Home TvReality e talentFrancesco Renga a The Voice 2018: «Voglio essere un coach esigente, ma non intransigente»

Francesco Renga a The Voice 2018: «Voglio essere un coach esigente, ma non intransigente»

Così il nuovo coach del talent musicale di Raidue: «A me interessa chi ha il fuoco sacro. La voce deve servire per comunicare il talento, è un dono, ma se ti ci siedi sopra e pensi di essere arrivato non va bene»

Foto: Francesco Renga, coach di The Voice 2018  - Credit: © Piergiorgio Pirrone

20 Marzo 2018 | 13:07 di Barbara Mosconi

Torna il 22 marzo «The Voice of Italy», il talent musicale di Raidue in prima serata. Torna con un nuovo conduttore, Costantino della Gherardesca, e tre nuovi coach oltre al confermato J-Ax: Al Bano, Francesco Renga e Cristina Scabbia.

Li abbiamo incontrati per capire meglio come hanno deciso di affrontare questa nuova avventura.

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Francesco Renga

Perché hai accettato di fare questo programma?
«Perché è molto divertente, molto interessante, sono curioso, mi piaceva far parte di questa avventura. Poi mi metto sempre dalla parte dei concorrenti e io, alla loro età, lo avrei fatto».

Sarai più coach o più giudice?
«Voglio essere un coach esigente, ma non intransigente, mettere la mia esperienza, la mia storia, i miei studi a disposizione, essere l'amico, il compagno di viaggio di questa fase che per loro è un punto di partenza».

Quando ci si siede sulla poltrona del giudice che sensazione si prova?
«Molto bella, ascoltare una voce senza vedere è come degustare un vino da bendati: si riesce a cogliere l'essenza senza guardare, c'è la voce nella sua essenza».

Per scegliere un cantante ci vuole orecchio o cuore?
«Tutti e due. Ci sono cose a cui non puoi rinunciare, l'intonazione, saper portare il suono, cantare in un certo modo. Poi contano mille altre cose. Se hai esperienza e sensibilità, riesci a distinguere l'imperfezione dovuta all'emozione del momento o a un problema strutturale».

La televisione rende più buoni o più cattivi?
«Si è instaurato un clima talmente complice e gioviale che non me ne curo. Siamo tutti abbastanza sinceri e lucidi, non buoni e non cattivi».

Quali sono le voci che cerchi?
«Con me ho il pupazzo di un drago a due teste che uso come metafora, può sputare fuoco o bolle di spapone. A me interessa chi ha il fuoco sacro. La voce deve servire per comunicare il talento, è un dono, ma se ti ci siedi sopra e pensi di essere arrivato non va bene».

Come convincerai un cantante a scegliere te?
«Con la sincerità, dico quello che penso e quello che dovrà essere il lavoro, il sacrificio, l'impegno. Niente è regalato».

Proviamo: «Vieni da me perché...»
«Perché devi dimenticarti quello che hai studiato, il canto è qualcos'altro oltre la tecnica».

Chi è il cantante che avresti voluto scoprire?
«David Bowie, sono un feroce adoratore del Duca bianco, ma lui è uno di quei talenti che non hanno bisogno di aiuto».

Nella vita quanto sei battagliero?
«Chi fa questo mestiere lo deve essere per forza. Devi avere la voglia di arrivare, uno spirito di sacrificio enorme e confermare ogni volta quello che hai fatto. Però sono corretto. La competizione deve avere di base la correttezza».

Nella tua carriera hai avuto molti «no»?
«Come tutti, ma ho avuto la fortuna di avere dei “no” che mi hanno regalato consapevolezza, utili, da persone che mi rispettavano e che io rispettavo. Servono più certi “no” che molti “sì”».

Il più doloroso?
«Non me lo ricordo, tendo a dimenticare».

C'è stato un tuo pezzo scartato che poi si è rivelato un successo?
«Ho avuto la fortuna di avere sempre in mano io la scelta delle canzoni e persone che mi hanno aiutato a farlo».

Tra una puntata e l'altra cosa fai?
«È uscito il disco “Max Nek Renga” e con il trio sarò in tour fino al 28 aprile. Dopo? Chissà se continueremo, non si può mai dire».