, anche quando ci siamo separati per fare cose diverse: lui “Domenica in”, io “L’altra domenica”».

La vostra prima simpatica “malefatta”?
«“Bandiera gialla”. Siamo stati i primi disc jockey della radio italiana. Abbiamo portato noi la musica beat qui in Italia: abbiamo fatto conoscere i Beatles e i Rolling Stones. A Roma frequentavamo il Piper, il locale dove nasceva la musica nuova. Abbiamo lanciato Nicoletta (Patty Pravo, ndr) e pure i gruppi come l’Equipe 84. Sono stati tutti nostri “figliocci”».

Chissà quanti dischi collezionavate...
«Gianni aveva garage pieni di 33 giri. E pure io. Ce li mandavano, noi li studiavamo e li accumulavamo. Gianni era anche un profondo conoscitore della musica classica. Lui insegnava qualcosa a me, io qualcosa a lui».

Che cosa avete imparato l’uno dall’altro?
«Io da lui a esplorare le tecnologie. Lui da me a viaggiare, a esplorare i quartieri».

Ci parli dei viaggi.
«Ce ne fu uno memorabile a New York. Quella volta lì “importammo” i neri americani: Aretha Franklin, Otis Redding, Rufus Thomas. In Italia il rhythm and blues arrivò con noi. Una settimana successe una cosa meravigliosa. La gente ascoltava i nostri dischi e li comprava incuriosita. Così la hit parade letta da Lelio Luttazzi era quasi tutta “nera” con nove cantanti su dieci: l’unica bianca era Orietta Berti!».

Ci parli dei quartieri.
«Gianni diceva che ero il suo “urban explorer”, l’esploratore cittadino. Lui era di casa a Roma Nord e io lo portavo a Roma Sud, in posti sconosciuti, per mercatini».

Ristoranti? Gianni era una buona forchetta?
«No, Gianni era specializzato in surgelati al supermercato. Sapeva quali erano i broccoli e i piselli migliori. Nemmeno io sono un nemico dei surgelati, ma ho per la cucina napoletana popolare un “alto gradimento”».

Cita un altro programma radiofonico storico vostro, “Alto gradimento”.
«Quanto improvvisavamo! C’era quel geniaccio di Mario Marenco, l’architetto strano, scombiccherato, un umorista fuori legge. Era vicino di casa di Gianni, con lui andò anche in Svezia. Quanto ci manca. Scusi se parlo al presente, ma sono abituato così (si commuove, ndr). Con Gianni ci incastravamo alla perfezione. Tutti ci chiedevano: “Ma voi due ci siete o ci fate?”. E noi c’eravamo».

Così, in sintonia.
«Siamo riusciti a cogliere sempre il senso ridanciano e ridicolo di tutte le cose. È successo perché fondamentalmente eravamo due provinciali. Lui di Arezzo, io di Foggia. Avevamo le stesse difficoltà con le donne per esempio: per trovarne una, ti ci dovevi fidanzare. E che noia, le passeggiate lungo il corso, sempre uguali. Chiaro che poi dovevi trovare una distrazione, no? La nostra era, ed è ancora, l’ironia».

Quanto avete riso?
«Così tanto che spero di ritrovarlo anche nell’altra vita. La mia è una speranza matta, ma io vorrei ritrovare una cosa che avevo con Gianni».

Cosa?
«La sintonia. Nessuno se lo ricorda più, ma la sintonia era anche una vecchia manopola della radio. La giravi e iniziava tutto».