Home TvReality e talentClaudio Bisio: «A 5 anni volevo fare il pagliaccio»

Claudio Bisio: «A 5 anni volevo fare il pagliaccio»

L'attore e conduttore conduce «Kid’s got talent», lo show dove a dare spettacolo sono i più piccoli. E svela...

Foto: Claudio Bisio conduce Kid's Got Talent, il programma che rappresenta la prima novità dell'autunno di TV8  - Credit: © Pigi Cipelli

16 Dicembre 2016 | 12:40 di Solange Savagnone

A furia di stare con i giovanissimi protagonisti di «Kid’s got talent», il nuovo show dove tutti si divertono e nessuno vince, Claudio Bisio è tornato, anche lui, indietro nel tempo. Agli anni dell’infanzia, quando a soli cinque anni capì, grazie al nonno, cosa avrebbe fatto da grande. Per ripercorrere quel periodo, l’attore ci ha regalato le immagini tratte dal suo album dei ricordi.

Claudio, ci parli della sua infanzia.
«Sono cresciuto a Novi Ligure, in provincia di Alessandria, e mi sono trasferito a Milano molto giovane. Ero un bambino pacioccone. Mia sorella Marilena, di qualche anno più giovane di me, non riusciva a pronunciare il mio nome e così mi chiamava Dado o Dadone. E ancora oggi i miei mi chiamano così».
Che bambino era?
«Sono sempre stato molto ingenuo, facevo gaffe, dicevo quello che pensavo, ancora più di oggi. Non ero particolarmente talentuoso, però ero curioso».
E ciò ha significato...  
«Che ho fatto mille cose diverse, anche se alla fine non brillavo in nessuna. Ho iniziato a suonare il pianoforte, poi da adolescente sono passato alla chitarra. Anche perché era più comoda... in spiaggia con le ragazze, intendo! Ho provato a suonare la batteria e l’armonica a bocca. Poi mi sono dedicato agli sport. Ho fatto marcia, partecipando ai Giochi della gioventù, e karate, fino a diventare cintura marrone. E infine ho studiato danza, tip tap, jazz. In fondo sono tutte cose che si sono rivelate utili per fare l’attore, dove serve saper fare un po’ di tutto».
E sapeva già cosa avrebbe fatto da grande?
«Fino a cinque anni non ne avevo idea. Poi un giorno mio nonno mi portò in un circo a Novi Ligure e mi appassionai al mondo dei clown. Da quel giorno, per parecchi anni, a chiunque mi chiedesse cosa avrei fatto da grande rispondevo che sarei diventato un pagliaccio. Non un clown, che era fin troppo raffinato, proprio il pagliaccio. E lo dicevo mettendo il naso rosso che mio nonno mi aveva regalato in quella occasione. Ero convinto che quello sarebbe stato il mio lavoro. E forse alla fine è andata proprio così!».
Qualcuno dei bambini di «Kid’s got talent» le ha ricordato il piccolo Dado di Novi Ligure?
«Ci sono bambini molto bravi che hanno talenti straordinari: suonano, cantano, ballano. Io però mi identifico di più con quelli simpatici e imprevedibili. Mi diverto molto a chiacchierare con loro».
Ha imparato qualcosa da questi piccoli talenti?
«Sì, a improvvisare. Nonostante il grande lavoro di scrittura degli autori, il primo giorno di registrazione, appena è entrato il primo bambino ho buttato via tutto e mi sono lasciato andare, seguendo solo un canovaccio del copione».
Oltre al suo impegno in tv, nei cinema è appena uscita la commedia «Non c’è più religione». Ci racconti il suo ruolo.
«Interpreto il sindaco di un’isola un tempo famosa per il suo presepe vivente, che ora non si fa più perché non nascono più bambini. Così ne chiedo uno in prestito alla comunità musulmana, dove invece ci sono tanti neonati e donne incinte. È una specie di “Benvenuti al Sud” che gioca con i luoghi comuni sull’integrazione tra culture e religioni diverse».
A proposito di feste, lei che rapporto ha con il Natale?
«Sono laico, come il personaggio che interpreto nel film. Però mi è sempre piaciuto tutto il rituale delle feste che ho cercato di trasmettere anche ai miei figli. Fino a 12 anni ho creduto a Gesù Bambino. La sera della Vigilia mi chiudevo con la mia sorellina in una stanzetta per aspettarlo. Ogni volta si apriva la finestra, si accendevano le lucine, sentivo una musica provenire dal giradischi…Ma alla fine non riuscivo mai a vederlo! Ora che ci penso, se abbiamo finito l’intervista vado in cantina e tiro fuori l’albero. E visto che il presepe si trova nella stessa scatola, faccio pure quello!».