Home TvReality e talent“Amici”, parla il tenore Vittorio Grigolo: «Maria mi ha arruolato perché vivo per la musica»

“Amici”, parla il tenore Vittorio Grigolo: «Maria mi ha arruolato perché vivo per la musica»

Il direttore artistico della squadra Blu: «Ai ragazzi insegno che fama e talento sono cose diverse». Pure l’Opera può essere pop» spiega il tenore. «Rivalità con Ricky Martin? No, lui è un grande. Lo punzecchio, ma è solo un gioco»

Foto: Vittorio Grigolo ad "Amici"

18 Aprile 2019 | 14:00 di Giusy Cascio

Voce possente, ciuffo ribelle, sguardo magnetico. Vittorio Grigolo è la rivelazione di questa edizione di “Amici”. Il direttore artistico della squadra Blu conquista con la simpatia e l’entusiasmo della sua “prima volta” in un talent.

Lui, che ha esordito a 13 anni come pastorello nella “Tosca” di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera di Roma accanto a Luciano Pavarotti, non ha fatto carriera grazie alla tv. Appena maggiorenne interpretava già Don Narciso ne “Il Turco in Italia” di Gioachino Rossini alla Kammeroper di Vienna. E poi, a soli 23 anni, è stato il più giovane tenore a inaugurare il Teatro alla Scala di Milano con il concerto di apertura dell’anno verdiano (era il 2000). Oggi, con il suo timbro classico e leggero insieme, incanta milioni di persone in tutto il mondo.

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L’esperienza al Serale sembrerebbe quanto di più lontano ci sia dalla lirica. Eppure Maria De Filippi ha scommesso su di lui.

Maria De Filippi dice di lui...

«Vittorio è il re della lirica. Lui è entusiasta all’idea di far capire come l’Opera non appartenga a una élite ma sia piuttosto patrimonio di tutti».

Vittorio Grigolo: «La fama non è il talento. La popolarità che danno i follower su Instagram può finire»

Che ci fa un tenore ad “Amici”?
«Maria mi ha confidato che lei stessa si è avvicinata di recente alla lirica. E dopo la mia partecipazione allo show da ospite, quando ho cantato sia Donizetti sia i Queen, pensare a me per lei è stato come fare 2 più 2».

Lei non ha sfondato nella lirica grazie a un talent. Qual è stata la sua “occasione”?
«Nel 2010 al Covent Garden di Londra, quando il tenore della “Manon” di Jules Massenet cancellò una serata. Sono subentrato al suo posto in un ruolo che mi calzava a pennello e ho capito subito che ne sarei uscito vincitore».

Fare il direttore artistico le piace?
«Sì, è una figura simpatica: non un docente, ma un “tutor” per i ragazzi. Fa bilanci, dà consigli sull’energia e la tensione in gara, schiera i suoi campioni come in una squadra di calcio».

Quando fate merenda insieme nella casetta che cosa cerca di trasmettere ai suoi ragazzi?
«Che la fama non è il talento. La popolarità che danno i follower su Instagram può finire. La tenacia va coltivata anche a show finito, quando ci saranno momenti in cui si cade e bisogna rialzarsi. La vita intera è una sfida. Io sono partito nei teatri da 100, poi da 200, 300 persone. La gavetta salva dalle disillusioni».

Adesso canta nei teatri di tutto il mondo la sua “Popera”, un misto di Pop e Opera. Ed è amatissimo.
«Sono fiero di aver portato per primo l’Opera in contesti come la stazione centrale di Zurigo o l’aeroporto di Malpensa. Pazienza per i puristi: Pavarotti ci ha insegnato che la lirica è di tutti. Se Mozart avesse avuto a disposizione batteria e chitarra elettrica le avrebbe usate».

Chi canta lirica può cantare tutto?
«Sì, purché si liberi dalla “imbracatura” della voce impostata, che è un po’ come le briglie per i cavalli. Freddie Mercury l’ha fatto in modo sublime con la sua rock-opera e una voce da pelle d’oca».

Ricky Martin potrebbe interpretare l’aria “Che gelida manina”?
«Dovrei lavorarci io...» (ride).

Trovarsi come rivale una popstar del suo calibro non deve essere semplice.
«Lui è un grande artista. E come tutti i grandi artisti sa come mettere gli altri a proprio agio».

Vi scambiate frecciatine, però.
«Mi diverto a punzecchiarlo, mi piace accendere lo spirito antagonista».

Gareggiate anche per conquistare Maria De Filippi?
«Ma no!».

Avete opinioni diverse sulla sensualità. Lei ha detto: “Non sono io quello che si sfila le magliette”.
«Magari una di queste sere finisce che la T-shirt me la tolgo pure io».

Per citare Loredana Bertè, la cosa ci “spettinerebbe”!
«Amo il verbo “spettinare”. Significa essere travolti dall’emozione, come dal vento, o da un tir. Lo dice pure Tosca nel duetto con Cavaradossi del primo atto: “M’hai tutta spettinata!”».

Punta molto sulla simpatia in trasmissione. Lo ha fatto spesso anche nel suo percorso artistico?
«Sono sempre stato me stesso».

La tappa della sua carriera che ricorda con più tenerezza?
«Il mio debutto alla Scala. Ho speso tutti i soldi che avevo per dormire al Grand Hotel et de Milan, nella stessa stanza dove alloggiava Giuseppe Verdi».

Quali opere consiglierebbe a chi vuole avvicinarsi alla lirica?
«Inizierei da tre facili: “La traviata”, il “Rigoletto” e “La bohème”».

Vede altra tv nel suo futuro?
«Dopo “Amici”? Non ho tempo».

Ma lei guarda la televisione?
«Guardo soprattutto film in aereo, sono sempre in viaggio».

In viaggio che musica ascolta?
«Di tutto: John Legend, Bryan Adams, Jennifer Lopez, Louis Armstrong, Nina Simone, Biagio Antonacci, Zucchero, Al Bano, Jovanotti...».

È nato ad Arezzo e ha vissuto per 17 anni a Roma. Oggi dove abita?
«In Svizzera».

All’estero lei è noto come “The italian tenor”, che è anche il titolo di un suo album, oltre che uno stile.
«L’Opera è un’arte tipicamente “Made in Italy”. Gli italiani sono apprezzati per il fraseggio, il “bel canto”».

E il fascino. Dicono che lei sia un rubacuori...
«È vero (ride). Anche se ora il mio cuore lo divido con qualcuno».