Vincenzo Salemme porta su Rai2, il suo spettacolo “Napoletano? E famme ‘na pizza!”

In diretta, in prima serata, lunedì 17 aprile

16 Aprile 2023 alle 19:34

E se il teatro approdasse in televisione in una serata-evento in diretta su Rai2? Certo, ci vuole uno spettacolo irresistibile e, soprattutto, un protagonista di grande esperienza. Ci sono entrambi. E allora lunedì 17 aprile Vincenzo Salemme porta in prima serata “Napoletano? E famme ‘na pizza!” direttamente dall’Auditorium Rai di Napoli. Due ore di risate e di riflessioni sugli stereotipi e sui luoghi comuni che accompagnano la “napoletanità”.

Vincenzo, a proposito di “napoletanità”, lei in realtà è nato a Bacoli...
«È vero: sono bacolese, nato a 25 chilometri da Napoli».

Però tutti la considerano napoletano. Le secca?
«Essere bacolese è diverso dall’essere napoletano. Soprattutto per uno della mia generazione. Quando ero piccolo la differenza tra l’essere provinciale e l’essere cittadino era enorme. Adesso in un mondo globalizzato queste differenze non ci sono più. Da una parte è una bella cosa, dall’altra si sono perse le sfumature culturali tra provincia e città».

Che ricordi ha?
«Quando ero ragazzino, per andare a Napoli dovevo prendere un autobus: partivo la mattina alle 7 e arrivavo a Napoli alle 8.10. Ci voleva più di un’ora: era una bella traversata. Per noi ragazzi di Bacoli Napoli era l’America».

E ora che è cresciuto?
«Sono “diventato” napoletano. Ed essere napoletani è una cosa particolare».

Che cosa intende?
«Ho la sensazione a volte che il napoletano debba dimostrare di esserlo. Così è nato questo spettacolo. Che poi anche “tra di noi” a volte ci controlliamo: “Ma tu sei un vero napoletano?” (ride)».

E lei è diventato un vero napoletano?
«Dipende».

Partiamo dai luoghi comuni allora. I napoletani sono sempre allegri...
«Questa cosa non mi va giù: anche a me a volte capita di avere un umore più scuro, mentre da me ci si aspetta sempre che sia allegro. Se io ora le dicessi che sono arrabbiato, lei non ci crederebbe: nun ce sta niente ‘a fa’ (ride)».

I napoletani danno appuntamenti approssimativi.
«Io sono preciso e puntualissimo!».

Vincenzo, di napoletano c’è poco finora... vediamo se con pizza e mozzarella va meglio.
«Ecco, nella cucina sono napoletano al 100 percento».

Altri indici di “napoletanità”?
«Mi sento napoletano per la musica. Adoro il repertorio classico partenopeo e poi amo Pino Daniele e Gigi D’Alessio».

Da perfetto napoletano saprà pure nuotare?
«Non solo. Sono pure un campione a remare, mi hanno insegnato quando avevo solo 3 anni. Bacoli è una lingua di terra in mezzo all’acqua. È un paese di una bellezza straziante, più scarna rispetto a quella napoletana, che è esplosiva».

Il napoletano chiacchiera sempre.
«Questo ce l’ho! Mi dicevano che facevo parlare pure i sassi!».

Il napoletano è scaramantico.
«Sarò sincero. Razionalmente capisco che la scaramanzia è una stupidaggine, però mi capita a volte di esserne influenzato».

Da cosa per esempio?
«Da alcuni numeri. Che non le dico sennò mi portano male (ride)».

Torniamo ai suoi spettacoli. Lei quando scrive è metodico?
«No. Se ho un impegno lo rispetto, ma mi piacerebbe sempre essere libero di scrivere quando voglio, di non avere forzature di tempi e orario. Fin da bambino essere costretto nelle regole prestabilite non mi è mai piaciuto, sono un po’ “animalesco” in questo. Poi le seguo perché sono precisissimo, per paura di trasgredire mi comporto impeccabilmente, ma ogni tanto esce fuori la trasgressione».

Per esempio?
«Da ragazzo “facevo filone” a scuola».

Per andare dove?
«Camminare, passeggiare, stare per strada. Mi è sempre piaciuto osservare le persone, parlare con loro».

“Napoletano? E famme ‘na pizza!” ha avuto 200 mila spettatori, ha fatto 180 repliche in 25 città in tutta Italia. Le è mai capitato invece di esibirsi davanti a poche persone?
«Come no? Nel 1990 ho cominciato la mia carriera in teatro da capocomico, scrivevo e avevo la mia compagnia. A Roma al teatro “La comunità” una volta abbiamo avuto quattro spettatori in sala, di cui due erano nostri parenti».

Ma due avevano pagato!
«Sì. Poco, ma avevano pagato (ride)».

Come si gestisce un vuoto di memoria in scena?
«Se succede vuol dire che hai imparato la parte a memoria, che non l’hai interiorizzata. Non deve accadere».

Le è mai capitato un telefonino che squilla in sala?
«Tante volte. Dico: “Risponda!”. E poi: “Chi è?”. Ma non è niente di grave in fondo, è la vita che irrompe. Succede».

Il 17 andrà in diretta in televisione. Come si regola per esempio con le pause pubblicitarie?
«Più o meno so quando devo interrompere e tranquillamente mi fermo. Non è un problema, sul palco sono sempre molto concentrato».

Che differenze ci sono rispetto allo spettacolo solo teatrale?
«C’è la consapevolezza della presenza delle telecamere. Devi ricordarti che ti stanno guardando anche da casa e questo comporta più responsabilità, ancora più attenzione. Tutti quelli che vanno in tv per me dovrebbero avere un garbo in più».

Teatro, tv... e il cinema?
«C’è anche quello: sto per girare una commedia con Max Tortora, per la regia di Gianluca Ansanelli».

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