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Tv per golosi: riparte «Street food battle»

Torna domenica 7 ottobre il talent che mette a confronto gli interpreti della moda gastronomica del momento: la cucina... su quattro ruote

Foto: Simone Rugiati e Ludovica Frasca conducono «Street food battle»

05 Ottobre 2018 | 17:13 di Paolo Fiorelli

Si riparte. Dal 7 ottobre Simone Rugiati e Ludovica Frasca tornano a condurre «Street food battle» nella seconda serata di Italia 1. «Ma questa volta c’è una grossa novità» anticipa lo chef Rugiati.

Quale?
«Cambia la formula. A ogni puntata si confronteranno tre squadre. Prima presenteranno la loro specialità, e il “piatto forte”  più... debole sarà eliminato. Poi ci sarà il “duello” decisivo tra i due sopravvissuti. E così via fino alla finalissima, con in palio un pazzesco “food truck”, un camioncino attrezzato».

A lei, Simone, piace lo street food?
«No. Io ne vado pazzo! Perché è uno stile di vita: prendi il piatto tipico della tua regione e lo porti sulla strada con un furgone per farlo conoscere a tutto il mondo. Già è stato bellissimo girare l’Italia in moto con Ludovica per selezionare i 15 partecipanti. Ma il vero divertimento comincia ora».

Eppure i buongustai snobbano un po’ il «cibo da strada» o sbaglio?
«Vi svelerò un segreto. Tante volte io e altri chef, quando chiudiamo il ristorante, ce ne andiamo a mangiare un bell’hamburger di qualche “food truck”... La vera differenza con la cucina tradizionale è che, dati gli spazi ridottissimi, ogni cuoco di strada si dedica a una sola specialità. C’è chi frigge e chi griglia, chi fa gli arrosticini e chi il lampredotto».

E se il «food truck» lo vincesse lei, dove vorrebbe andare a cucinare?
«All’isola d’Elba. D’estate è piena di turisti e per chi non vuol aspettare al ristorante, lo street food è perfetto».

Breve storia del cibo da strada

 Gli Egizi insegnarono ai Greci l’arte di friggere il pesce e venderlo direttamente ai passanti, come si usava ad Alessandria d’Egitto.

 Nelle tombe etrusche si possono trovare raffigurate focaccine simili alla piadina: venivano consumate con la porchetta, accompagnate da salse e verdure.

 Nell’antica Roma solo i ricchi possedevano case provviste di cucina. Tutti gli altri compravano il cibo per strada nei «thermopolia» e spesso lo consumavano in piedi. A Pompei ci sono ancora resti di 200 «punti di ristoro». I venditori ambulanti di cibo dell’epoca si chiamavano «lixae» e offrivano pane, salsicce e frittelle su tavole smontabili e riparate da tende contro la pioggia.

Nel Medioevo abbondavano i carretti che vendevano cibo per la via. Nella stessa epoca nascono in Francia i «pasticci» ripieni, inventati per permettere ai lavoratori di mangiare pietanze contenute in un «guscio» di pane (che poi si gettava). Da qui la parola «pasticciere».

 Nel Seicento nasce in Inghilterra il «Fish & chips» avvolto in fogli di giornale.

 L’hamburger e l’hot dog (che in realtà è un wurstel) sbarcano in America nell’Ottocento al seguito degli emigranti tedeschi.

Nel seconda metà del Novecento cominciano a diffondersi per le strade della California, e poi di tutto il mondo, i «food truck», furgoni appositamente attrezzati per cucinare lo street food.