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Salvo Sottile: «Così nella notte cerco le mie storie»

Il giornalista di Raitre racconta a Sorrisi come “pattuglia” le strade nell’oscurità per raccontarle in "Prima dell'alba"

Foto: Salvo Sottile. Il programma è un format originale prodotto da Stand by Me di Simona Ercolani

06 Maggio 2019 | 09:35 di Barbara Mosconi

Salvo Sottile fa il giornalista da quando aveva 16 anni. Oggi ne ha 46 e dice: «Ho girato e ho visto tutto, è difficile che qualcosa mi impressioni». Testimone delle stragi di mafia in Sicilia, inviato in Afghanistan, figlio di giornalista (Giuseppe Sottile), sposato con una giornalista (Sara Varetto, ex direttore di Sky Tg24), da un paio di anni si è ritagliato il suo spazio su Raitre.

La mattina conduce “Mi manda Raitre” e di notte si butta a fare inchieste in onda a “Prima dell’alba” (il lunedì in seconda serata). «Ho due vite» dichiara. «Una di giorno in cui aiuto le persone e una di notte in cui vado a curiosare». La parola che usa di più nella conversazione è “curiosità”. A partire da quando dice: «Ho sempre dormito poco e avevo sempre la curiosità di sapere cosa  succedeva di notte là fuori». A forza di domandarselo è andato di persona a verificare. Orrore, disperazione, speranza, allegria, trasgressione: c’è tutto nella lunga notte che lui perlustra. Mentre si chiude (a metà maggio) la seconda stagione del programma, lui sta preparando sei nuove puntate per debuttare (a giugno) in prima serata.

Salvo, come scegli le storie da raccontare?
«In base alla loro caratura di interesse e originalità. Cose che sorprendano il pubblico. Io racconto senza giudizio, anche di fronte alla storia più folle, non giudico, racconto».

Poi scendi in campo.
«Vado sul posto, vedo com’è la storia e cerco un modo possibile di approcciarmi».

Il modo possibile qual è?
«Con tutta la curiosità che ho. E poi le emozioni, cerco di raccontare tutte le emozioni che provo senza filtro».

E il modo più sicuro?
«L’autenticità. Tu sei solo uno spettatore che assiste agli eventi che ti transitano davanti. Nella puntata dedicata al carcere di Lecce mi vedi passare attraverso i corridoi della prigione senza fare commenti».

Metodo Sottile: domande dirette e pochi fronzoli.
«Io mi presento sempre con: “Ciao, io sono Salvo”. E la gente in quel momento inizia a fare amicizia e a raccontarsi in maniera tranquilla, come fossi il vicino di casa che va a chiedere il sale».

La prima regola che ti sei dato in questo mestiere?
«Non aggiungere nulla. Racconto con curiosità senza andare oltre, senza ferire o contaminare una storia. La tv ti porta a fare i “citofonatori”: se non hai qualcuno che parla, se non hai la notizia, te la devi cercare al citofono. Io preferisco una storia raccontata onestamente che una “citofonata”».

Per raccontare la vita di uno sconosciuto serve...
«...il rispetto per la persona che hai davanti. Bisogna mettersi dalla parte di chi hai di fronte, capirlo, ascoltarlo. In questo la notte aiuta. Di notte è tutto più rilassato, le persone sono più disponibili ad aprirsi, a raccontarsi».

L’emozione aiuta o limita?
«Ascoltando la donna picchiata dal marito in un centro antiviolenza mi sono emozionato. L’emozione è qualcosa di positivo, io tendo a non nasconderla. Se mi emoziono io, allora si può emozionare anche chi mi segue da casa».

Come si fa a mantenere la giusta distanza?
«Davanti a certe storie che vanno oltre, avviso lo spettatore che ci sono dei rischi. Anche io reagisco alle provocazioni, a frasi che ti lasciano di sasso. Quando parlo con il manager della pornoattrice, sono come chiunque a casa, con la stessa sorpresa e lo stesso imbarazzo».

Sei nato con il sacro fuoco del giornalismo?
«In realtà volevo fare il cineoperatore, fin da ragazzino “smanettavo” con la telecamera, volevo presentare un racconto diverso dalla tv, dai telegiornali dell’epoca. Anche ora giriamo con una telecamera a spalla in presa diretta e l’effetto è come se mi rivolgessi dicendo sempre al pubblico: “Guardate quello che sto guardando io”».

Il personaggio più ostico da intervistare?
«A Roma, una donna che svaligiava appartamenti. Io avevo la curiosità di sapere dove era andata e lei la difficoltà di confessare perché faceva quel lavoro. È stata una lenta operazione di avvicinamento».

Quello che ancora non hai intervistato?
«Sto facendo un’inchiesta sui baby camorristi, c’è il fenomeno dei giovani boss, e mi piacerebbe intervistare uno di questi ragazzini per capire cosa gli scatta nella testa, perché ha questa sete di potere».

L’incontro più toccante?
«Un ragazzino che mi ha raccontato come ha ucciso il padre. L’uomo lo picchiava e voleva uccidere la madre, il ragazzo gli ha sparato. Poi in prigione ha fatto un corso di informatica, ora è in libertà. Il suo racconto è stato terribile».

Come reagisci quando sei “toccato”?
«Cerco di restare il più possibile asettico rispetto a quello che sento, per far continuare il racconto. Se c’è qualcosa che può turbare la sensibilità, allora intervengo».

Nella vita cosa ti tocca?
«Salire sulla cima dell’Etna a 3.300 metri e a meno 22 gradi per vedere l’alba. Ero lì solo per permettere al drone di fare le riprese dall’alto».

Pensi ancora in termini di scoop?
«No, non credo che sia un mestiere dove puoi fare degli scoop. Puoi avere delle testimonianze o delle storie da raccontare meglio o peggio. Non ho la fregola di arrivare prima di altri. Lo scoop vale per i telegiornali».

Se dovessi spiegare ai tuoi figli i tre principi base del giornalismo.
«Curiosità, onestà e alternanza».

Alternanza?
«Essere sapiente a mescolare i vari ingredienti del mestiere. Non puoi raccontare una storia solo allegra o solo triste, ma devi fare un racconto il più corale possibile. Come quando fai un cocktail: nelle diverse gradazioni alcoliche trovi la miscela perfetta».

Ti chiedi mai se non avessi fatto il giornalista cosa avresti fatto?
«Me lo chiedo tutti i giorni, senza potermi dare una risposta. Credo sia un bellissimo mestiere, che ti arricchisce e ti logora. Però sempre meglio di lavorare» (sorride).

Via, sfatiamo il detto che quello del giornalista non sia un lavoro.
«Certo lo è, ma io faccio un lavoro che mi piace. Se dovessi fare un lavoro in ufficio, per me sarebbe la morte del corpo e della mente. Ho bisogno di stare all’aperto, di avere stimoli, al chiuso mi sento in gabbia».