Home TvProgrammiVeronica Pivetti torna al timone di “Amore criminale”

Veronica Pivetti torna al timone di “Amore criminale”

Ricordare le vittime di femminicidio attraverso documenti, filmati e testimonianze delle famiglie, degli amici e dei colleghi. Con lo scopo di sensibilizzare e tenere alta l’attenzione su un fenomeno in costante aumento. Questo è l’obiettivo del programma di Raitre, al via domenica 19 gennaio

Foto: Veronica Pivetti

16 Gennaio 2020 | 9:20 di Simona De Gregorio

Ricordare le vittime di femminicidio attraverso documenti, filmati e testimonianze delle famiglie, degli amici e dei colleghi. Con lo scopo di sensibilizzare e tenere alta l’attenzione su un fenomeno in costante aumento. Questo è l’obiettivo di "Amore criminale" e di Veronica Pivetti, che per il quarto anno conduce il programma di Raitre, al via domenica 19 gennaio.

Veronica, ci saranno delle novità in questa edizione?
«Sì, una molto importante. Nella prima parte di ognuna delle sei puntate ascolteremo il racconto dei figli delle vittime di femminicidio».

Che sono vittime a loro volta...
«Già. Sono ragazzi lacerati nei loro sentimenti, che si porteranno per sempre sulle spalle un dolore e un peso immensi. Molti si sentono responsabili per quanto è accaduto, pensano che avrebbero potuto fare qualcosa per evitarlo. Ma in loro c’è anche una grande forza».

E lei invece dove trova la forza per raccontare omicidi così efferati?
«Difficile non farsi coinvolgere. Ma sono onorata di poter offrire un servizio pubblico. Molte donne si rivolgono al programma per avere indirizzi e consigli».

Eppure, nonostante se ne parli tanto, il fenomeno, rispetto a molti anni fa, è in crescita.
«Credo che l’aumento dei casi vada di pari passo con l’emancipazione femminile. Siamo in una società ancora profondamente maschilista: gli uomini non accettano che una donna prenda in mano le redini della propria vita».

Interpreterebbe la vittima di un femminicidio in un film o una fiction?
«Dipende. Dal momento che l’argomento è forte, lo dovrebbe essere anche la sceneggiatura della vicenda».

Voi come scegliete le storie?
«Spesso puntiamo su storie che non hanno avuto grande eco mediatica. E poi per parlarne serve la collaborazione dei familiari. Molti non accettano perché rendere pubblica la vicenda è straziante, è come viverla una seconda volta».