Home TvProgrammiSergio Friscia: «Se lavoro in tv è perché abitavo su Marte»

Sergio Friscia: «Se lavoro in tv è perché abitavo su Marte»

L’attore, volto di Mezzogiorno in famiglia, rivela a Sorrisi un incredibile aneddoto dei suoi esordi

Foto: Sergio Friscia

24 Gennaio 2019 | 17:13 di Stefania Zizzari

Il luogo dell’intervista l’ha scelto lui, Sergio Friscia. «Vediamoci all’ora di pranzo, chiacchieriamo davanti a un’arancina». Io ovviamente non me lo sono fatta ripetere due volte. L’arancina durante l’intervista è poi diventata una manciata di arancine “a carne” e “a burro”, a cui si sono aggiunti nell’ordine: panino con le panelle (frittelle di farina di ceci), sfincione (trancio di pizza alta con cipolle, caciocavallo e pomodoro), il pani c’a meusa (panino farcito con la milza bollita e poi soffritta) e, per finire, un trionfo di cannoli. Un tipico menù siciliano, insomma. Anzi, “palermitano”, tiene a precisare lui. «Che ci vuole fare, sono portatore sano di appetito, da buon siciliano».

Sergio, in realtà lei è uno sportivo: istruttore di sub, cintura nera e maestro di karate.
«Sott’acqua è l’unico posto dove mi sento leggerissimo (ride). Quanto al karate, continuo ad allenarmi anche se ultimamente preferisco le arancine al tatami (tappetino giapponese per le arti marziali, ndr), perché più si cresce più si diventa “lagnusi” (pigri in siciliano): a masticare si fatica meno».

Nel suo lavoro di artista però non è certo pigro: tv, radio, cinema, fiction.
«Ho il privilegio di poter vivere di quello che amo fare. E poi la grande fortuna di un pubblico che mi inonda di affetto».

Fa il mestiere che sognava da bambino?
«Sono l’unico caso di bambino espulso dall’asilo: troppo irruento. Alle elementari ho capito che mi piaceva intrattenere gli altri. Mi ricordo che la maestra mi chiamava alla cattedra e io mi inventavo le storie di Cilì, che era un trovatello, un “canuzzo” che avevo trovato con mio cugino. Per tutta l’ora mi inventavo dal nulla storie che intrattenevano i miei compagni: Cilì pompiere, Cilì camionista…Tenevo banco, insomma».

E alle superiori?
«Qualsiasi cosa succedesse le note sul registro le prendevo io. Litigavano al primo banco e io ero seduto all’ultimo? Nota a Friscia. Litigavano in 3ªA? Io ero in 3ªC ma... nota a Friscia. Il professore di Storia entrava in classe: “Buongiorno ragazzi, cominciamo la lezione, Friscia fuori”. Perché? “Per sicurezza”».

Il lavoro in televisione quando è arrivato?
«Ho cominciato a lavorare nei villaggi turistici come dj e animatore. Poi per la radio e la tv locale. Nel 1990 venni a Roma a fare il figurante di “I fatti vostri”. Lo conduceva Fabrizio Frizzi. Vivevo in una stanza subaffittata in uno studio di architetti che non sapevano della mia presenza».

Cosa intende?
«Dormivo sul divano, la mattina alle 7.30 facevo una doccia fredda in un bagnetto minuscolo, asciugavo tutto, sistemavo e uscivo con la mia valigia. Rimanevo in giro tutto il giorno fino a verso le 19.30, quando l’ufficio chiudeva e potevo rientrare. Una vita d’inferno» (ride).

Le cose quando sono cambiate?
«Nel 1997 feci il provino per “Macao” con Gianni Boncompagni. Lui si è seduto accanto a me e mi ha detto: “Quindi lei ha aperto un ristorante su Marte. Come si vive su Marte? Dopo un secondo di disorientamento ho capito che voleva che improvvisassi, ho tenuto il gioco e ho iniziato a inventare. È stato un provino folle ed è partito tutto da lì. Oggi festeggio i 30 anni di carriera».

Foto: Sergio Friscia (qui con Paolo Ricca) nei panni di Nardo Abate, il capofamiglia, fratello maggiore di Rosy Abate nella fiction Squdra antimafia

Quali sono gli altri momenti decisivi?
«Non ho mai amato le etichette perché limitano e non sempre mi piace essere definito comico o caratterista. Al di là delle belle soddisfazioni che mi sono tolto in tv ho sempre cercato, da attore, un ruolo diverso da quello comico che mi affibbiavano sempre. Arrivò nel 2007 nella serie “Il capo dei capi”, dove facevo il braccio armato dei Corleonesi, il killer Pocket Coffee. Anche lì: una volta che mi date un ruolo drammatico mi chiamate Pocket Coffee? Deve essere il mio karma. Poi ho fatto il boss nelle prime due stagioni di “Squadra antimafia”, dove ero il fratello maggiore di Rosy Abate, accoltellato in carcere. Bella esperienza. Anche perché per quel ruolo il regista Pier Belloni mi chiese di ingrassare e io gli risposi: “U Signuri t’u paga” (che Dio ti benedica, ndr)».

Da 10 anni è protagonista di “Mezzogiorno in famiglia”.
«Sono l’anziano del gruppo e sono contento, per me è come se fosse una seconda casa, sono cresciuto lì».

E poi c’è “Striscia la notizia”, dove imita Beppe Grillo.
«C’è gente che mi scambia per il vero Grillo e io non so mai cosa dire per non deluderla. Mi diverto perché ho le notizie del giorno e su quelle faccio le domande ai politici. Poi, in base alle risposte, improvviso».

L’abbiamo vista spesso ospite di Amadeus in “Stasera tutto è possibile”. Era al suo fianco anche nel Capodanno di Raiuno.
«Con Amadeus, oltre che una grande stima professionale, c’è un’amicizia fraterna. Lui ha origini palermitane e sono l’unico che lo fa sgarrare dalla sua dieta ferrea con il mio pane cunzato (condito, ndr) con olio, pepe, formaggio, acciuga, origano».

Foto: Friscia, Adriana Volpe e Massimiliano Ossini a Mezzogiorno in famiglia

E il cinema?
«È una passione. Dopo “Il professor Cenerentolo” con Leonardo Pieraccioni e “L’ora legale” con Ficarra e Picone, ora sta per uscire “Compromessi sposi” con Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme. Interpreto il comandante dei Carabinieri. Mi diverte sempre molto il cinema, vorrei farne di più».

Sergio, diceva che tutti le dimostrano un grande affetto: qual è il suo segreto?
«Sono sempre me stesso. Sul lavoro sono esattamente come nella vita. I miei genitori mi hanno insegnato a guadagnarmi le cose facendo piccoli passi, con fatica e impegno. E c’è una cosa che, in questo mestiere fatto di alti e di bassi, di periodi anche bui e di porte in faccia, mi ha sempre aiutato. È una cosa che ripetiamo quando insegniamo karate ai bambini: in gara non esiste la sconfitta: una volta vinci, una volta impari».